VIII DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO B
Gdc 2, 6-17; Sal 105; 1 Ts 2, 1-2. 4-12; Mc 10, 35-45
I testi della Parola di Dio oggi ci ricordano quella che potremmo chiamare la "legge fondamentale" del Regno di Dio, che è di tutta la comunità cristiana che si raduna attorno all’Eucaristia. Il comandamento dell'amore fraterno è sempre al cuore del messaggio di Gesù, ma quel comandamento rimane inoperoso se non è unito ad un altro che Gesù oggi ci fa: la "legge del servizio". Nel Vangelo proposto oggi, assistiamo ad un profondo equivoco generato dall’atteggiamento di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, nei confronti di Gesù. Ci si potrebbe aspettare che i discepoli si siano ormai fatti un’idea abbastanza precisa di ciò che Gesù è venuto a fare, e di quello che dovrebbero fare coloro che si sono messi alla scuola del Maestro vivendo con lui. Giacomo e Giovanni, sembra abbiano capito benissimo che Gesù sta camminando verso la sua “gloria”, ma mostrano di non aver inteso bene di che cosa si tratti veramente e di come ci si arrivi: «Voi non sapete quello che chiedete». Gesù ha ben presente quello che sarà il suo trono terreno, un patibolo innalzato e loro, i due apostoli, pensano ai troni delle corti reali. È davvero un malinteso? Per fugare ogni equivoco con Giacomo e Giovanni, ma più direttamente con tutti coloro che vorranno farsi discepoli, Gesù fa alcune precisazioni che è bene ricordare perché costituiscono la "legge fondamentale del servizio": «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». È questa la rivelazione del Vangelo di oggi. L'esempio è l'atteggiamento stesso di Gesù che, pur essendo Dio: «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù si pone al centro della missione salvifica. La "legge fondamentale del servizio" ha uno spirito nuovo, capovolge le prospettive degli stessi apostoli. Il Vangelo ci mostra due progetti a confronto: “il progetto dei discepoli” che vedono davanti a sé, una volta arrivati a Gerusalemme, un re, un trono, una gerarchia da stabilire con la prospettiva di poter stare in alto, e dall’altra: il “progetto di Gesù”, il Figlio dell’uomo, che vede un cammino nel totale servizio all’altro. Questo cammino troverà un processo, una condanna a morte in Croce con due malfattori posti uno alla sua destra ed uno alla sua sinistra come fossero i dignitari di quella piccola e sparuta corte. Per questo Gesù prende posizione nei confronti dei due discepoli: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Da notare che Gesù non usa il verbo al futuro (sarò battezzato), ma al presente (sono), per dire che tutta la sua vita, è vita donata e mai ritirata. Sembra proprio che Gesù voglia dire: “i primi posti si conquistano con la fatica del servizio, con l’umiltà di chi si fa vicino e si china sull’altro e il bello è che questi posti sono sempre disponibili anche se nessuno li reclama mai. Solo dopo la Risurrezione di Gesù, i Discepoli, abitati dallo Spirito del Risorto, coglieranno in pieno la portata del messaggio di Gesù e potranno rispondere come Giacomo e Giovanni: «lo possiamo» rendendo questa affermazione vera per tutti.
È il capovolgimento di prospettiva che fa essere nella carità come filo che lega le nostre azioni alle azioni del Maestro e che genera fiducia in Colui che tutto governa ora e nell'eternità. Pensiamo attentamente a che cosa significhi avere un Dio che si fa nostro servitore. Il padrone fa paura, il servo no. Gesù Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio retributivo come può esserlo un padrone. Il padrone giudica e punisce, il Servo no, sostiene, non spezza la canna incrinata (cfr Is 42), ma la fascia come fosse un cuore ferito. Gesù capovolge l'immagine che la tradizione dell’Antico testamento si era fatta di Dio; le dà una bellezza che arriva anche a confondere: essere amati e serviti da Dio qui e per sempre. Questo ci fa conoscere Gesù; Lui si è chinato su di noi quasi a dire che Dio ama e serve tutti gli imprevedibili, liberi e talvolta meschini figli che noi siamo. Paolo domenica scorsa ci diceva: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31), come a dire, se Dio è il Servo che si china così sulle sue creature, chi mai potrà essere il padrone che riuscirà ad avere in pugno la nostra vita? Gesù stesso usa le parole “servo” (diaconos in greco) e “schiavo”. I compiti del primo sono onorevoli perché dicono servizio nella totale libertà di accettazione, quelli del secondo sono imposti; lo schiavo, infatti, deve sempre obbedire senza discutere le decisioni del suo padrone altrimenti la punizione sarà molto severa. Allora capiamo la persona di Paolo; lui si avverte servo del Vangelo. Esclude fermamente che lo scopo del suo lavoro sia il desiderio di guadagno o anche l’effimera gloria umana, e per questo non si affida all’adulazione per «piacere agli uomini». Il cuore della sua testimonianza è nelle sue parole: «siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre che ha cura dei propri figli». Si pone così nei confronti di tutti, il suo stile è il disinteresse dei favori o approvazioni; come testimone mostra come l’autorevolezza del potere sia nella capacità di servire con un amore disinteressato. Si comprende bene allora, come la missione di essere testimoni del Vangelo, sia una missione fatta di servizio in tutta umiltà che tende al riscatto dell’altro. Qui il termine riscatto che Gesù usa ha il significato di sciogliere per liberare. Quando si dimentica la logica del Vangelo e si vive secondo quella del mondo, si perde la propria identità perché il narcisismo, l’autocompiacimento, fa allontanare dal Maestro per rinchiudersi inevitabilmente nel culto della propria persona. C’è infine un altro particolare che il Vangelo oggi ci dice. L’evangelista Marco non nasconde nulla delle ambizioni e dei litigi che ci sono all'interno del gruppo dei Dodici, non nasconde mai le incomprensioni tra loro e Gesù. È indizio che mostra l'autenticità del suo Vangelo, ma racconta anche l'umiltà degli Apostoli che non hanno censurato i momenti in cui essi hanno dato di sé un'immagine ingloriosa. Ci è voluto molto tempo per scoprire chi fosse Gesù e accettare di seguirlo nella sua missione di Messia-Servo; in tutto ciò, hanno avuto l'onestà di mostrare a tutti anche la loro mancanza di coraggio, la loro poca lucidità nel comprendere il loro Signore e Maestro denunciando anche il loro tradimento e l’abbandono. Entrano qui anche le nostre fragilità e le nostre inosservanze, le nostre difficoltà e i nostri peccati, perché il testimone è tanto più credibile quanto più è sincero.
