XI Domenica dopo Pentecoste – Anno B
1 Re 18, 16b-40°; Sal 15; Rm 11, 1-15; Mt 21, 33-46

XIDopoPente2024La Parola di Dio consente sempre di intuire quale sia l’attesa del Signore nei nostri confronti, per questo è bello attendere la liturgia della domenica. Sono testi che in parte ci sorprendono, il primo in particolare che parla della sfida di Elia ai numerosi sacerdoti di Baal. Il testo ha passaggi cruenti ma anche passaggi di ironia, quello però che riveste importanza, è avvertire che la pagina diventa significativa anche per noi. Con semplicità dobbiamo riconoscere che il rischio della idolatria non è un rischio lontano anche dalla nostra vita. Non è tanto per le cose magiche o strane, quanto per situazioni, speranze, sogni, decisioni che diventano un vero e proprio idolo che alla fine comanda la nostra vita determinando e orientando le nostre scelte. L’idolo diventa come il padrone della nostra vita distogliendoci dal Dio vero, il Vivente, Colui che ha parola di vita (cfr Gv 6,68) e che ci viene regalato dalla Bibbia come il Dio palpitante e vivo. Allora è importante avere la semplicità di cuore che riesca a prendere le giuste distanze da possibili idolatrie anche se non ritenute clamorose e devianti. I sacrifici per Baal (il dio cananeo) della prima lettura, sono fatti per tacitare gli dèi e non per invocare la loro presenza e vicinanza, così che non succede niente, mentre il sacrificio di Elia è consumato dal fuoco perché Elia cerca Dio e non la gratificazione dell’opera compiuta. Allora ciò che ci viene insegnato dalla Lettura, è l’incoraggiamento alla invocazione ed avere un’attenzione maggiore, una sensibilità più grande, così che lo stile risulta essere più efficace per avvicinarsi a Dio. Se infatti ascoltiamo bene la parabola del padrone della vigna che il Vangelo ci presenta, ci accorgiamo che non è rivolta solamente agli ascoltatori di quei tempi, ma va a cercare anche la nostra vita. La vite, per decifrare l'immagine, ha almeno tre particolarità: una prima particolarità è che essa può anche crescere su un terreno povero perché ha la capacità di prelevare l'acqua e il cibo di cui ha bisogno in profondità così da alzarsi sempre più verso il sole, ma nonostante tutto ciò, e questa è la seconda particolarità, essa richiede una cura incondizionata da parte dell'uomo. La terza particolarità è che il suo frutto, non è ritenuto un alimento indispensabile per l’esistenza dell'umanità, ma permette di produrre il vino che serve a condividere la gioia (cfr Gv 2). Nella parabola c’è disegnato in filigrana il sogno di Dio sull’umanità che è chiamata a vivere non come schiava chiamata a lavorare per soddisfare i suoi bisogni, ma è chiamata per la gioia e la comunione che solo le nozze eterne sanno dare. C’è dunque la chiamata alla luce vera che solo le infinite e delicate cure del Creatore sa consegnare. Ma è vero anche che continuamente la Bibbia ci mostra come, nonostante tutte le cure del suo Proprietario, il popolo eletto produce solo acini amari che non rispecchiano la bontà della vite; si comprende allora come sia urgente il cambiamento di vita mediante una profonda conversione per ricevere e gustare i doni di Dio. Il Vangelo mostra come sia il Padrone della vigna che la lavora costantemente e la rende adatta allo sviluppo e alla produzione, solo dopo la affida ai viticoltori che però la monopolizzano e vogliono tenere tutto per loro i frutti della vite invece di darli al legittimo proprietario. Non è difficile scorgere nei servi mandati dal proprietario della vigna a riscuotere quanto di sua spettanza, i profeti che costantemente hanno invitato il popolo alla conversione, senza però avere risultato.

Essi addirittura vengono respinti e persino messi a morte. Così il Signore sposta l'attenzione dalla vigna, che rappresenta il popolo bisognoso di cure, a coloro cui è stato affidato il compito di custodire, mantenere e curare quella vigna per farla crescere ancora di più. È di fronte a notabili sicuri di sé che Gesù pronuncia questa dura parabola nella quale si evidenziano una serie di omicidi in cui sacerdoti e farisei si sono inevitabilmente sentiti presi di mira: «i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta». Non capita spesso che comprendiamo che il Vangelo parla di noi; Gesù arriva addirittura a lasciare a loro il compito di concludere la parabola chiedendo: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Essi gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Attraverso la loro risposta, si vede chiaramente che non hanno compreso nulla di Dio ritenendolo un Dio che risponde colpo su colpo, occhio per occhio, dente per dente. Gesù corregge però la loro risposta: Lui, il Figlio inviato da Dio, sarà ucciso dai vignaioli, ma Dio non risponderà con la violenza ai miserabili che stanno per uccidere suo Figlio. La morte di Cristo non sarà seguita da alcuna strage, al contrario di ciò che fece Elia con i profeti di Baal; facendo fino in fondo la volontà del Padre suo, Gesù stesso perdonerà i suoi giudici e carnefici. Dio, infatti, non è né malvagio né vendicativo. Come dice il Salmo 109: "Loro maledicono, tu benedici". La giustizia di Dio starà nel fatto che Egli non distruggerà la sua vigna, ma la affiderà ad altri nella speranza che essi le facciano produrre frutti migliori. Allora, l'immagine della vigna invita a considerare la fecondità di ogni vita a partire dalla nostra vita. Vivere pienamente è portare frutto, un frutto che può essere ulteriormente trasformato in vino che dà gioia. Si tratta quindi di sapere a quali vignaioli il Padrone può affidare la sua vigna perché produca il frutto atteso e perché questo frutto possa ritornare a Lui. Il Vangelo sprona tutti ad essere attenti nel riconoscere con gratitudine i doni di Dio nella nostra vita così che i momenti di serenità che ci sono nella vita, ma ancora di più i momenti di crisi, di difficoltà siano vissuti come invocazione a Dio. Se il discepolo di Gesù sa di essere attraversato dal peccato, il suo e quello che condivide con gli altri, sa però altrettanto bene che in Gesù Cristo si trova e si vive la Resurrezione. Siamo certi della sua vittoria sul male e sulla morte, ma dobbiamo tradurlo in tutti i nostri comportamenti. Il Regno non si realizza immediatamente o completamente in questo mondo, fiorirà alla fine dei tempi. Nell'immediato futuro il discepolo di Cristo è chiamato a diventare l'attore della cooperazione all'opera del Padre, come il vignaiolo nella vigna del Regno. È a questi discepoli che Dio affida il compito di lavorare nella sua vigna. Con Cristo, nello Spirito, i discepoli scoprono il motivo della loro speranza. Dice Paolo ai Filippesi: «Le cose che avete imparate, ricevute, udite da me e viste in me, fatele; e il Dio della pace sarà con voi» (Fil 4,9); non solo la pace di Dio, ma il Dio della pace sarà con noi. San Paolo nella seconda lettura ricorda le parole del profeta Elia: «Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita»; Paolo si rende conto che Dio non si è dato per vinto: «anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia. E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia». Il resto è rappresentato da quei discepoli, uomini e donne, che hanno creduto in Gesù e hanno come loro preciso scopo quello di custodire la vigna a loro affidata. Preghiamo affinché anche noi possiamo essere in questo resto.

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