SS. Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo – Anno B
Es 24,3-8; Sal 115; Eb 9,11-15; Mc 14, 12-16. 22-26

Cdom2023Il Vangelo secondo Marco che oggi accogliamo, ci mostra un dettaglio che sembra scivolare via; Gesù, rispondendo alla domanda dei discepoli che avevano chiesto dove voleva che si preparasse la Pasqua, dice: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo». Questo è dettaglio che non è privo di un rimando; ci ricorda un altro passo del Vangelo, quello secondo Giovanni in cui Gesù chiede dell’acqua ad una Samaritana. L'acqua è vita, e l'uomo che porta l'acqua è colui che è in cerca di vita; ma cos'è la vita? La vita non è il vivere ciò che ci viene riservato, siano essi eventi fausti o infausti (le gioie e i dolori richiamati dal proemio della Gaudium et Spes) facendo in modo che tutto diventi memoria, ma più in profondità la vita è dono; dono di sé anche se le fragilità e le miserie camminano con noi. È il dono di sé che ammette alla famigliarità di Dio e Gesù Cristo ha vissuto proprio così. In quel «seguitelo» pone il significato e la grandezza della Sua vita che vede il recupero della dignità originaria dell’uomo. La lettera agli Ebrei ci dice proprio questo, ci dice che la vita di Gesù Cristo è stata dono totale che ha preso le mosse dall’ascolto radicale del Padre. E come Mosè «Andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme» per proclamare la solidarietà del Signore, il sangue asperso sul popolo sugellerà questa alleanza. Non siamo però noi a fare un'alleanza con Dio, ma è Lui che sempre fa il primo passo e si impegna. Il rito del sangue significa che questo impegno è "per la vita e per la morte". Dio rimane sempre fedele alla sua promessa a tal punto che Gesù sarà il mediatore perfetto tra Dio e gli uomini. Le sue parole saranno parole di vita donata che fa ottenere a tutti coloro che lo vogliono seguire, la vita eterna. Non, dunque, con il sangue di tori, ma con il proprio sangue e nella compassione. Il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti è la vita donata che prende le mosse dalla Pasqua di Gesù. Così, celebrare l’Eucaristia che è Corpo e Sangue donato, rinnova costantemente il mistero della Nuova Alleanza verso tutti perché tutti sono ammessi a quel Sangue. Da lì riceviamo la forza per la celebrazione della nostra vita come dono. È così che entriamo in comunione con Dio. Non dobbiamo dimenticare che siamo impegnati "per la vita e per la morte".

Non possibile essere in comunione con Lui senza essere in comunione con i nostri fratelli e sorelle. Qualunque siano i nostri talenti o i nostri carismi che abbiamo ricevuto e di cui siamo custodi, l’azione eucaristica ci dice che occorre spenderli per sollevare la vita dell'altro che è a sua volta mendicante come noi di ciò che l'Altro, che è Gesù Cristo, è custode e che ci manca. L'Eucaristia è questo, è ringraziamento perché siamo ammessi al Dono per farci noi stessi dono. Prepariamo dunque la stanza del nostro cuore a vivere alla presenza di Dio ogni momento e in qualunque situazione. L’Eucaristia ci fa vivere l'unificazione dei cuori attraverso quel po' di pane e quel po’ di vino che sa renderci tutti famigliari. Il dono di sé è nelle pieghe della vita quotidiana che siamo chiamati a percorrere nella storia. Essere ammessi a quel Sangue vuol dire vivere bene con carità la nostra vita nell’amicizia offerta, nella vita coniugale, nella vita della comunità che ha vede i propri risvolti nella politica, nella economica, nella cultura spesa per il bene comune. Qui è il luogo in cui ci si aspetta, qui è in cui si può vivere la famigliarità con Dio che in Gesù chiede: «Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». Ci riconosciamo aspettati in quel luogo che per noi si fa casa. Notiamo che Gesù invita tutti i suoi discepoli in quel luogo, anche colui che poi lo tradirà. Invita la fragilità umana che non sarà in grado di tenere il passo della sua Passione. Questo è il modo di Gesù di preparare la Pasqua; farci sentire attesi e ospitati nel suo amore, affinché sgorghi in noi il desiderio di diventare a nostra volta, capaci di ospitare e di accogliere per far sentire a casa i nostri fratelli. Penso che, se riusciamo ad immaginare i volti dei discepoli di quella sera, riusciremmo a leggervi la paura di non farcela, la tristezza e il pericolo della dispersione. Preparare la Pasqua per il Signore, dunque, è lasciare che la nostra libertà, pur fra tantissime inquietudini, dica: “Signore ti seguo” sapendo che l’andare al monte degli ulivi dopo aver cantato l’inno, come ci dice Marco, è segnale che la Pasqua, la Pasqua fatta da profonde sofferenze e apparenti sconfitte, si sta presentando a Lui con veloci passi. Qui ci accorgiamo come Gesù non voglia rimanere solo. Altre volte si era staccato da loro per andare a pregare in luoghi deserti (cfr Mc 1,35) o salire il monte (cfr Mc 6,46); nel Getsemani Gesù ci entra con gli amici Pietro, Giovanni e Giacomo affinché stiano vicino a Lui. Non è un dettaglio che poi sviluppa il racconto, ma ci vuole dire che non solo siamo chiamati ad essere fedeli nel momento in cui ci si trova insieme per preparare la Pasqua con Lui, ma che quella fedeltà deve esprimersi come un comandamento dell’amore anche nelle fragilità che si vivono. Lì c’è chiara la richiesta di Gesù, un dire a tutti: “quello che io faccio, il dono della vita, fatelo anche voi in mia memoria”. Fare la sua memoria è invito ad amare, a far fiorire la nostra vita con i segni inconfondibili del Vangelo; segni buoni, segni che sanno perdonare, che sanno gioire, che sanno sorridere, che sanno condividere e stare accanto. La si prepara così la Pasqua, e per questo siamo di nuovo convocati alla frazione del Pane che è corpo spezzato che viene dato anche a coloro che poi tradiranno e questo è davvero sorprendente! Non importa tanto il fatto che siamo tutti nella fragilità del tradimento, la nostra riconciliazione è data dal mangiare ciò che Egli è e ci dona, assimilando quell'amore che ci restituisce all'Alleanza e al perdono. Noi, così traballanti, così infermi, così peccatori, siamo chiamati a diventare – paradosso sorprendente – la sua carne glorificata nella sua Pasqua. La comunità riunita è il cuore della sua esistenza; con la sua preghiera e la sua vita è memoria vivente del Cristo vivente. Crede in Lui, celebra la sua morte e resurrezione. La rappresenta al vivo davanti agli occhi degli uomini. Dio si fa pane, cioè, vita; Dio si fa vino cioè gioia. Non è questione di obblighi o di precetti, ma convinzioni radicate nel cuore che guidano e orientano la nostra vita. È pane indicato come ‘corpo’ che parla di Dio, che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane e per questo lo custodiamo nel tabernacolo. Lo si può sempre visitare dato che è segnalato con una lampada accesa. Egli non è il divino prigioniero al quale avvicinarsi per offrirgli consolazione, ma a Lui si va per riceverla perché ci dona sempre il suo Spirito. Ci si avvicina nel silenzio e nella discrezione per raccomandare persone anche versando lacrime. A Lui si fa appello per avere la forza di affrontare il dolore, la prova, la solitudine e per questo lo portiamo ai nostri fratelli ammalati.

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