Domenica che precede il Martirio di Giovanni Battista – Anno B
2 Mac 7, 1-2. 20-41; Sal 16; 2 Cor 4, 7-14; Mt 10, 28-42

PremartGB 2024La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia intera, ma ancora di più, alle nostre piccole storie. La liturgia ci pone davanti a questo specialmente il primo testo tratto dal Secondo Libro dei Maccabei che è testo drammatico che non si vorrebbe mai ascoltare tanto è crudele nel descrivere il martirio di sette fratelli e della loro madre a opera del persecutore Antioco Epifane. Per mantenersi fedeli alla tradizione e alla loro fede, è famiglia che non accetta l’imposizione del tiranno di cibarsi di carni proibite. Il testo è tagliato in tante sue parti ma risalta in modo luminoso la figura della madre, di questa santa madre, di questa mamma meravigliosa che è assolutamente lontana da ogni benevolenza frutto di un povero sentimentalismo. Le sue parole sono francamente incredibili, ma hanno una densità tale che mette in evidenza come, in quella situazione così tragica, ciò che deve prevalere non è tanto la difesa ad oltranza di se stessi, quanto la fedeltà profonda nei confronti di Dio e della sua parola. La fede sa affinare l'idea della risurrezione: «Ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia». Lei continua ad essere in certo senso “il grembo” che li ha generati e che ora li accompagna fino all’assemblea celeste della risurrezione e della gloria di Dio: «Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte»! Per gli ebrei di quel tempo, i martiri non potevano scomparire per sempre; è così che avanza l'idea della loro risurrezione, cioè di un ritorno alla vita nel: «giorno della misericordia». La fede poi farà estendere poi a tutti i giusti che morivano per il Signore. È vero, la pagina è davvero cruenta, ma mostra anche la speranza della fede nella Vita eterna accanto al Signore. Il secondo testo non è così sanguinoso come il primo, ma ci conduce nei momenti difficili della vita del testimone. Paolo descrive situazioni in cui ha temuto di essere schiacciato, ha temuto di perdere, ha temuto di rimanere privato di tutto e tuttavia, lo fa aggiungendo la certezza che questi momenti difficili sono però accompagnati dalla certezza della Vita in Cristo. Dice l’Apostolo: «In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo»; è la fede nel Cristo risorto che gli dà la forza di attraversare i momenti bui, i momenti difficili, le prove davvero drammatiche della sua vita di testimone del Vangelo. E il testo del Vangelo che sembra il più pacato dei tre, mostra uno spezzone del discorso tra Gesù e i suoi discepoli.

È doveroso puntualizzare come immediatamente prima al testo che leggiamo oggi, Gesù aveva mandato i suoi discepoli in missione dicendo loro che li mandava come agnelli in mezzo ai lupi. Anche se raccomandava loro di essere candidi come colombe ma cauti come serpenti, predisse che sarebbero stati traditi dai loro cari, perseguitati, gettati in prigione; e che sarebbero stati odiati come lui stesso è odiato. Nonostante tutto ciò, Gesù dice loro: «Non abbiate paura!», una espressione che apre il testo di oggi e che fa da cornice a tutto il discorso. È invito a non temere coloro che possono uccidere il corpo, ma non hanno potere sulla vita ultima; da qui l’invito a “temere”, cioè affidarsi a Dio: «Colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo».
Gesù però aggiunge che Dio è Padre che si preoccupa di tutti i dettagli della nostra vita, compreso quello che, con pizzico di umorismo, è la conta dei nostri capelli. La morte allora, anche se appare un muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, non è più la definitività; se ci fidiamo davvero di Dio, della Vita che è più potente dei vincoli orrendi della morte, noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione, ma per renderci consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama. E questo aspetto consegna davvero una richiesta di fedeltà che solo la fede sincera sa dare anche di fronte a pesanti prove che altri ci danno; infatti, i tanti martiri del XX e XXI secolo, solo raramente sono messi a morte esplicitamente in odio alla fede, ma sono stati messi a morte per la loro fedeltà al messaggio evangelico e alla sua verità: essi, infatti, si sono sempre schierati dalla parte dei piccoli, dei poveri, degli oppressi, annunciando o semplicemente vivendo la verità del messaggio evangelico che chiede il rispetto della dignità umana e il perdono delle offese. Essi sono fedeli imitatori di Giovanni Battista a cui è stata tagliata la testa semplicemente perché aveva disturbato Erode e in modo speciale, Erodiade; ha infatti, ricordato loro un principio fondamentale della morale che avevano violato e questo, ancora prima della proclamazione del messaggio di Gesù che leggiamo oggi. Giovanni è dunque precursore anche in questo: non ha temuto chi può uccidere il corpo, perché uomo libero che si affida a Dio. È nel contesto del qui e ora che il Signore ci dice: «Non abbiate paura [...] chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». Siamo dunque incoraggiati nella nostra missione di battezzati, ad essere testimoni nel cuore del mondo di oggi. Non dobbiamo avere paura di mostrare con giustizia l'importanza per noi della nostra fede in Gesù Cristo. Essa guida il nostro essere profondo illuminando le nostre scelte di vita; essa abita il nostro discernimento su ciò che costruisce la bellezza della vita umana, personale o collettiva. Ci rivela la Vita che non muore perché vittorioso sulla morte che uccide il corpo e l'anima. La nostra fede in Cristo deve poter sprigionare in noi quella luce e quella forza che genera fiducia e carità che vanno ben oltre il ripiegamento, le paure e le incertezze in cui la vita, le nostre fragilità e le nostre fatiche possono rinchiuderci. L'esempio di Cristo, testimone dell'amore del Padre, ci sostenga e ci incoraggi così che la Parola del Signore compia in noi ciò per cui è stata mandata (cfr Is 55,10-11).

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