VI DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO B
Es 3, 1-15; Sal 67 (68); 1Cor 2, 1-7; Mt 11, 27-30
Pagine luminose e belle. C’è una parola che potrebbe aiutarci a tenere insieme le tre letture tra loro differenti. È la parola “avvicinarsi”. Mosè è colui che si avvicina; con il gregge del suocero Ietro lascia la casa e si avvicina senza saperlo al monte Oreb, il monte di Dio. Si avvicina e quando vede stupito, quasi sconcertato un roveto che arde ma che non si consuma, anziché ritirarsi avverte fortissima l’esigenza di avvicinarsi. Lì si sente chiamare per nome e invitato a togliersi i sandali. I sandali nell’antichità erano sinonimo di possesso, di proprietà; addirittura, il gesto di scambiarsi il sandalo era per dare piena legalità ad un patto fatto di fronte ai testimoni (cfr Rut 4,7-8). Ma non è tanto Mosè che si avvicina, quanto il Signore che si fa prossimo. È il Signore ad avvicinarsi a tal punto da svelare anche il proprio nome e dire: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido […] conosco le sue sofferenze». Il Signore ha già scelto di avvicinarsi al suo popolo. È pagina che sottolinea la commozione di Dio verso un popolo che in quel momento soffriva perché schiavo in Egitto. È questo l’atteggiamento di Dio che farà poi crescere Mosè fino al punto di farlo scoprire come cercatore di Dio. Abitare quel roveto che arde e non si consuma per Mosè, è avvertire dentro di sé la certezza di essere cercato da Colui che, pur essendo infinita la sua gloria, tuttavia si abbassa verso la propria creatura per stare, per dare calore, per fare luce, per sostenere. Anche Paolo dice il suo progressivo avvicinarsi alle diverse piccole comunità che nascono dalla predicazione del Vangelo. Piccole comunità disperse che però sono sempre bisognose di Vangelo. Paolo, nei loro riguardi, ha sempre un linguaggio vero e sincero che dice il modo del suo avvicinarsi; è linguaggio di chi si avverte povero ma non schiacciato perché sostenuto dalla potenza del Vangelo della Croce: «Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». Questa è la frase splendida di Paolo che dice l’altro nome di Dio che si fa vicino a quella comunità. L’Apostolo non è inossidabile, è nella debolezza; avverte dentro di sé la verità del suo travaglio di vita, del suo passato da persecutore, ma avverte anche, la trepidazione del suo cambiamento sorprendente a motivo di Cristo. Parla a Corinto città dei due porti, una grande e fiorente Polis greca luogo commerciale ma anche luogo di cultura; sta parlando a gente che fa della conoscenza uno strumento di vita e tuttavia si presenta così, debole e debitore di una Sapienza che non è la sua e che ha una profondità di contenuti che non può provenire dalle proprie radici culturali, ma dal Vangelo di Cristo. Non è capace di dire altro se non questo, e per Paolo è davvero sufficiente; non avverte il bisogno di essere un tra i dotti, ma colui la cui sapienza sta conducendo sempre più al Signore della vita che ha dato se stesso come dono per tutti. Questa è la sapienza nuova che Paolo porta; questa è la parola con cui si avvicina ai cari Corinti per incoraggiarli a camminare nel sentiero della vita e vivere da discepoli del Signore.
Ascoltando le parole di Paolo, dobbiamo chiederci se anche noi siamo come lui; se anche noi siamo interessati ad investire sulla Parola del Vangelo perché la reputiamo l’investimento più grande della nostra vita e il Volto crocifisso di Gesù, diventi volto amico, volto di casa, volto a cui la nostra vita si ispira. Quello di Paolo è un altro modo di dire il nome di Dio; non riusciremo mai a fotografarlo con una sola istantanea perché è scoperta che domanda un cammino costante e non gente che si pensa già arrivata o che non ha più il gusto e la passione di cercare il volto di Dio. E il Vangelo, che è breve, sembra proprio voler chiudere il cerchio ed indicarci a capire chi è il Padre. «Solo il Figlio conosce il Padre» dice Gesù, come a dire che per tutti la passione per il Vangelo deve nascere con questo intendimento; se riusciamo ad avere il sentimento di gratitudine verso il Dio della vita e della storia, il Dio compassionevole e misericordioso che si china sui nostri passi, allora non possiamo più resistere all’invito di avvicinarci. «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»; Gesù sta parlando a gente povera della Galilea e sta annunciando loro il nome di Dio che è: «Mite e umile di cuore». Non è un Dio che appare nel volto trionfante di un vincitore, ma appare con il volto del mite e del buono. Poco prima aveva ringraziato il Padre perché: «Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli»; allora dire “Venite a me” assume l’invito ad una famigliarità da costruire avendo per paradosso il giogo. Il giogo, e i contadini lo sanno perfettamente, pesa è fastidioso, ma il giogo di Cristo è leggero perché uniche, lega e quando si sceglie di accoglierlo è perché si è scelto di amarlo e colui che si ama non è mai pesante perché è desiderato. La parola allora si trasforma in un invito ad incontrarsi, ad ospitarsi, un invito che fa sentire attesi, anche colo che si sentono: «stanchi e oppressi». Chi di noi, infatti, non si avverte all’interno di una vita in cui le fatiche, i problemi, le difficoltà non mancano di certo? C’è un roveto che continua ad ardere anche per noi e il Signore continua ad essere lì per invitarci a colmare la sua attesa. Quante volte ci pesa constatare le nostre reali distanze dal Signore; quanto ci pesa riconoscere che non siamo diventati sufficientemente famigliari con Lui, ma quanto ci solleva e ci giunge gradito il dono di Colui che chiama ad avvicinarci: «venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi». Rimaniamo sempre molto piccoli e poveri davanti a Dio, ma questo è il modo migliore per accedere all'infinita ricchezza della vita divina. Essere miti e umili di cuore, secondo le parole di Cristo, è diventare capaci di entrare nella Pace e nella Gloria di Dio. Possono i sapienti e i dotti, a volte troppo saccenti e pieni di sé, cedere il passo alla sapienza e alla conoscenza della Croce? Gesù è umile e l'umiltà è sorella della semplicità di cuore e quando, attraverso la semplicità, impariamo ad essere felici, allora molte complicazioni vengono risolte. Gesù ci invita a seguirlo; Egli non ci inganna: stare con Lui è portare il suo giogo, assumere le esigenze dell'amore. Non ci è tolta la sofferenza, ma siamo chiamati a viverla con altro spirito che non porta alla rassegnazione. L'amore misericordioso del Padre, la sua immensa tenerezza verso ciascuno dei suoi figli, permette il riposo e la pace. Non siamo prigionieri di obblighi schiaccianti, dobbiamo imparare a condividere il giogo degli altri, per renderlo più facile. Dio non vuole che l'uomo sia solo. È nella condivisione, nell'amore per il prossimo, nella dolcezza e nell'umiltà che si trova la risposta alle difficoltà che si presentano lungo la nostra vita. È per questo che l’unico obbligo che abbiamo come discepoli di Cristo, è quello dell'amore. Il Padre manda Gesù a rivelarci che Lui è Dio il cui nome è Amore. Così le afflizioni, i problemi, i pesi non scompaiono del tutto dalla vita, ma certamente non hanno lo stesso peso che avrebbero se non avessimo la certezza che l'amore di Dio è sempre presente nel cuore della nostra vita. Per questo – come per Paolo – ben venga l'esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria se con essa viene anche la capacità di sentire il Signore vicino che ci dà ristoro con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.
