IX DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO B
2Sam 6,12b-22; Sal 131; 1Cor 1,25-31; Mc 8,34-38
«Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vòti, perché Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno» (A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXVI).
Di primo acchito, la pagina del Vangelo sembra quasi decurtare una parte importante della propria umanità. Se Gesù è venuto per riscattare la persona e la dignità della storia umana, come definire la frase di Gesù che chiede di rinnegare se stessi e prendere la propria croce? La prima considerazione negativa è sicuramente dovuta un po’ al pensare comune a cui siamo stati abituati. Spesso diciamo “ognuno ha la propria croce da portare” così da definire l’esperienza della sofferenza, l’esperienza della fatica, l’esperienza di ciò che si avverte come croce, come un qualcosa messo sulle nostre spalle per farci fare fatica. Se davvero è così, quando riusciremo a sorridere alla vita? Cosa dice veramente Gesù? Dice che per essere veramente suoi discepoli è importante entrare nella sua logica di vita. Prendere la propria croce e seguire Gesù è affermazione importante perché chiede di vivere l’esperienza dell’affidamento; in filigrana nelle parole di Gesù, è espressa l’esperienza del suo amore che trova il suo culmine nella croce. Gesù riesce a portare questo peso perché ama e affida la sua vita al Padre. A chi vuole seguirlo, Gesù chiede di fare dell’amore, quello vero, quello che tocca le proprie viscere, il motivo portante della propria esistenza. Solo così si spiega la richiesta di rinnegare se stessi. Non ci è chiesto di rinnegare il nostro essere creature, Gesù ci chiede di rinnegare quella parte di noi che ci fa morire dentro, quella parte che non crede, quella parte che dice che parola del Vangelo è bella e per certi versi appassionante, ma è meno problematico e più facile vivere altro. È quella parte che è sempre presente in noi e che non crede fino in fondo e impedisce di vivere la nostra vita con lo sguardo aperto alla speranza e al desiderio profondo del Padre. Rinnegare quella parte che fa credere di riuscire a bastare a se stessi per salvare la propria vita dimenticando che l’esperienza ci insegna che la nostra volontà non ci permette di vivere da soli una pacificazione interiore. Allora il passaggio che Gesù invita a fare è quello di scaricarsi di tutto ciò che impedisce di vedere con gli occhi della fede, così da essere se stessi davanti al proprio Creatore. È fare quell’esodo dall’io e ancora io, all’io e tu Signore affinché possiamo entrare in relazione. «Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vòti, perché Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno» dice il Cardinal Federigo ad uno abbattuto don Abbondio che tra se pensa che: «per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto chiasso».
Allora diventa veramente rivelatore l’inizio di questo brando di Vangelo: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, il Signore Gesù disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso», perché ci sentiamo tutti convocati per entrare in relazione con l’altro così da avviare un dialogo che è sempre incontro. E per fare ciò, occorre dire di no al nostro desiderio di imporre la nostra volontà contro l’altro e sull’altro. È questa la condizione preliminare per fare spazio a una parola “altra” dalla nostra, per accogliere l’altro nella sua peculiare diversità senza volerlo dominare, senza trasformarlo a nostra immagine e somiglianza. Gesù convoca la folla e i suoi discepoli per rimarcare che le sue parole sono per tutti. L’agire di Dio non solo è attento alla libertà della propria creatura, ma ove accolta la sua Parola, questa plasma il carattere di quella persona permettendole di avere un alto potenziale di rivelazione di Dio. Se infatti, colui che si reputa strumento fragile e debole e tuttavia riesce a fare grandi cose, vuol dire che quella forza di agire così gli viene da un Altro, gli viene da Dio e questo colpisce le altre persone. Ecco la rivelazione ed ecco perché Gesù dice nel Vangelo: «chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Ai fini della logica è frase contradditoria, ma noi sappiamo che quelle parole saranno spiegate molto bene da Gesù di fronte alla prospettiva della sua morte in Croce. La condizione di uomo condannato a morte lo avrebbe portato ad essere ritenuto, umanamente parlando, un uomo da “inutile”, o, come detto da Mical, la moglie di Davide: «un uomo da nulla». Gesù ci convoca per chiamare tutti a vivere nella gioia come Davide che balla davanti all’Arca, ma allo stesso tempo, chi chiede di stare dietro a Lui, vivendo cioè come veri discepoli che vogliono seguire i suoi passi. È la logica paradossale del regno dei cieli. Salvare e perdere è il binomio che segue il binomio servire-farsi servire che abbiamo incontrato domenica scorsa. È proposta radicale che stimola e insieme ci consola; per poterci entrare, è davvero necessario che ci addentriamo nelle insufficienze delle nostre piccole esistenze. Solamente l’esperienza delle nostre azioni che giornalmente compiamo può convincerci di come e quanto lasciar perdere così da cogliere il valore del vero guadagno. Quando comprendiamo che l’amore esige per sua natura il dono di sé e di ciò che è ritenuto nostro come l’affetto, l’attenzione, il tempo, e che donando di fatto noi aiutiamo, salviamo, rendiamo felici, solo allora possiamo scoprire che ciò che diamo ritorna a noi come guadagno. In questo senso si può anche trasfigurare la croce e non subirla come un qualcosa di lugubre che non ha senso e non presente nessun sbocco. Gesù in un altro passo del Vangelo ci dice: «Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,30); la croce se portata così, la portiamo con Gesù. Ne va della nostra vita. Questa pagina non è antiumana, ma se la leggiamo in profondità, è pienezza di umanità che ci lega al Padre proprio perché si diventa discepolo che si mette dietro a Gesù e che impara da Gesù a compiere i propri passi. Questo non vuole dire di vivere da eroe, Gesù stesso infatti, non ha voluto vivere da eroe; la sua è stata vita vissuta totalmente in obbedienza al Padre affidandosi esclusivamente a Lui. Certo, si è caricato dell’esperienza del proprio dolore ma lo ha affidato al Padre che lo ha sostenuto. A questo riguardo è bella l’immagine della Trinità del Masaccio che si trova nella chiesa di Santa Maria Novella in Firenze; lì è affrescata la morte in Croce di Gesù, ma il Padre con le proprie mani sorregge la Croce per dire che il Figlio non è lasciato solo e lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, è tra il Padre e il Figlio a dire la comunione perfetta della Trinità. Comprendiamo allora come la vita assuma uno spessore diverso se vissuta in questa logica dell’affidamento totale. Solo l’amore può portare a vivere così, preghiamo e chiediamo di avere l’aiuto e la forza di compiere questo esodo da noi stessi.
