III DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO B
Gen 2,18-25; Sal 8; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

III dopo pentecoste«Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32). La parola mistero può trarre in inganno se la rendiamo solo sinonimo di incomprensibile. Il mistero non indica una realtà incomprensibile, ma al contrario, una realtà che va al di là di ciò che le nostre parole e solo le nostre parole possono spiegare; è una realtà che possiamo guardare, ascoltare, toccare e persino sentire, e di cui arrivare alla comprensione solo impiegando tutto il nostro essere, tutto ciò che siam. È dunque, una realtà che richiede silenzio e contemplazione così che possa illuminare la mente ed infiammare il cuore affinché la nostra volontà sia rafforzata. Vi è una forza estranea a noi che rende possibile questo ed è forza che incoraggia ad avanzare con sempre maggiore fiducia nella fede. Questo è ciò che ci vuole dire Paolo nello scritto che oggi leggiamo. È vero, il linguaggio usato da Paolo non è esattamente il linguaggio che useremmo oggi per significare la bellezza del rapporto tra sposo e sposa. La cultura che esisteva allora non è la nostra cultura, ma anche in una pagina come questa si innalza il guizzo della parola di Dio. Il riferimento, per capire la profondità, la fecondità del legame sposo-spasa, è introdotto da una frase totalmente inaspettata che lo stesso Paolo chiama il mistero grande: è l’amore di Cristo per la Chiesa. Questo è il paradigma, il riferimento che davvero non ci si aspetta. Una profondità di pensiero che illustra la densità e la totalità dell’amore della Croce per la propria sposa, questo è quanto Paolo ci chiede. È libertà che nasce nel cuore di due persone che si fa vincolo stabile di un cammino di vita e che abbia l’intensità con cui Gesù Cristo ha amato noi. È difficile sentire una parola di augurio più bella e profonda di questa, anzi, qualche volta ci spaventa, ci sembra troppo, ma questa è la sorpresa della parola del Signore. È una sorpresa che allarga il cuore, che apre ad uno scenario per il quale si arriva a riconoscere che quell’augurio è davvero fondamentale. Creare e vivere il clima di comunione è la base generativa della famiglia; non è soltanto parola detta l’uno all’altro, alla coppia, è parola che dice come la vita di famiglia vissuta con quella esperienza richiamata da Paolo, non è esperienza solitaria. L’uomo è creato per la comunione dice il testo di Genesi e Gesù riprende questa parola e la rilancia nel suo Vangelo. La consegna, il dono, la chiamata, è per qualcosa che nella vita diventa definitivo.

Diventa qualcosa che nessuna situazione della vita dovrebbe poter distruggere perché il vincolo è l’amore stesso che richiama e protegge. Lo stesso Gesù lo spiega ai suoi interlocutori dicendo che Dio ha fatto fare un percorso di pedagogia lenta al suo popolo per la durezza del loro cuore, ma non sono mai state cancellate le condizioni iniziali; esse sono sempre state presenti e adesso, con la presenza concreta del Figlio di Dio, quelle condizioni possono essere vissute rendendo tangibile il sogno originario di Dio. Gesù invita ad andare oltre la durezza del cuore per ripristinare la modalità originaria dell’essere coppia. È così che si presenta la duplice faccia del Vangelo. È proposta di un cammino di perfezione che vada oltre la durezza del proprio cuore per assimilare con l’aiuto dello Spirito del Risorto, l’amore trinitario di Dio stesso. Una prospettiva che può apparire esigente, ma che si fonda sulla grandezza dell'uomo e della donna creati a immagine di Dio (Gen 1,27). Una grandezza che si rivela nell’eccellenza del loro amore, nella solidità della loro fedeltà e nella loro fecondità. Una grandezza che non si perde mai di vista, nonostante le ferite e i fallimenti dei singoli e delle coppie nella loro storia.
Una prospettiva impegnativa ma anche piena di speranza. Quando sposa l'umanità, Dio non si riprende il suo amore e la sua fedeltà, non la manda via e non è mai adultero con lei. Quell’essere una sola carne: «non sono più due ma una sola carne», è per dire l’intimità della relazione che vale per sempre: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». È vero, la nostra è la cultura della provvisorietà, della liquidità; assistiamo al fatto che per fare i passi più seri della vita abbiano bisogno di provare. Noi stiamo assistendo, all’interno del nostro contesto di storia, tutta la drammaticità di questi stili di vita; non è il puntare l’indice per accusare, ma è la lettura che la società di oggi ci propone. Lo leggiamo con un profondo senso di sofferenza, ma come cristiani toccati dalla grazia del Signore, siamo fiduciosi che il Signore continua a donarci il suo amore per farci compiere questo cammino. Sono le parole di Colui che ama totalmente l’uomo, ama la vita dell’uomo, ama le case, ama il clima di comunione, ama e per questo continua a parlarci così. La parola di Gesù vuole ricondurre ad una definitività di appartenenza «una sola carne» perché «non sono più due» e questo è per sempre. È parola forte che continua ad accompagnare l’augurio di un cammino. La Parola di Dio ci consegna allora il sogno di Dio sul cammino dell’uomo già scritto nelle prime battute del testo di Genesi: «non è bene che l’uomo sia solo». È davvero il sogno vero di Dio e io credo che tutta la vita, nelle condizioni più diverse, specificamente nella condizione del matrimonio, questo sia davvero il riferimento più importante e prezioso, quello che poi ispira scelte, comportamenti, dimensioni, atteggiamenti sinceri di vita. La prima e indiscutibile strada che dà verità e volto alla dichiarazione di Dio, è esattamente quello della scelta del matrimonio. Attraversare l’esperienza di vita come questa che tocca moltissime persone, moltissimi noi, vuole dire dare corpo al sogno di Dio mediante l’espressione concreta di comunione che dica intimità. Del resto, non diciamo che il modello per eccellenza della comunione è l’amore trinitario? È incontro talmente importante che nessuno è autorizzato a farlo fallire. Ma il sogno di Dio è anche per chi nella vita, è convocato per vivere altro. Penso alla scelta di dedicarsi esplicitamente, nelle modalità di vocazione diverse, a Dio. Non è per avviare un cammino di solitudine nella vita, non è questo il sogno di Dio; se mai, il rapporto di comunione profondo con Dio diventa talmente vero e talmente serio che poi nella vita si è chiamati a vivere ospitando i problemi, le attese, le lacrime di persone che si avvicinano e che poi, nella personale preghiera, ci si fa carico. È chiesto a tutti di non chiudersi mai nella solitudine come non è possibile vivere rinchiusi nel circolo io e il mio Dio! Il mio Dio non lo si può mai dire; è il nostro Dio che tutti siamo stati invitati a chiamarlo Padre nostro che genera comunione. L’invito allora, è a riconoscersi in cammino insieme agli altri anche se la specificità del ministero è diverso. Questo credo, sia l’opportunità che la parola: «non è bene che l’uomo sia solo» ci regala come sguardo sincero per la nostra vita. È invito ad andare oltre se stesso, è invito a guardare oltre le proprie debolezze e aprire davvero l’attenzione ad una vita che pulsa nei cammini di uomini e donne che sono in ricerca, giovani e ragazzi, bambini ed anziani, nonché ammalati perché sia reso possibile ciò che Dio dice: «non è bene che l’uomo stia solo». È regalo della Parola celebrata nell’Eucaristia, quale di riflessione e di preghiera che faccia crescere ciascuno.

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