DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20
«Nova franchigia annunziano | i cieli, e genti nove: | nove conquiste, e gloria | vinta in più belle prove» (Pentecoste, A. Manzoni vv 73-76). Sono parole che esprimono la sensazione bella che l’autore sperimenta nel raccogliere intimamente gli effetti dell’annuncio degli Apostoli che, rivolgendosi a tutti gli uomini, ai liberi e agli schiavi, ai ricchi e ai poveri, alle spose e alle vergini, ha raggiunto tutte le regioni della terra. Ma, prosegue il Manzoni, occorre pregare costantemente lo Spirito Santo affinché i cuori quasi estinti dalla fragilità umana, siano rianimati per volgersi a loro volta ai vinti, per consolare gli sventurati e invocare che il sentimento della pietà alberghi anche nei cuori dei potenti. L’umanità, redenta dal Salvatore, non ha in sé la forza di conservare la grazia: il corpo è debole e le tentazioni della terra sono tante; perciò, occorre che il miracolo della Pentecoste, della discesa dello Spirito Santo in soccorso dell’uomo, si rinnovi quotidianamente. La promessa di Gesù del dono del Paraclito, ci ha permesso di non sciogliere il legame con il Signore dopo la sua Ascensione al cielo e oggi quella promessa si avvera. È il testo di Atti a raccontare quella giornata; sottolinea come che quel luogo in cui si sono spalancati loro orizzonti diversi, sia davvero il luogo comune del loro ritrovarsi e della loro quotidianità. I segni descritti dicono di una esperienza unica e totalizzante perché viene impressa in loro la forza e la sapienza di Gesù stesso. L’esposizione della lunga serie di gente diversa per etnie, provenienze, età, mostra come il dono dello Spirito permetta agli Apostoli di parlare a tutti e a tutti di capire nella propria lingua ciò che veramente è stata la Pasqua. Quel giorno era il giorno di Pentecoste, la festa in cui gli Ebrei ricordavano il dono della Torah, la Legge che doveva permettere a tutti di vivere la comune esperienza di fratellanza. Non è dunque un fatto casuale, ma è fatto che ci ricorda come il dono dello Spirito, renda tutti coloro che ascoltano e accolgono la Parola di Dio, comuni figli della Risurrezione di Cristo. Qui si ricompone l’affidabilità dell’intendersi, dell’ascoltarsi, dell’accogliersi reciprocamente smarrito il giorno di Babele. E Paolo mostra come l’estrema varietà dei doni dello Spirito presenti nella prima Chiesa, oggi anche noi siamo chiamati a riconoscerli vivi e presenti nei tanti avvenimenti che avvengono nella Chiesa, nelle case, nelle famiglie, nei gruppi, nella realtà. Sono i segni della Presenza dello Spirito del Risorto che invita ad una convergenza sul Vangelo di Gesù. L’invito allora è di non disperdersi arroccandosi sulle proprie posizioni e custodendo egoisticamente il proprio carisma, ma a mettere in comune la propria ricchezza che lo Spirito affida, per il vantaggio di tutti. La promessa: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi» (Gv 14,18), è promessa che ciascuno deve poter fissare nel proprio cuore, perché dice di un ruolo per tutti. È vero, noi non siamo stati testimoni diretti delle cose prodigiose e straordinarie fatte da Gesù, ma abbiamo la possibilità di ascoltare la Parola del Vangelo immersi nei nostri contesti, nelle nostre case, nei nostri affetti. Come per gli Apostoli, anche noi viviamo la nostra ferialità e non abbiamo nessun bisogno di essere catapultati in una solennità di luogo per poter cantare: «Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra». È lo Spirito che dimora in noi a consegnarci questo, e lo stesso Spirito ci spinge a dire con il salmista: «A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore». Lo Spirito è il soffio divino che ha sempre accompagnato Gesù a farsi carico come Uomo dell’uomo prostrato a terra schiacciato dalla schiavitù del peccato; Egli è Colui che ha mantenuto vivo il fuoco dell’Amore che continuamente arde nel cuore del Signore Gesù.
«Non vi lascerò orfani: verrò da voi», oggi si fa concretezza e realtà anche per la nostra vita; lo Spirito che abitava Gesù, oggi si fa dono e dimora in ciascuno di noi affinché la passione ci faccia ardere il cuore. Ci è chiesto, come discepoli veri del Signore, di avere lo stesso Suo sguardo sul mondo, sulla storia, sugli altri. Lo Spirito di Cristo ci convoca ad essere persone aperte verso tutti coloro che ci circondano liberandoci dalle paure. Ormai inscritto nel cuore di ogni essere umano, ci apre ad una nuova fraternità così che la salvezza dell'uno non sia più estranea all'altro. Attraverso il legame dello Spirito, qualcosa dell'altro ci viene comunicato e anche l'altro riceve qualcosa da noi. Questo è il mirabile mistero di comunicazione delle ricchezze spirituali e umane, il mistero della bellezza, il mistero della comunione di differenze. Siamo chiamati ad essere figli di Dio che sanno incontrare gli altri senza essere costretti a conformarci al modo di vivere del mondo che ci circonda. C’è poi un secondo aspetto che lo Spirito ci consegna in questa nuova alleanza: il dono della parola e dell'ascolto: «Li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,11). Parlare ed ascoltare nello Spirito sono due realtà inseparabili. Solo chi sa ascoltare può parlare; diventiamo Uomini e donne della Parola, perché lo Spirito ci apre alla comprensione della Parola accolta dall’annuncio di Altri. La Pentecoste, il dono dello Spirito, ricompone tutto; a tutti è data la possibilità di conoscere che la Parola del Vangelo non è monopolio per nessuno, ma grazia per tutti. Questa è la sfida reale che il mondo e la storia pongono anche oggi a tutti noi. Chiamati a testimoniare un altro modo di intendere la vita, un altro modo di attuare il rispetto e l'amore reciproco, il perdono e la misericordia senza rassegnarci allo stile di vita del mondo e senza ritirarci da esso. Dunque, essere testimoni della fede in Gesù Cristo in mezzo agli uomini al di là delle nostre forze, perché è la forza dello Spirito che ci dà l'opportunità di vivere così. Tanto è vero questo che gli Apostoli escono allo scoperto e non hanno più paura perché hanno vinto la morte dentro. Se la Pasqua del Signore è liberazione dal peccato e chiamata a salvezza, la Pentecoste è liberazione dalla paura umana che fa cadere senza la possibilità di potersi rialzare. A volte siamo tentati di ritirarci da questo mondo, di ritrovarci solo tra noi per costruire una piccola società che vorrebbe essere separata dal resto della società, dalle sue aggressioni e dai suoi pericoli. Lo Spirito di Cristo non ci chiama a vivere l’atteggiamento di un popolo assediato, chiuso e barricato; ci chiama ad essere uomini e donne aperti a tutti. Ci è chiesto di lasciarci imbrigliare dal vento nuovo dell’Amore che fa superare le difficoltà. È difficile? Sì, ma non è impossibile! Lo Spirito Santo ci dice, "tu sei in me e io in te"; lo Spirito che ha animato Gesù, che lo ha spinto per le strade della Galilea ad incontrare gli altri, vuole animare anche noi per farci amare. Lì troviamo l’antica serenità che fu degli Apostoli. È giorno grande questo, è giorno di gioia; il Signore ci visita ancora con la solidarietà e la vicinanza del suo Spirito. «Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia» coloro che ascoltavano gli Apostoli; anche noi oggi viviamo quella stessa gioia e lo stesso stupore di riuscire ad accogliere Colui che viene a noi, il Risorto. Egli viene a noi tutti i giorni attraverso la sua Parola e nella forma del pane e del vino che riceviamo in comunione nonostante tutta la nostra povertà e tutta la fragilità dei nostri peccati che tendono ad allontanarci dal Padre.
