V Domenica di Quaresima – Anno B
Dt 6,4a. 20-25; Sal 104; Ef 5,15-20; Gv 11,1-53
Non dobbiamo avere paura; sembra essere questo l’invito che emerge dalle letture di questa V domenica di Quaresima. Il cammino fin qui svolto ha messo in evidenza l’esigenza di continuare ad avvicinarsi a Gesù; Lui, infatti, ci ha introdotto in questo cammino quaresimale nel segno del Battesimo portandoci sulla via della vita, poi ci ha difeso davanti a coloro che si credevano depositari della verità per poi lasciare che il nostro cammino di crescita fosse misurato dalla concretezza della storia. È Vangelo che ci mette di fronte alla verità finale della nostra vita: la morte e la risurrezione. Con l’affermazione: «Io sono la risurrezione e la vita», Gesù invita alla risurrezione oggi, invita a vivere per Lui, attraverso di Lui e in Lui, di credere in Lui e di amarlo perché non è il Dio dei morti, ma dei vivi (Lc 20,38). Il Vangelo insegna questo: non si tratta solo di credere principalmente in un futuro migliore, ma di saperlo vivere già oggi. Marta dice a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» e Gesù le risponde: «Tuo fratello risorgerà». La risposta di Gesù però, non soddisfa Marta: lei avverte la risurrezione ancora troppo lontana. È come se dicesse in modo molto umano: “è vero ci credo, ma fino ad allora continuerò a soffrire per la sua assenza e la mia vita non avrà più lucentezza, non sarà mai più la stessa”. In fondo è quello che pensiamo anche noi quando siamo colpiti dal lutto di una persona cara. Marta sembra uscire dai suoi sentimenti per quell’Uomo che amava e si esprime secondo la verità del mondo che ci fa continuamente piangere l’assenza, e agendo così, spinge Gesù a rivelarsi. La risurrezione non è un'idea, ma una Persona; la risurrezione non solo porta alla speranza che un giorno rivivremo, ma è la certezza che ci fa vivere perché Gesù è sempre presente nel nostro oggi; Lui ci chiama e ci ama specialmente nei momenti in cui tutto si confonde. Tutti siamo chiamati a sperimentare questa Presenza e fare come Marta che chiede quasi gridando al Signore di amare la sua sofferenza. «Io sono la risurrezione e la vita», attesta a tutti che non c’è un generico "oltre la morte", ma c’è presente la Vita che va oltre la mia vita, oltre la nostra vita. È presente, è qui; ci è molto più vicino di quanto possiamo aspettarci. Lui, Gesù, parla con noi, piange con noi ogni morte che l’amico Lazzaro impersona, ma poi, e questa è la notizia sorprendente, dà alla nostra vita una dimensione nuova, una dimensione di eternità. L’esigenza che emerge da questo Vangelo allora, è quella di mettere Gesù nella nostra vita oggi, lasciarlo entrare in ogni piega della nostra esistenza, anche nelle sofferenze che vedono la nostra ribellione e le nostre lacrime. Se l'amore di Gesù permea tutto, allora tutto è possibile: «Credi questo?» chiede Gesù.
E per dare carne e sangue alle proprie parole, Gesù stesso, cerca il luogo dove è stato deposto il corpo di Lazzaro; lo cerca quasi attendesse la risposta che Lui stesso aveva dato ai due discepoli che avevano lasciato Giovanni Battista per seguirlo: «Maestro, dove abiti?». E Gesù che dice loro: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). «Signore, vieni a vedere!» allora, è davvero il primo movimento che mette in moto la fede; è l'inizio di un cammino interiore che vuole scorgere oltre il visibile e Gesù, acconsentendo, rimette in movimento, apre al nuovo i nostri occhi perché possiamo vedere oltre l'incomprensibile che la morte sembra precludere. È pagina davvero stupenda perché intrisa di emozioni che non riescono a far trattenere le lacrime a tutti i protagonisti. Anche Gesù sembra crollare di fronte all’evento della morte; Lui che è Uomo tra uomini, accusa il peso di un evento sproporzionato che supera il genere umano da tutte le parti. Le sue lacrime lo rendono presente e solidale con chi è nella fatica e nella fragilità del dolore che i cammini della vita presentano. Proprio perché uomo come noi (Gv 1,14), è volto che ispira la preghiera confidente. Allora le lacrime di Gesù danno tono e voce al suo comando: «Lazzaro, vieni fuori!». È dunque Vangelo che ci dice cosa c’è in gioco quando si intraprende il cammino di sequela di Gesù Cristo: il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla dispersione all’incontro. Questo è in gioco, ma questa è la chiamata del Signore per noi che cerchiamo di vivere così l’itinerario di fede che ci porterà alla Pasqua. Il restituire alla vita Lazzaro che era morto e restituire alla gioia persone che lo stavano piangendo, è invito ad un rinnovamento profondo del cuore, della vita. «Credi questo?»; la domanda ora è rivolta a noi. Ci credi per te? Perché, se non ci credi per te, non ha senso crederlo per Lazzaro che in filigrana anticipa tutti nello stato di morte. Se non speri per te stesso, non puoi sperare per gli altri. La Parola: «Io sono la Risurrezione e la Vita», deve poter capovolgere tutta la nostra esistenza. Marta ha compiuto questo cammino: è passata dal "credere a ciò che Gesù dice" al "credere in Gesù"; da una fede un po' teorica e lontana, a un amore ormai impegnato e totale. Anche noi oggi, guardiamo Gesù per dirgli: io credo che tu sei la Vita, io credo che tu sei la mia vita. La fede che ci viene richiesta - lo è stato per Marta e Maria, lo è stato per quei Giudei che credettero in Gesù, per i discepoli che lo hanno seguito - è accettare di spogliarsi di se stessi, dei propri punti di vista, dei propri desideri per seguire Gesù come Lui è. Lui non cancella la morte, la attraversa con noi per farci rivivere. Ecco perché idealmente a quella tomba siamo presenti anche noi; anche noi vogliamo dire: «Signore, vieni a vedere!» per accompagnarLo in quello che si prefigura già un altro cammino che di lì a poco dovrà intraprendere. È l'unico modo per scoprire la resurrezione. La Samaritana che ha avuto questa grazia, il cieco nato che non sarà più in potere delle decisioni degli altri, dicono la libertà e la vita che Lazzaro riceve da Cristo. Anche noi siamo chiamati a uscire dalla nostra reclusione e siamo chiamati a "sciogliere le mani e i piedi legati" non di Lazzaro ma i nostri. In questo modo renderemo grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, Uomo capace di umanità che con il suo amore conduce, attraverso i gangli che la vita fa incontrare, tutti coloro che si rivolgono a Lui. Non rimuoverà le nostre prove, le nostre debolezze, la nostra stessa morte, ma darà a tutte le nostre azioni un sapore di eternità per noi e per gli uomini e le donne nostri fratelli e sorelle perché, siamo sensibili a tutte le sofferenze umane e non abbiamo paura di piangere con chi piange.
