III Domenica di Pasqua – Anno B
At 16, 22-34; Sal 97; Col 1, 24-29; Gv 14, 1-11a

III dopo pasquaNon basta solo annunciare la Pasqua e celebrarla anche devotamente, nella Pasqua ci si entra. Nell’ultima fase dei giorni di quaresima e soprattutto nei giorni del Triduo, abbiamo avvertito forte questo invito; siamo stati come sfiorati dalla sensazione che non si può celebrare un fatto per definirlo, ma in quel fatto occorre entrarci per davvero e le letture di questa domenica ci aiutano in questo senso. Davvero l’immagine del sepolcro trovato vuoto la mattina di Pasqua, non è solo una immagine che sta sullo sfondo come scenario lontano; è qualcosa che ci dice come il futuro dell’uomo sia la Vita e non la morte. Le parole: «Vado a prepararvi un posto […] perché dove sono io, siate anche voi», vogliono comunicare proprio la realtà unica e ultima per ogni discepolo. Gesù afferma che la perennità della sua comunione con il Padre è a disposizione di donne e uomini di ogni generazione, e lo dice mentre si appresta ad avviarsi alla morte di Croce. Le parole di Gesù mostrano la via che Tommaso chiede: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Non è una semplice questione di segnaletica che indichi bene il cammino, ma la richiesta di essere nella sequela di Gesù Cristo. Infatti, solo attraverso di Lui e in Lui noi riusciremo a raggiungere il Padre. Capiamo bene allora come le parole di Gesù espresse nell’intimità del Cenacolo, non siano soltanto delle mere istruzioni che vogliono indirizzare, ma parole che chiedono adesione a Lui con le nostre opere. Non è più sufficiente vedere segni e prodigi come fossimo solo spettatori, occorre che il vedere conduca più in profondità. È il vedere della fede che porta ad una conoscenza più intima: «Chi ha visto me, ha visto il Padre»; una fede che afferra tutta la persona determina il senso vero della vita che siamo chiamati a vivere. La prospettiva nuova e piena della Pasqua che la risurrezione porta con sé, è la comunione con il Padre in Gesù; è essere pienamente figlio nel Figlio Unigenito tano amato dal Padre. Siamo chiamati a vivere l’incontro personale che ci introduce nella relazione piena: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». Le parole di Gesù quindi, non solo offrono ai discepoli una prospettiva di futuro, ma invitano fermamente a rimanere fedeli al cammino intrapreso. Gesù che ai suoi discepoli aveva detto: «Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra» (Gv 3,31) per riferirsi alle difficoltà che l'uomo ha ad oltrepassare i dati dell'esperienza sensibile, chiede di aprirsi al Mistero, al soffio dello Spirito e credere alla rivelazione che viene dall' Alto.

I discepoli, non sono poi tanto diversi da Nicodemo, e il brano del Vangelo di oggi ce ne dà conferma perché fa emergere le osservazioni di due di loro; due, nei quali tutti noi in qualche maniera possiamo specchiarci e riconoscerci: Tommaso e Filippo, due uomini generosi nella sequela, ma anche molto legati ai ragionamenti condotti con buon senso e, soprattutto, fondati sulla concretezza dei fatti. Tuttavia, per condividere con il Signore la sua vita gloriosa, essi (ma lo possiamo tranquillamente sostituire con un noi), devono anche condividere il cammino che conduce a Gesù. Vasco Rossi canta: «Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l'ha. Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l'ha»; se il bisogno della ricerca di senso è ritenuto valido dai poeti e menestrelli di oggi che riescono a leggere il periodo che stiamo attraversando, noi, forti delle parole di Gesù, diciamo che un senso la vita ce l’ha già e la via, alla luce della Pasqua di Gesù, è molto chiara. Se è vero per noi quanto detto da Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita», allora è nel Signore Gesù che indirizziamo il percorso della nostra esistenza per non perdere la luce che la meta presenta anche quando il cammino diventa complicato per la nostra fragilità che aumenta la fatica e appesantisce il nostro passo. Solo così la Pasqua entra nella nostra carne, entra nella nostra vita e la cambia. È davvero così per noi? Perché, se noi avvertiamo che tutto ciò è vero, anche se camminassimo «per una valle oscura» nessun male che attanaglia può renderci schiavi, perché ci dice il Signore: “Io sono con te, sono il tuo sostegno e il tuo vincastro” (cfr sal 22). Questo è il senso delle parole: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» dette da Gesù prima di avviarsi alla morte e alla morte di Croce. Ci chiede di avere la fede che ci porta a Lui sempre ed in ogni caso. Certo, turbamento, apprensioni, delusioni non abbandoneranno mai la nostra esistenza perché si insinuano nella vita di tutti, ma è consolante sapere che il Signore ripete ancora ad ognuno di noi: «Non sia turbato il vostro cuore». Le difficoltà rimangono e la strada spesso è comunque irta e stretta, ma abbiamo un Alleato che vuole esserci sempre accanto. Non è buonismo perché la relazione con Gesù non è riducibile ad un semplice accostamento, ma al conoscere che fa vivere un’esperienza vivificante ed esistenziale di Lui. Solo Lui, infatti, è: «la via, la verità e la vita». Il cuore che non è turbato non è il cuore di chi non prova difficoltà; il cuore che non è turbato è il cuore di chi vive le cose di ogni giorno, ma le vive avendo speranza di arrivare ad un mondo migliore; le vive con la certezza di camminare sapendo che Dio c’è e non abbandona mai. È bellissima, infatti, l’immagine del tornare a prenderci per portarci dove è Lui per averci con sé “nella casa del Padre”. Gesù stesso è la casa di Dio è chi è unito a Gesù dalla fede, diventa anche luogo in cui il Padre, il Figlio e lo Spirito pongono la loro dimora. Ci è chiesto di entrare nella costruzione della dimora spirituale come vere pietre vive e attive (cfr 1 Pietro 2,5) che l'amore di Dio costantemente modella nella sua grande bontà. Egli che ci ha aperto le porte della sua casa nella creazione, ci ha riammessi dopo la nostra fuga per mezzo del Figlio prediletto che ha dato la sua vita per amore e che vuole abitare nei nostri cuori per mezzo del suo Spirito effuso dalla Croce. C’è dunque una chiamata alla mediazione, una chiamata a passare attraverso l'uomo per arrivare a Dio. Sant'Agostino diceva: "Passa attraverso l'uomo e vieni a Dio. È per mezzo di lui che si va e a lui che si finisce. Non andate altrove a cercare un'altra via per venire a lui all'infuori di lui" (Ser 141). E ancora nello stesso sermone dice: "È meglio zoppicare lungo la strada che uscire dalla strada". Ecco, accingersi a compiere il primo passo per intraprendere il cammino, il rischiare un primo tentativo di accostarsi al mistero di Cristo anche se nel buio e a tentoni, è già volontà di essere nella verità e ricevere la caparra della vita divina. Dio, infatti, è già presente sin nelle prime fasi della nostra ricerca. Cercare il bene e la pace è già percorso di ricerca di Dio, ma siamo ancora lontani dall'aver finito di percorrere quel sentiero per la buona ragione che è eterno come eterna è la meta verso cui Gesù ci conduce! Allora, mi sembra bello il modo suggerito dal filosofo francese Jacques Maritain il quale faceva dire a Gesù: “Non cercatemi dove abito, ma là dove amo e sono amato, là è la mia casa”.

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