II DOMENICA DI PASQUA – ANNO B
At 4,8-24a; Sal 117; Col 2, 8-15; Gv 20,19-31

8ggDopoQuante paure abbiamo, paura della vita, paura della morte, paura di non farcela, paura di essere, paura di invecchiare o addirittura paura di essere giovani; paura. La prima parola che i Vangeli ci dicono dopo la resurrezione di Gesù è: «Non abbiate paura» e la prima parola che Gesù dice ai suoi discepoli è: «Pace a voi». Finalmente è il momento della pace. Gesù entra nel cenacolo delle paure e dice “Pace”. La pace che Gesù dà, vuole essere armonia che nasce dalla Vita; essa è attività buona che, grazie alla resurrezione e alla rinascita, fa morire nel proprio cuore i conflitti che uccidono giorno dopo giorno. Non si deve avere più paura; Paolo scrivendo ai Romani dice: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rom 8,31); tutti siamo chiamati ad essere capaci di resurrezione che ci porta a lottare per una vita certamente faticosa e difficile, ma capace di libertà. E c’è un altro aspetto nel brano del Vangelo che colpisce subito: «Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo». Gesù non alita ma soffia, quasi a spingere gli stessi apostoli a rinascere dentro di loro e a far posto allo Spirito di Colui che la morte l’ha davvero vinta. Ma Gesù va ancora più in là, dà loro un potere che è solo di Dio quello del perdono dei peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» e li manda come Lui è stato mandato. Potranno contare sulla forza e la grazia dello Spirito del Risorto, toccheranno cuori, inviteranno al pentimento e alla conversione per «testimoniare la risurrezione del Signore Gesù» (At 4,33). Gli Apostoli sono dunque persone che rimangono abbagliati alla visita di Gesù risorto e ne parlarono a Tommaso assente quella sera. Tommaso è sempre ritenuto l’incredulo per eccellenza, colui che vuole sincerarsi di tutto e così parrebbe dal testo del Vangelo; il problema che sottostà a questo atteggiamento è quello di essere dei credenti assuefatti al sistema, o invece, credenti che si lasciano provocare per crescere e uscire dai cenacoli delle paure. Ci sono infatti coloro che si dicono credenti e affermano di essere in relazione con Gesù, che però continuano a rimanere ancora chiusi dentro il loro cenacolo, e ci sono invece quelli che vorrebbero vedere Gesù, ma sono fuori dal Cenacolo perché hanno il coraggio della vita. Tommaso è colui che è fuori dal «luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei», forse in cerca di cibo anche per gli altri. L'assenza di Tommaso «la sera di quel giorno, il primo della settimana» che ha visto l’incontro con Gesù e gli Apostoli, e la sua presenza l'ottavo giorno, mi sembrano indicativi per l’attenzione rivolta a coloro i quali questo Vangelo è destinato. Essi non hanno potuto avere alcuna idea degli eventi che si sono svolti in quella Pasqua, perché non hanno mai visto Gesù Cristo e possono avere dubbi sulla verità della risurrezione. Ciò che c’è in gioco, è la realtà stessa di Gesù. Gesù risorto non è un eroe dei racconti presenti nella cultura del Medio Oriente, o il Superman dei nostri fumetti, no! Gesù risorto è lo stesso con cui Tommaso e tutti gli altri hanno camminato, mangiato, parlato. Per questo chiede un segno, non il segno di qualche miracolo come magari potremmo fare noi, chiede il segno più bello “Mostrami le tue piaghe, fammi vedere che nelle tue mani e nel tuo costato, ci sono i segni dell’amore, fammi vedere che sei proprio il Crocifisso, mostrami la tua misericordia”.

E il Signore lo prende subito in parola: «tendi la tua mano e mettila nel mio fianco», cioè, fai esperienza dell’Amore; dell’Amore che buca la carne, di quell’Amore che va al di là del dolore e della morte. Nel dire questo Gesù è come se dicesse a Tommaso, ma in filigrana a tutti: “Io sono la stessa persona che conoscevi. Mi vedi diverso, ma sono sempre lo stesso. D'ora in poi, tutti mi potrete incontrare nella fede”. Allora quel «Mio Signore e mio Dio!» che Tommaso pronuncia, diventa la professione di fede alla quale l’evangelista Giovanni rimanda tutti. Tommaso è il primo a riconoscere la divinità di Gesù quando si è presentato otto giorni dopo; gli altri che lo avevano già visto glorioso, hanno ancora timore a dire a Lui “Tu sei il mio Dio”, per questo Tommaso va oltre. La professione: «Mio Signore e mio Dio!» non è una dichiarazione di possesso; è un “mio” che proviene dallo stupore e ricalca quello di Maria di Magdala, è un “mio” mistico che vuole indicare il cambiamento della propria vita che viene riletta a partire dal Risorto. La sua vita prende un aspetto nuovo perché riconosce che il Signore ci è entrato in profondità e l’ha cambiata radicalmente. Nel nostro oggi, anche noi che ogni otto giorni viviamo la Pasqua del Signore nell’Eucaristia domenicale, siamo chiamati tutti a ripetere la frase di Tommaso, siamo chiamati tutti a dire la nostra fede in Cristo Gesù risorto. Ecco perché Tommaso è il segno, il testimone, l’icona di chi vuole superare davvero la notte; di chi, una volta che ha incontrato Gesù, cambia completamente il proprio vocabolario e gli dice “Tu sei il mio Dio”. È proprio da quel momento in poi che tutti potranno riconoscere Gesù il Dio che esce dalla propria morte e risolve anche la nostra. Se davvero crediamo in Gesù risorto, non possiamo più vivere come abbiamo vissuto fino ad oggi. È il cammino che fa Tommaso che non mette il dito nelle piaghe di Gesù, ma compie quel passo che lo fa andare oltre. Non solo lo accetta perché lo ha visto, ma lo accetta con la sua esistenza divina. Il dubbio sarà sempre di casa, come saranno di casa le domande sulla nostra fede; nessuno di noi, infatti, è al sicuro da giorni di prova e di oscurità. Le notti della mente o del cuore nella nostra vita saranno sempre presenti, ma è bello sapere che, come per Tommaso, Gesù verrà per rasserenare il nostro cuore. Ciò che dobbiamo chiedere al Signore è vivere l’esperienza della Sua relazione con noi e non i miracoli; riconoscere che la nostra vita così fragile e misera, sia messa nelle sue piaghe che ci dicono la continuità del Suo amore. Solo così potremo anche noi risorgere. Dobbiamo benedire Dio perché ci ha regalato la figura di Tommaso che è riuscito a strappare dal Signore Gesù, un’ultima beatitudine che ci riguarda tutti: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Conserviamola nel cuore questa beatitudine perché la storia che noi siamo chiamati a vivere, sarà ancora un succedersi di fallimenti e ripartenze, di errori e ripensamenti, di cadute e balzi in piedi. Il fallire e il rialzarsi rinnovati, è la via con cui la nostra storia si relaziona a Gesù Cristo che costantemente dà e ridà la vita. Ci vuole tanta fatica per arrivare a questo: tutti si figurano un Dio immenso, onnipotente, che vince a colpi di miracoli, ma questa divinità immaginaria è stata per sempre messa in fuga il Venerdì Santo. Non si fa Pasqua se non passando da questa sconfitta di Dio. Non si dà resurrezione del Signore se non a partire dalla sua morte. Esiste la fede cristiana solo guardando questo cuore aperto, unico specchio del volto autentico di Dio. Che il Signore di ogni risurrezione ci dia la forza di aderire al suo progetto di amore.

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