DOMENICA DI PASQUA
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18
Un'unica grande notizia rimbalza oggi dai testi della Scrittura; ci raggiunge con accenti e colori molto diversi, come a dire che un dono così non lo si può commentare in un modo soltanto, perché è dono troppo grande che ha in sé ricchezze che non riusciremo mai a riconoscere nitidamente tutte. Nel nostro parlare esiste un’espressione che descrive bene la nascita: venire alla luce. È un uscire dall’oscurità per entrare nella luce, ma è un venire alla luce nel pianto perché c’è sofferenza nel passaggio. L’espressione “venire alla luce”, è ciò che rappresenta meglio l’esperienza della Pasqua che il Vangelo ci mostra. È Vangelo che annuncia l’inaudito che è la risurrezione di Gesù, ma è anche testo che ci chiede di andare oltre e di riuscire a scoprire come anche noi in filigrana siamo chiamati alla risurrezione. Tutti, infatti, siamo compresi nella figura di Maria di Magdala. Maria tornando per la seconda volta al sepolcro piangendo, ci insegna che la gioia della risurrezione è davvero vicina anche se non riusciamo a vederla nitidamente subito. Il suo venire alla luce, il suo rinascere, è un lento uscire dalle tenebre che stazionano e rimangono dentro la sua storia come un segno, un monito, come un sepolcro dal quale, chiamata per nome, è invitata ad uscire. Lei, infatti, non si era staccata dai luoghi della desolazione, era andata a cercare il corpo del Signore pensando ormai che fosse solo questione di sepolcri e basta. Penso che Maria di Magdala abbia impiegato tutto il sabato ormai le è alle spalle, disperdendosi in pensieri andati più e più volte a quella tomba, impaziente come era, di esprimere per l’ultima volta, tutto il suo affetto non appena le prime luci di quel «primo giorno della settimana» (Gv 20,1) le avrebbero permesso il cammino! C’è davvero presente in lei la frustrazione della morte che non le consentono di sperare e riuscire ad intravedere un futuro. Per due volte si sentirà chiedere: «Donna, perché piangi?», ma nulla sembra poterla distogliere dalla sua ostinazione nel cercare il corpo scomparso di Gesù. Gli manca troppo Gesù; non sopporta di aver perso ciò che di Lui rimaneva dopo la sua Passione e morte. Lei che è stata accanto a Gesù nell’ora tremenda della croce, vive ancora di quell’esperienza, ma il suo è un camminare destinato ad andare verso la luce.
Appassionata, testarda, Maria di Magdala non ascolta i due angeli che sono lì a testimoniare la grande notizia, troppa è la delusione per quell’assenza: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Il buio è ancora presente nel suo cuore, ma è la tomba vuota a dire qualcosa di sorprendentemente nuovo e grande: quell’assenza costituisce lo spazio della fede. L’evangelista Giovanni, parlando di sé e raccontando il suo arrivo al sepolcro, scrive in terza persona: «Vide e credette» (Gv 20,8). Ciò in cui ha creduto, era molto diverso da ciò che vedeva. Il Vangelo ci mostra come il cammino di avvicinamento a quella tomba è compiuto nel buio spirituale, ma per tutti, è aperta la prospettiva di essere inondati dalla Luce che arriverà intensa. Il cammino di Maria dice questo, dice che l'incontro con Cristo glorioso è l’uscire dalle tenebre in cui si è immersi. I pensieri, le inquietudini, lo stato di privazione di una persona cara, provocano le lacrime e Gesù che le conosce molto bene, le raccoglie: «Maria»! Nessuno può riconoscere Gesù risorto se prima non viene riconosciuto e chiamato da Lui. Sicuramente Maria di Magdala si è sentita chiamare per nome tante volte durante tutto il suo cammino di sequela, ma quella è voce che viene dopo il silenzio della Passione e quel frangente accende in lei intimità e calore tant’è che risponde: «Rabbunì» che ha la stessa nota di intimità. Dicendo Rabbunì, infatti, assume il possesso di una concretezza nuova che non può più essere annientata da nessuna morte. Quel “Rabbunì” così espresso, non è un modo generico di chiamare il Maestro, ma è l’accogliere intimamente Gesù Cristo come il solo e suo Maestro. Non è possesso, ma è intimità bella dalla quale non vorrebbe più separarsi. È esperienza che già avevano fatto i discepoli sul Tabor durante la Trasfigurazione: «Signore, è bello per noi essere qui!» (Mt 17,4), esperienza che quel mattino si è fatta concreta realtà. Lo conferma Gesù stesso quando le dice: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». La invia ai suoi discepoli che non chiama più semplicemente discepoli, ma suoi fratelli. L'esperienza della risurrezione cambia in modo radicale la nostra natura di creature: c'era un prima, c’è un dopo che la Risurrezione inaugura. Niente sarà più come prima: risorgendo da morte come «primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,20), Gesù Cristo è per sempre custode di tutte le vite che lo cercano. La risurrezione di Gesù è ciò che fa risorgere Maria nella sua storia concreta di tutti i giorni, ed è ciò che aiuta anche noi a vivere bene i passaggi faticosi della nostra vita. Essa segna concretamente tutte le vite perché tutti sono chiamati a partecipare della nuova Vita che il Risorto dona. La vicenda di Maria di Magdala insegna a tutti che non è necessario portare oli aromatici per ungere un cadavere, ma avere dentro di sé l’olio profumato della fede con cui rendere onore al corpo del Signore risorto. Dentro alla storia del mondo, tutto ciò che cerca di essere pietra tombale che vuole farci tacere, può diventare il luogo in cui ricevere la primavera di Dio, così che la pietra che tenta di sbarrare il passo, possa rotolare via. Solo dopo una esperienza così forte, Maria di Magdala riesce a staccarsi da Lui per andare dai discepoli e portare loro l’annuncio vero. Allora, quel: «Non mi trattenere» ci allarga il cuore perché dice che il Signore Gesù è per tutti. Maria di Magdala ci precede così al sepolcro di Gesù, precede tutti noi che siamo ancora dispersi in mille preoccupazioni da non saper cogliere la novità del preziosissimo mattino di Pasqua. Oggi, dunque, non è solo annuncio della Risurrezione di Cristo che ha vinto la morte, oggi è anche augurio di vivere un’esperienza nuova nel segno di una bellezza mai esaurita o esauribile. Ogni volta a Pasqua noi ripartiamo rimettendoci in cammino con la gioia di un Volto ritrovato e con la gioia di essere riconosciuti nel nostro volto e nella nostra storia da Colui che da sempre ci ama. Buona Pasqua!!!
