XIII Domenica dopo Pentecoste – Anno B
2 Cr 36, 17c-23; Sal 105; Rm 10, 16-20; Lc 7, 1b-10

XIIIDopoPente2024Ci sono miracoli che accadono nella nostra vita, non necessariamente perché abbiamo pregato molto Dio per questo o perché abbiamo una grande fede, ma semplicemente a causa della nostra amorevole gentilezza. Una gentilezza che lascia tracce e si ripercuote nella vita di altre persone. L'uomo, infatti, parla e si esprime attraverso le sue opere e le sue azioni hanno un'eco che a volte risuona al di là di ciò che si può immaginare, per questo oggi vorrei leggere il Vangelo con la forza dello stupore che produce. Il testo parla di ammirazione ed è Gesù che la esprime. Cosa gli dà questa felicità? Un uomo straniero al servizio delle forze di occupazione è descritto in modo molto positivo. Annota il Vangelo che il centurione aveva udito parlare di Gesù; il suo udire è però ascolto vero che lo spinge ad andare verso Colui di cui percepisce le eccezionali qualità di compassione e guarigione. È comunque un pagano e per questo pensa di non essere in diritto di incontrare un tale Uomo per di più ebreo, per questo manda a Gesù degli emissari, degli anziani dei Giudei e degli amici. Sorprende che uomini come gli anziani dei Giudei diventino portavoce di un centurione che notoriamente è considerato un nemico, ma questo sottolinea come quell’uomo fosse veramente un uomo giusto verso tutti. L'attenzione che il centurione riserva ad un servo, uomo generalmente poco considerato, è notevole. L'uomo è soprattutto il suo cuore che ha capacità di discernere il bene dal male e la volontà di cercare la giustizia in tutte le cose; nulla impedisce di fare del bene anche in un sistema corrotto. Il centurione del Vangelo è a sua volta un subordinato di un'autorità più alta che non è sempre giusta nei riguardi di persone più povere e umili, ma riesce a vivere questa umanità. Egli si sforza di essere giusto per coloro che gli sono sottomessi, addirittura costruisce un luogo di preghiera per quel popolo ed è lui che si preoccupa anche del servo malato fino a implorare l'aiuto di Dio per guarirlo. Pur essendo un soldato ogni vita è per lui preziosa e si preoccupa dei credenti di un’altra religione così come si preoccupa dei suoi subordinati senza trattarli come schiavi. Ai suoi occhi il servo conserva tutta la dignità di persona.

Anche se ha autorità su quella porzione di popolo, quell’uomo ospita la consapevolezza del servizio che è rivolto ai potenti, ma anche ai poveri e ai malati. Il centurione non incontrerà mai Gesù; tra lui e Colui che chiamerà Signore, ci sono sempre degli intermediari perché si percepisce e confessa di non essere degno. Ha sempre presente i suoi limiti che però gli permettono di riferirsi a quel Dio che non conosce: «Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Ecco perché permette che altri vadano a perorare la sua causa davanti al Maestro di Galilea di cui ha sentito tanto parlare: «di’ una parola e il mio servo sarà guarito». C’è presente in lui, la consapevolezza della potenza effettiva della parola di Gesù al punto di farsi un fervente credente. È davanti alla fede di quest'uomo responsabile e retto che Gesù è in ammirazione. Il Vangelo ci mette nella considerazione che non importa quanta distanza fisica o quale sia l’indegnità tra noi e Gesù; la fede nella Parola mette in intimità il centurione e quelli come lui, alla presenza di Gesù. Non è una fede che vuole vedere o toccare, ma è fede nell'efficacia di una Presenza che ha Parola di vita e che non richiede immediatezza di risultato. La sua preghiera è fatta di umiltà, è parola di fede e anche di saggezza. Chi può pretendere di avere un cuore puro, mani innocenti e riconoscersi degno di avvicinarsi al Signore? La fede si esprime nell’umiltà del cuore, nella sincerità davanti a Dio, nel riflesso della verità del proprio essere, senza nascondere nulla.
Gesù è stupito da tale fede, infatti, non va dal centurione e non compie alcun segno e non pronuncia alcuna parola di guarigione, ma commenta semplicemente la fede del centurione e il servo è guarito. In molte altre guarigioni riportate dai Vangeli, Gesù dice alla persona che è stata guarita: «La tua fede ti ha salvato», qui è come se, presentando la fede di quell’uomo dicesse a ciascuno di noi: “credete anche voi così come lui, riceverete tutto ciò che è oggetto della vostra preghiera”. La fede del centurione ha permesso la guarigione del servo e anche noi siamo chiamati ad avere quella stessa fede nella nostra vita. A volte possiamo essere tentati di credere che Gesù sia lontano e che non stia ascoltando le nostre preghiere perché nella nostra vita dobbiamo affrontare difficoltà molto grandi che lasciano ferite aperte che richiedono un grande bisogno di guarigione. Sono situazioni difficili ma la fede illumina la nostra mente e il nostro cuore facendoci aprire a Gesù che è sempre vicino per aiutarci. La presenza salvifica di Gesù nell'Eucaristia deve ricordarci costantemente che Gesù è sempre con noi. Sant'Agostino, diceva che ciò che vediamo realmente è il pane e il calice; ma ciò che la fede ci dice è che il pane è il Corpo di Gesù Cristo e che nel calice c'è il Sangue di Gesù Cristo che dunque è e rimane sempre vicino a noi. La fede illumina la nostra mente per farci vedere la presenza di Gesù in mezzo a noi così che anche noi, come il centurione, potremo dire: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola». In questo modo, lasciamo che Gesù entri nella nostra mente, nelle nostre case, per guarire e rafforzare la nostra fede e portarci alla vita eterna. Chiediamo al Signore di accrescere la nostra fede affinché noi, e tutti coloro con cui viviamo, possiamo essere guariti da tutto ciò che ci allontana da Dio o gli uni dagli altri. Sia davvero così per tutti noi.

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