V DOMENICA DI PASQUA – ANNO B
At 7,2- 8.11-12a.17.20-22.30-34.36-42a.44-48a.51-54; Sal 117; 1Cor2.6-12; Gv 17,1b-11
Passi, esperienze e poi testimonianze a partire dalla profonda riflessione di Stefano che si aggancia alla preghiera di Gesù espressa nel Vangelo. La prima e la terza lettura sono da intendersi fondamentalmente due testi di addio; il primo evidenzia la testimonianza del diacono Stefano di fronte all’intero Sinedrio; la sua è attestazione appassionata, coraggiosa e incalzante tanto che i membri del Sinedrio non la sopportano e arrivano ad essere: «furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano». Stefano ha ben presente la portata delle proprie parole; in gioco c’è la verità della persona di Gesù che lo porta a mettere in secondo piano anche la sicurezza della propria vita. Avverte fortemente l’urgenza di dire quelle parole che ha fatto sue al punto di essere disposto a rendere la testimonianza estrema che è insieme drammatica e commovente. È davvero testo ampio che occupa tutto il capito sette del libro degli Atti degli Apostoli, ma è testo che, ascoltato come il commiato di un testimone, passa immediatamente nel cuore e fa dire a coloro che lo ascoltano: “questa è fede sincera”. La Pasqua, dunque, come esigenza di verità che deve essere raccontata e testimoniata perché è ciò che l’amore del Signore ha operato verso tutti. Stefano ci dice che la Pasqua chiede la libertà del proprio cuore per essere accolta, per questo anche noi ci lasciamo condurre dal Signore, affinché, di domenica in domenica, celebrando la Pasqua settimanale, possiamo diventare uomini e donne di fede che si fanno testimoni. Questo è il miracolo che ancora oggi si compie. Non è richiesto il martirio, ma è chiesta la libertà appassionata di essere guide a coloro che ancora sono nel dubbio. Anche Paolo celebra questa straordinaria bontà solidale di Dio e scrive ai Corinti: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». È affermazione che proviene direttamente dalla Pasqua di Gesù; noi stessi, nel nostro piccolo, l’abbiamo rivissuta nella sua verità durante tutto il triduo pasquale: la “follia”, lo scandalo di Dio ci ha raccolti dalla dispersione e ci ha aperto le porte della sua casa. Noi veneriamo e celebriamo il Crocifisso; Lui non ha esitato a staccarsi dalla sua condizione originaria (cfr Fil 2,6) per essere Amore incondizionato nella follia della Croce. È questo, un fatto che non ha senso secondo la razionalità umana; dice bene Paolo è follia, è non sapienza per coloro che si basano sui ragionamenti, ma questa è la Sapienza di Dio. Paolo dice ai Corinti e oggi a noi, che la Pasqua di Gesù è il dono per eccellenza e che tutti possono ripararsi in esso. Se siamo in grado di rispondere alla convocazione che lo Spirito ci fa per celebrare insieme la Pasqua settimanale, è perché anche noi siamo stati raggiunti dalla Sapienza appresa dai Vangeli: lì abbiamo accolto Gesù di Nàzaret come il volto misericordioso di Dio Padre. È dunque Sapienza che convoca e non si stanca di invitare; è Sapienza che mette nel cuore la certezza di compiere la strada giusta della salvezza. La Pasqua, ci dice ancora Paolo testimone del martirio di Stefano, è lo svelamento di questa Sapienza; la Pasqua permette a tutti di trovare la vita, e il Vangelo ci mostra proprio questo. Il discorso che Gesù fa è sì brano di commiato, ma si sviluppa come preghiera verso il Padre. Sono parole che ci giungono affinché anche noi le possiamo vivere come le ha vissute Gesù, e dopo di Lui, anche i testimoni della fede. È dunque, preghiera da interiorizzare per poterla vivere anche noi perché le parole di Gesù ci pongono direttamente in dialogo con il Padre. È testo davvero denso di significato tanto è intensa la consegna al Padre: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te».
Cosa è la glorificazione chiesta da Gesù? È la vita donata per le creature che erano del Padre, ma che con il peccato si sono allontanate da Lui; il Figlio le riconduce al Padre mediante il sacrificio della propria morte in croce. Non è dunque gloria che manifesti potere, ma è consegna di se stesso che solo l’Amore verso il Padre permette. Gesù sa essere nel cuore del Padre e vuole che tutti abbiano la vita. Si rimane senza capacità di parola di fronte a tutto ciò; lo stupore per la “follia” di Dio, fa esultare di gioia donne e uomini la cui ricchezza è solo la loro grandissima fragilità di vita; è esultanza di gratitudine senza limite. Gesù sta parlando di noi: «Erano tuoi e li hai dati a me»; l’appartenenza è scritta nel cuore del Signore e questo ci dice che siamo per Lui il volto più caro. L’intensità delle espressioni usate è davvero straordinaria: lì avvertiamo di essere rintracciati nelle nostre periferie desolate e accolti, conosciuti e condotti dal Signore Gesù al Padre. Non sono dunque solo parole che riguardano i discepoli di allora che erano presenti e che hanno potuto ascoltare, ma è preghiera che aiuta tutti i discepoli a comprendere la loro esistenza nella sequela del Maestro di Nazaret. Gli Apostoli, fedeli alla missione loro affidata (cfr Mt 28), hanno raccontare ciò che avevano udito (cfr 1Gv 1), affinché tutti potessero essere in quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap.7,9), per aver abbracciato e vissuto la sequela di Gesù. Allora è così che dobbiamo leggere la preghiera di Gesù e il discorso di Stefano; leggerli per ricomprenderci uomini e donne di fede che, pur vivendo nelle contraddizioni delle proprie fragilità, si fanno discepoli e testimoni. Bella infatti è l’espressione commovente di Gesù: «Io prego per loro»; intercede per noi al punto che chiede di custodirci: «Custodiscili nel tuo nome». Custodire nel tuo nome è come dire custodisci nel tuo Amore. Dio è Amore (1Gv 4,8), e la richiesta di custodire nel tuo Amore è richiesta che nessuno vada perso di quanti vogliono abbracciare Gesù Cristo che, con il proprio sacrificio, li conduce al Padre (cfr Gv 10, 14-18). Essere nelle mani del Padre come gioiello preziosissimo di cui non ti vuoi liberare. Il Signore Gesù chiede però che: «siano una sola cosa, come noi»; è l’augurio di una fraternità vera, una comunione profonda che dice la reciproca appartenenza e faccia vivere la presa a carico l’uno dell’altro come ciò che di più prezioso si ha. È preghiera talmente profonda che davvero conduce immediatamente al dialogo con il Signore perché sono parole dette per gente che si ama. Lo possiamo sperimentare anche noi quando preghiamo per i nostri i nostri nonni, per i nostri genitori, per i nostri figli, per i nostri nipoti e per i nostri morti, o quando preghiamo per chi ci sta acanto, per il mondo di oggi, per i poveri di oggi, o quando preghiamo per chi è sulle barricate della guerra e dell’odio e sta sperimentando solo violenza. Sentirsi custoditi dal Signore, è pregare con questa libertà, nominando coloro a cui vuoi bene, dicendo al Padre che anche loro sono suoi anche se, provvisoriamente, li ha affidati a noi. È preghiera di riconsegna che esprime l’essere «una sola cosa». «Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre», così pregheremo con il salmo. È un cammino di abbandono umile al Padre che ama sopra ogni cosa, uno stile di vita e di verità, uno stile di vita ancorato alla Parola e alla preghiera di Cristo. Sia davvero questo per ciascuno di noi, il dono che ci fa vivere continuamente l’intensità della Pasqua del Signore.
