III DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B
Es 32,7-13b; Sal 105; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8, 31-59

IIIQUA24I vangeli della quaresima parlano di incontri; domenica scorsa l’incontro di Gesù che ha aperto il cuore della donna samaritana, oggi il vangelo ci presenta persone che non vogliono aprire il proprio cuore. La polemica di Gesù è nei confronti di quei Giudei «che gli avevano creduto»; credevano da sempre nel Dio di Mosè, ma poi avevano creduto anche a Gesù, e a quei Giudei, Gesù dice «Se rimarrete fedeli alla mia parola, diventerete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Lì nasce la loro obiezione che danno una risposta tagliente e definitiva: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno». Lo scontro nasce qui, nasce dalla pretesa di quei Giudei di essere veri credenti; il Vangelo però, ci dice che quei Giudei avevano creduto a Lui, non dice che avessero creduto in Lui. Credere “in” coinvolge molto più che il solo credere “a”: Credere “in” vede un coinvolgimento personale; un coinvolgimento che fa sperimentare la relazione con Gesù e la sua Parola che diventa essa stessa vita vera che conforma a Lui a tal punto da far dire a Paolo: «Per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21). Seguendo quanto detto da Paolo, possiamo allora dire che credere in Gesù Cristo, il Figlio, è dimorare in Lui che con la sua grazia, ci rende figli. Il vero centro della questione è Gesù, è la verità di Figlio di Dio che solo può rendere veramente libero l’uomo. Questa è la dimensione vera che emerge dal difficile brano del Vangelo di oggi. Nel lungo dissidio riferito dal Vangelo, Gesù ricorda a quei Giudei, ma lo sottolinea anche ai credenti e ai praticanti di ogni tempo, che si è costruito un modello perfetto di religiosità, ma non c’è l’essenziale. C’è la religione, ci sono i codici, ci sono le parole, ci sono i riti, ma non c’è più Abramo! Non c’è più la fede! Mosè stesso romperà le tavole della Legge ai piedi della montagna perché in quella situazione la Legge non serve a niente per un popolo che ha già sostituito Dio con una rappresentazione di un idolo. Non è una statua che garantisce il rapporto con il Signore; affinché sia garantito il rapporto con Dio, il cambiamento lo si deve operare nel proprio cuore e questo è possibile solo attraverso la libertà di ognuno di noi. Oggi, infatti, siamo interrogati dal Vangelo sulla nostra libertà, sul nostro modo di intendere la verità che porta alla sequela. I Giudei, e noi con loro, sono chiamati ad interpretare la propria vita in modo diverso per non essere più schiavi delle loro certezze: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». La parola di Gesù, è verità, e la verità è parola che risuona nei cuori di chi si vuole considerare discepolo: è qui che avviene lo scambio dei termini "parola" e "verità". La parola infatti, la si comunica, a volte la si dice anche ad alta voce, ma soprattutto, la parola la si ascolta affinché possa produrre il suo effetto performante, oppure la si respinge come accade nel testo. Ma la fede è davvero solo una questione di parole? Perché la frase «Se rimanete nella mia parola», esige un approfondimento; essa ci richiama al “praticare la Parola” perché la fede, che trae origine e nutrimento dalla Parola, poi si esplicita lì, nelle opere che compiamo. È attraverso la pratica della Parola, che si entra nella Verità che rende liberi. La verità che Gesù insegna, non è una verità di tipo concettuale, non è nemmeno un semplice illuminare la nostra intelligenza; la verità che Gesù propone è relazione che chiede di essere accolta dalla propria libertà. È relazione che diventa salvezza, perché propone un cammino nuovo, un nuovo stile di vita che permetta di lasciare la situazione passata e convertirsi ad uno stile di vita diverso. Gesù dice a quei Giudei che gli avevano creduto, che Lui è venuto affinché tutti possano sperimentare questa salvezza; tutti possano avere la possibilità di vivere il cammino della fede che quei Giudei non volevano fare perché si sentivano già figli di Abramo. Qui emerge la frattura che separa ed esclude: noi di qua perché figli di Abramo, e tutti gli altri dall’altra parte; la salvezza è nostra perché noi siamo i figli di Abramo.

Ma Abramo è grande non perché è il primo di una infinita serie di generazioni di cui anche noi ne siamo parte, ma è grande perché è uomo di fede; è uomo che si è fidato di Dio, che si è fatto condurre dalla sua Parola anche dentro prove difficilissime. Capiamo allora, che la posta in gioco per Gesù è davvero alta; non si può rivendicare automaticamente il diritto alla salvezza solo perché si ha quella provenienza o quella cultura. Se è la fede vera ad essere in gioco, a tutti deve essere permesso di ottenerla. La salvezza è dono gratuito di Dio riservata a tutti, tutti devono poterla cercare, tutti debbono avere la possibilità di invocarla nonostante i confini e le fatiche che le fragilità umane fanno sperimentare. Solo operando così si diventa figli di Abramo. Se si apre il proprio cuore e ci si mette in questo cammino di fede, si è recuperati alla relazione con il Signore e con i fratelli. Saranno presenti affaticamenti lungo il percorso? Si, e l’esperienza che ci viene dalla lettura del Libro dell’Esodo la mostra in tutta la sua sincerità. Non è facile per il popolo di Dio sopportare il silenzio di Dio; Mosè era salito solitario sul Sinai e non scendeva più e questa assenza è la ragione che fa scattare l’esigenza di avere: «Un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). È bisogno che tutti sperimentano: avere vicina una presenza concreta, qualcosa da vedere, toccare e seguire. Tuttavia, nella ricerca del tangibile, si perde di vista l’opera di Dio e si cade nell’idolatria che cancella in un colpo solo l'intera esperienza dell'Esodo. Questo porterà il Signore a dire a Mosè: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori», come se volesse chiedere il suo benestare. Qui il testo segnala però un profondo cambiamento; Mosè sa bene che quell’azione è indifendibile, ma è il suo popolo; lo sente suo e, avvertendosi solidale con quella gente fragile, grida al Signore come voce per tutti loro: «Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo». Quel “Ricordati” che tante volte Dio aveva rivolto al suo popolo tramite i Profeti, ora Mosè lo usa nei riguardi di Dio. Si fa intercessore con un’azione grande, commovente che richiama un’altra intercessione ben più potente: quella di Cristo che nel sacrificio della croce chiede al Padre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Quante volte ci troviamo immersi in situazioni difficili nelle quali si smarrisce la via e sperimentiamo il silenzio o l’assenza di Dio? Quale lacerazione comporta in noi se all’interno delle nostre case, nelle nostre famiglie, all’interno della nostra comunità sperimentiamo tutto ciò? Le difficoltà sono sempre presenti e sono difficoltà che non toccano genericamente il mondo, ma toccano i nostri vissuti, i nostri figli, toccano spose e sposi; toccano ciò che di più caro abbiamo, ma il cammino di libertà a cui il Signore continuamente ci chiama a fare, chiede di essere risorsa anche per queste situazioni attraverso l’alzare il nostro grido verso il Signore per l’altro che si trova in difficoltà. Come Gesù Cristo, anche noi siamo chiamati ad essere intercessori verso il Padre per i fratelli e le sorelle che con noi attraversano questo piccolo tratto di storia. Non andiamo a cercare altri idoli; il volto del Dio di Abramo è il volto del Dio che riconosciamo come Padre perché Gesù ce lo ha fatto conoscere. Ecco il regalo grande di questa terza domenica di quaresima.

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