VII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
Gs 10, 6-15; Sal 19 (20); Rm 8, 31b-39; Gv 16, 33 – 17, 3
La splendida pagina di Paolo tratta dalla lettera ai Romani, fa emergere tutte le fatiche, gli imprevisti, i contrasti, le contrapposizioni che Paolo ha incontrato e incontra nel suo ministero al Vangelo. Paolo, infatti, avverte di trovarsi di fronte ad una sproporzione enorme tra il poco che egli è in grado di fare e di annunciare, e tutta la problematicità del male e della sofferenza che rischiano di segnare profonde distanze dal Vangelo del Signore e creare smarrimento nel cuore dei fratelli nella fede. Paolo non evoca situazioni di guerra – come fa la prima lettura – qui Paolo elenca le fatiche reali della vita; fatiche che spesso hanno l'origine fuori da noi, dalla nostra volontà; oppure fatiche legate a opposizioni che riceviamo da altri, o addirittura che noi abbiamo nei confronti di altre persone; insomma, la fatica del vivere, del compiere passi di coerenza nella fede. C’è però una risorsa che sostiene, quando ci si trova all'interno di una fatica che è quotidiana e reale, e Paolo chiede a noi di attingervi; attingere ad una certezza, e la certezza la chiama per nome: “l’amore di Cristo”. Ha parole davvero stupende per contenuto e altezza di sguardo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?»; parole che compongono forse uno degli inni più grandi e più belli. Ecco, Paolo è limpidissimo nell’indicarci la risorsa, perché non solo è risorsa che ci sorregge, ma rimane come relazione più stabile, perché l'amore di Cristo è dono sempre alimentato dallo Spirito Santo. Non è infatti un dono dato una sola volta, no! È dono il cui origine è nell’eternità del pensiero di Dio Padre, concretamente trasmesso sul legno della Croce sul Golgota. Quel dono ci dice che «Dio è per noi», e che nella storia, nel cammino della nostra personale storia, nessuno potrà essere contro di noi perché nessuno può separare ciò che Dio, il Padre ha nel proprio cuore. L'esortazione di Paolo, dunque, volge lo sguardo non solo a fatti realmente e storicamente accaduti, ma rivelano alla storia, la nostra storia e ad ognuno l'essenza di Dio Padre. Egli è Amore che tutto provvede; Paolo interiormente ha viva questa esperienza, e anche se ha un vissuto tribolato che gli sta costando molto, non lo nasconde ai suoi fratelli nella fede. E tra i fratelli nella fede, ci siamo anche noi feriti dalle nostre fragilità che ci fa peccare e resi ciechi dalla superbia, siamo incapaci di affidarci completamente all’Amore che rigenera. La fede non si costruisce fuori dalla storia ed in modo astratto, la fede la si edifica dentro la vita, dentro la fatica di ogni giorno, dentro l'insidia, la tribolazione ed è questo che consentirà a Paolo di terminare il suo inno con parole che infondono speranza che mi piacerebbe rimanessero nel cuore di ciascuno di noi come atto di fede: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore».
Ci accorgiamo che la testimonianza di Paolo diventa augurio, un invito affinché tutto ciò possa diventare realmente la via sulla quale camminare e oggi, lo invochiamo come dono e come grazia dal Signore. Non c’è forza esterna che riesca a rompere la libertà che Cristo ha di amare noi, e la nostra libertà che ci chiede di amare Cristo nei nostri fratelli.
Anche la situazione entro la quale ci conduce il brano del Vangelo di Giovanni, è all'interno di un momento intenso, estremamente sofferto, perché è vigilia di qualcosa che sarà incredibile, inaudito; è in questo contesto che abita il cuore dei discepoli. È il congedo di Gesù che anticipa la sua Passione e morte; è un momento intenso ma insieme estremamente sofferto perché è vigilia di qualcosa di incredibile, di inaudito che abiterà per sempre il cuore dei Discepoli. Ognuna delle parole di Gesù ha il sapore di un testamento, una consegna che, pur sapendo di dover affrontare la morte in modo così cruento, tuttavia Gesù ha la passione e la forza di dirci: «abbiate pace in me». Non è facile vivere la verità di queste parole che Gesù pronuncia, ma esse vogliono invitare ad andare oltre i momenti duri e difficili; sono parole promettenti che aiutano a superare le nostre difficoltà e farci acquisire la capacità di attendere, la capacità di aspettare, la capacità di invocare. E che cosa sorregge questa capacità? La promessa di Gesù: «io ho vinto il mondo» e questo genera Speranza. Nella sofferenza non ci scoraggiamo perché ci sorregge la speranza. Infatti, le difficoltà, i problemi, le situazioni di fatica non potremo mai vederle tutte risolte, ma sapere che la promessa del Signore è nel cuore della storia che stiamo vivendo, ci aiuta profondamente: «abbiate pace in me». Vuole dire riuscire a vivere interiormente una condizione di fiducia anche quando in superficie ci sono onde e burrasche che vogliono sradicare tutto, questa è la parola splendida che Gesù dice ai suoi discepoli prima di vivere fino in fondo la Passione della Croce. Ognuna delle parole di Gesù acquistano il sapore di un testamento, di una consegna; sono parole che ci dicono sempre che il momento fanno dire “certo è grave il momento che sto vivendo, ma «vi ho detto questo perché abbiate pace in me». Non è facile vivere la verità di queste parole quando siamo all'interno di una situazione difficile e sofferta, quando non percepiamo lo sbocco immediato, quando non avvertiamo il realizzarsi di una situazione che sbrogli le fatiche e le sofferenze. È vero, ci sentiamo condotti in momenti e situazioni molto diverse dai tre testi che la liturgia oggi ci presenta, ma all’interno di ciascuno di essi è possibile per noi trovare una parola che illumina, che scalda il cuore, che dà forza e lascia intravvedere passi preziosi da compiere. Sono parole che danno risposte vere ai nostri perché e per questo sarebbe bello che diventassero invocazioni da offrire al Signore oggi. Regalaci Signore certezze come queste, tenacia come queste, confidenza umile e gioiosa come solo la Tua parola riesce a dare.
