Ultima domenica dopo l’Epifania – Anno B
Is 54,5-10; Sal 129; Rm 14,9-13; Lc 18,9-14
La giustizia nella Bibbia è prevalentemente ritagliata e radicata nelle relazioni umane espresse molto bene dal comandamento dell’amore: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18). Il Vangelo che oggi ci viene offerto, mostra due situazioni di preghiera nel Tempio di Gerusalemme, quella di un fariseo e quella di un pubblicano, in cui sono evidenziate diversità di vita e di interpretazione del proprio rapporto con il Signore. È uno dei pochi casi in cui il Signore Gesù, prima di raccontare la parabola ne svela il senso per orientarne l’ascolto: «Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9). Per sé il fariseo non dice il falso, egli era tenuto ad un digiuno alla settimana e lui ne fa due; era tenuto a tante prescrizioni e lui le osserva con abbondanza, è sincero e molto soddisfatto di riuscire ad essere così e addirittura, ossessionato dal superbo ritratto arriva a ringraziare di non essere come: «gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri». Si presenta a Dio glorificando se stesso: «O Dio, ti ringrazio» per quello che io sono. Non è tanto l’esaltare la bontà del proprio comportamento di vita, quanto il disprezzo degli altri ritenuti non alla sua altezza a fargli perdere il senso della giustizia biblica così che, la sua preghiera (se di preghiera si tratta), non dischiude il suo cuore alla misericordia del Signore. Erigendo un muro tra sé, il suo prossimo e il Signore, l’orgoglio ha il sopravvento escludendosi dal respiro largo dell’amore di Dio. Totalmente diversa è la modalità di presentarsi davanti a Dio da parte del pubblicano. La storia dl popolo ebraico ci dice che è difficile, forse impossibile parlare bene del pubblicano per la figura che ricopre. È un intoccabile della società perché tradisce la sua patria e la sua famiglia. Spremeva i suoi concittadini riscuotendo le tasse che andavano all’occupante. Il pubblicano era visto come colui che contamina ciò che il fariseo dice di onorare con la sua vita: il rispetto della Torah e delle tradizioni. Per questo il senso di frustrazione e di vergogna che il pubblicano prova di sé, è così grande che, nel Tempio, rimane lontano dal fariseo non osando nemmeno alzare il proprio capo ma battendosi il petto, prega così: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». La sua è richiesta di grazia e di pietà nei suoi confronti, lui che tante volte le aveva negate ai suoi debitori.
Manifesta a Dio la propria nullità, e lì, attraverso questo spiraglio che non vede orgoglio, può raggiungere il suo cuore e da lì invocare il soccorso di Dio. È preghiera che viene dal basso; è preghiera che mostra consapevolezza della propria fragilità e infedeltà. Non osa neppure alzare lo sguardo, ma avverte in sé tutta la libertà di consegnare la propria fragilità e la propria miseria a Colui che di sé aveva detto: «tuo redentore è il Santo d’Israele, è chiamato Dio di tutta la terra». La parabola termina con il dire che quell’uomo torna a casa «giustificato». C’è dunque stupore per l’immensa risorsa che ognuno di noi può disporre, quella appunto di riconoscere le proprie situazioni sbagliate e consegnarle al Signore con umiltà. Colui che chiede misericordia perché consapevole delle proprie fragilità e miserie, diventa persona giusta, cioè, "giustificato" e "adattato" all'amore di Dio. È questo il messaggio forte di quest’ultima domenica dopo l’Epifania; è domenica che precede la quaresima, e se da una parte ci manifesta il dono che viene da Dio e solo per sua iniziativa, dall’altra ci fa capire che, se accolto e compreso così, quel dono può diventare il motore di tante nostre giornate; può diventare la ragione che ci consente di rinascere, di riprenderci anche dopo uno scacco, un fallimento, una grave infedeltà.
Gesù ci chiama a questo, ci chiama a vivere non tanto il confronto con gli altri, né tantomeno la tentazione di aggiudicarci il primato di bontà rispetto agli altri, ma ci chiama a vivere con ragione profonda la nostra speranza che ci fa chiedere, anche dentro situazioni misere, povere, incerte della nostra vita, «O Dio, abbi pietà di me peccatore», perché Colui che ci ha formati nel grembo di nostra madre (cfr sal 138), continua ad essere il Signore della misericordia grande che si fa redenzione. È risorsa di viaggio da non perdere mai nella vita, perché non dobbiamo mai perdere il desiderio di alzare lo sguardo al volto del Signore. Ogni volta che entriamo in chiesa c’è una luce che ci guida: è quella che si sprigiona dal Tabernacolo; è luce che vuole accogliere il nostro cuore per custodirlo; è la luce dell’Amore vero e sincero di Colui che sempre vuole abbracciare tutti i suoi figli e tra questi ci siamo anche noi (cfr Lc 15,20). "L'opposto del peccato non è la virtù, ma la fede", scriveva il grande filosofo danese del XIX secolo, Søren Kierkegaard; la fede nella misericordia divina, ci permette di essere restituiti al nostro cammino personale e comunitario ravvivando fino in fondo il nostro cuore. San Paolo ci dice che Cristo agisce in noi affinché la nostra vita sia avvolta dalla Sua misericordia che è infinitamente più potente di tutte le forze del male e di tutti i nostri peccati. È per la fraternità e non per la semplice affermazione di sé come cristiano che i discepoli di Cristo saranno riconosciuti.
