IV Domenica di Pasqua – Anno B
At 20,7-12; Sal 29; 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30
L’immagine che il Vangelo fa emergere del Pastore buono (meglio sarebbe dire bello), è la sensibilità della relazione. Gesù, dopo aver detto di essere la porta delle pecore, dopo aver raccontato dei lupi e dei mercenari che predano e abbandonano le pecore, dopo che ha annunciato di dare la propria vita per poi riprenderla, dopo tutto ciò, Gesù conclude con questi tre versetti che la liturgia oggi ci fa ascoltare. La relazione pastore e pecora di cui Gesù ci parla, ha dei tratti caratteristici che sono quelli più belli, primo fra tutti l’ascolto: «Le mie pecore ascoltano la mia voce». Sono parole che ci devono far riflettere sulla qualità del nostro ascolto che è un’arte essenziale per la relazione. Se ci fermiamo un istante , scopiamo come solo la voce della madre calma il pianto del bambino; il bambino non capisce il significato delle parole che a lui sono rivolte, ma coglie il legame che quella voce esprime che via via si fa sempre più forte: la voce infatti, chiama, custodisce, rassicura. La voce è al tempo stesso suono che presenta un timbro identificabile per la sua modulazione che permette una risonanza intima che dice volontà di vicinanza, dice sicurezza. Le pecore, dunque, non sono estranee a quelli che altrove il Vangelo chiama "piccoli": «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli! Sì, Padre, perché così ti è piaciuto!» (Lc 10,21). Ascoltare allora, non significa semplicemente udire, ma avere quell’interiore disposizione che è propria di colui che vuole aprirsi all’altro. Colui che non riesce ad ascoltare così, probabilmente rischia di rimanere persona isolata e tagliata fuori. Se non si è capaci di ascolto, cioè se non si trattiene nel proprio cuore la Voce del Verbo (cfr prologo di Giovanni), saremo uomini e donne condannati a vivere la propria esistenza da persone isolate perché chiusi alla stessa musica di Dio che genera legame. Per questo il brevissimo brano che indica il rapporto veritiero tra il Pastore, le sue pecore e il Padre, deve far tornare a ciò che si è vissuto nei giorni della Pasqua. È la Pasqua che apre al nuovo modo di essere; il Vangelo odierno è come uno stretto passaggio di montagna che una volta superato, apre ad un panorama che prima si poteva solo intuire. Gesù, uscito vittorioso con la propria risurrezione dalla prova assoluta della propria morte in Croce, spalanca l’orizzonte nuovo a tutti: «Non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano».Il vincolo di appartenenza delle pecore a Cristo è sempre forte, ma rimane nascosto perché è promessa di pace, di gioia e oggi, concretamente, Gesù chiama per nome ciascuno di noi a seguirlo per aprire con noi un cammino in cui la promessa antica, che è la protezione amorevole, benevola e promettente del Padre, si incarnerà nella nostra vita: «Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre».
Lì la nostra vita si rivelerà come vita riconciliata; una vita continuamente generata in Gesù Cristo in grado di trionfare sulla morte che l’isolamento porta con sé. Allora, fare spazio alla Parola che è il Signore, chiede sempre la libertà della relazione con l’altro. Credere che la Vita ci raggiunga deve portare necessariamente la nostra strada sulla strada di tutti gli altri così che, la possibilità dell’ascolto diventi esperienza di ciascuno di noi. Gesù identificandosi come il Buon Pastore, ci parla del rapporto molto personale e intimo che vuole avere con noi; non si descrive come un custode che obbliga a fare questo o quello, quanto piuttosto il Pastore che camminando davanti alle sue pecore, permette a tutte di seguirlo. Infatti, l’ascolto scalda e muove il cuore perché crea relazione. Nasce qui la fede, nasce da questa corrispondenza. La nostra fede, infatti, è vera proprio nel momento in cui riusciamo ad essere in Lui con tutto il nostro vissuto e il nostro presente. La voce di Gesù è voce libera, è voce altra, è voce che sempre invita anche coloro che sono nel rumore della vita frenetica; rispondere però a questo invito non è sempre facile perché spesso ci troviamo a vivere situazioni di difficoltà, di dubbio, di sofferenze. Sapersi conosciuti dal Signore fa davvero cambiare il clima spirituale nel rapporto con Lui, è infatti difficile riuscire ad appassionarsi di una cosa anonima e incolore che non ha spessore, che non ha intensità. Qui c’è intensità, c’è spessore; domenica scorsa Gesù ci aveva detto «vado a prepararvi un posto […] vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv14,3); oggi ci dice che «nessuno strapperà [le mie pecore] dalle mani» perché è «il Padre mio che me le ha date». È immagine che da una parte dice l’intensità della relazione che Gesù vuole avere nei nostri confronti, e dall’altra ci coinvolge perché siamo rassicurati dal fatto che nessuno di noi è persona invisibile senza un volto e senza un nome, e nessuno di noi può ritenersi così tanto misero da non essere strappato o salvato dall’abbandono (cfr Lc 15, 1-7). Le prove della vita entro cui siamo o potremmo entrare, sono ardue e pesanti; la paura di non farcela, il timore di non reggere il peso del loro susseguirsi, sono però attraversati dalla parola del Figlio Unigenito che si fa carico di noi. Il nostro nome, la nostra vita, sono scritti nel Suo cuore e se ascoltiamo e aderiamo a Lui Buon Pastore, anche noi saremo al sicuro perché ognuno di noi ha la dignità di essere amato e cercato dal Signore Gesù. Sono soltanto tre versetti, ma sono ricchi di tanta verità. Ci basta davvero questa risorsa e noi conosciamo la serietà di queste parole nella stessa Pasqua di Cristo: lì è il passaggio, ed è un passaggio che supera ogni visione umana, supera ogni confine perché è Amore che si dona per cambiarci la vita. Chi chiude la porta alla chiamata di Dio consapevolmente e ripetutamente, perde questo dono, perde il suo legame con Gesù e, come ci insegna la parabola del Figlio prodigo, va a soffrire in altri pascoli che lo lasceranno vuoto e che non gli daranno nessuna prospettiva di vita (cfr Lc 15, 11-32). Solo Gesù Cristo è capace di dire: «Io do loro la vita eterna» (Gv 10,28).
