XII Domenica dopo Pentecoste – Anno B
Ger 25, 1-13; Sal 136; Rm 11, 25-32; Mt 10, 5b-15
Ogni essere umano è più grande di ogni sua azione. Quali che siano i nostri peccati tutti noi continuiamo ad essere figli di Dio e quindi capaci di conversione e quali che siano i peccati delle nostre sorelle e dei nostri fratelli verso di noi, anch’essi rimangono figli di Dio e quindi nostri fratelli e sorelle meritevoli del nostro amore e del nostro perdono. Nel nostro essere più profondo ciascuno di noi è più grande di qualsiasi cosa possa fare, nel bene o nel male, perché tutti creati a immagine di Dio. È la rivelazione meravigliosa che il Vangelo, cioè la buona notizia, ci ha portato. Quando Gesù manda i suoi discepoli in missione, dice loro semplicemente: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni», come se queste fossero cose del tutto ordinarie da fare e la spiegazione ci arriva subito: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»; ciò che si riesce a dare è prima di tutto dono che si è ricevuto. Il momento è davvero solenne perché gli Apostoli sono investiti del potere di realizzare per gli altri ciò che essi stessi avevano ricevuto come primizia, pur rimanendo sempre uomini in cammino, fragili, peccatori il cui capo ha rinnegato il suo Signore e uno di loro lo aveva addirittura tradito. Questa è la Chiesa che ha preso il cammino e che ha attraversato il corso della storia fino ai nostri giorni; è Chiesa che pur camminando tra luci e ombre sulle orme di Cristo, rimane garante della nostra fede perché il suo Signore, Gesù Cristo, è il Dio dell'"Amen" che custodisce la sua Parola. Egli, morendo sulla Croce, ci ha amato sino alla fine purificando i nostri peccati così che ciascuno possa rimettersi in cammino e tornare a Lui. Gesù continuamente ci ama di quell’amore che, come dice Paolo: «Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» perché: «La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,7-8). Un comportamento così radicale da parte di Dio Padre è possibile solo per Colui che si è fatto totalmente povero per essere lo strumento nelle mani di Dio.
Per questo Gesù chiede un ulteriore passo ai suoi discepoli: «Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone». La persona che accetta di essere così totalmente dipendente da Dio è in grado di essere talmente umile da dipendere anche dai suoi simili: «chi lavora ha diritto al suo nutrimento». È insegnamento che il Signore fa ai suoi più stretti collaboratori affinché anche coloro che verranno dopo di loro possano trasformarsi in una vera comunità. Per fare questo, Gesù non ha cercato persone istruite, ma semplicemente persone disponibili e pronte a seguirlo. L'elenco che Gesù dà non è quindi riservato agli Apostoli, ma riguarda i discepoli di tutti i tempi. Occorre davvero avvertirsi poveri per avvicinarsi gli uni agli altri con il cuore puro di chi sa che di suo non ha nulla e tutto gli è stato donato. Solo così saremo in grado di trasmettere i tesori di Dio agli altri senza che l’orgoglio o l’ambizione possano prevalere. Saremo strumenti di Dio solo se la purezza e la povertà di cuore permetterà di riuscire a perdonarci l'un l'altro ogni volta che il nostro comportamento non corrisponde alla dignità della nostra chiamata e all'immagine di Dio che tutti portiamo. Infatti, come i primi discepoli anche noi siamo convocati e inviati da Gesù e come i primi discepoli conosciamo che le difficoltà sono sempre presenti. C'è un annuncio da fare: “Il regno dei cieli è vicino, è in mezzo a noi, è già qui”. Non è un evento che deve venire e non sappiamo quando, ma è un fatto compiuto perché Gesù Cristo si è incarnato. La domanda allora è: come annunciarlo; quali parole dovremmo usare, quali mezzi dovremmo trovare per raggiungere gli uomini del nostro tempo. Gesù ci dice: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni». Se annunciamo che il Regno dei cieli è vicino, i nostri occhi si devono aprire sulla presenza dei malati, dei morti dentro come fossero quei lebbrosi di cui il Signore si aspetta che ci prendiamo cura e questo modo di vedere non è azione che spetti soltanto al prete, al diacono, alla religiosa, ma deve essere il puntiglio di tutti i battezzati. Chiamati a consolare chi è triste e solo (e quanti ce ne sono!); scelti per aiutare concretamente chi è ammalato, addirittura, dove è possibile, invitati a farsi carico e seguire nel tempo alcune situazioni particolarmente difficili e fragili. Con l’accoglienza, con la condivisione, con la nostra testimonianza e con la preghiera, possiamo realmente, in nome di Gesù, scacciare i demoni dell’indifferenza, dell’egoismo, del rancore e portare la pace e una concreta solidarietà. Sono queste le opere di misericordia spirituale e corporale con cui ci presenteremo a Dio. C'è dignità nella casa che si apre al Vangelo e c’è dignità nell’accogliere i discepoli di Gesù Cristo e la pace che viene da Dio. Lo scambio è davvero gratuito e non c’è uguaglianza nei doni scambiati: troppo grandi, infatti, quelli di Dio e davvero miseri i nostri. Quello che però conta, è lo stile di vita che ogni discepolo mostra così che ogni persona incontrata, riesce a manifestare la sua dignità di figlio di Dio. Donare senza aspettarsi nulla in cambio in uno scambio fraterno che mostri l’amore di Dio che dà la vita ai suoi figli. È questo che Gesù è venuto a dirci; la salvezza dell'uomo nella sua interezza del corpo e dello spirito è davvero preziosa agli occhi di Dio. Ringraziamo il Signore Gesù per questo bellissimo programma di vita che ci riporta all'essenza del nostro rapporto con il Padre e pone le nostre relazioni fraterne nella verità del Suo amore. Riaccendi in noi la voglia di seguirti Signore, di perdere tutto per conquistare il Tuo cuore, di essere pronti a tutto pur di rimanere nella tua amicizia.
