II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO B
Is 63,7-17; Sal 79; Eb 3,1-6; Gv 5,37-46

IIDopoMartGio2024La Lettura è davvero bella; come spesso accade nelle parole dei profeti, c’è un momento in cui appare evidente come Dio ha condotto, ha avuto cura del suo popolo rivelandosi come Padre. Tutto il testo apre ai grandi interrogativi della vita, il dramma del cammino della fede. L’amore riconosciuto e celebrato come un dono grandissimo viene come quasi interrotto, messo a margine perché il cuore si è orientato altrove a credere ad altri e a dimenticare la freschezza della parola dell’Esodo. Sembrerebbe così annullata la bellezza e la ricchezza del Dono, ma, la parola che ha radici lontane, si apre alla speranza. Le espressioni di Isaia attingono a qualcosa di vissuto, di visto, di toccato con mano e che ormai è nel cuore di quest’uomo che alla Parola stava dedicando per intero tutta la sua vita. È davvero testo che si fa preghiera nelle pieghe della storia concreta, quella grande storia che un po’ tutti stiamo attraversando fino alla storia personale di ciascuno. Il profeta entra in preghiera così: «voglio ricordare», non c’è immediatamente una richiesta. È un mettersi di fronte al Signore per ricordare (richiamare al cuore) ciò che il Signore ha fatto, ciò che il Signore ha dato. È un pregare che sa fare memoria, che sa dire a se stesso quanto Dio ha già cominciato a svelarci di Lui. Pensiamo il rimando, la ricaduta che queste parole hanno nella nostra storia personale di sequela evangelica; pensiamo al dono che ci fa quanto ci dice: «Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione li ha riscattati». Quell’”Egli stesso” noi oggi lo possiamo nominare. Viene da Nazareth si chiama Gesù. Lo stare di fronte alla verità di Dio così, consente di cogliere i doni con cui Dio ha accompagnato e tuttora accompagna la nostra storia. E il ricordare del profeta porta alla presa di coscienza del nostro allontanamento, al nostro rifiuto di far nostri quei doni. Potrebbe essere un segnale di disfatta, ma immediatamente il profeta esprime la volontà di ritornare. È dunque un far memoria che rigenera la speranza così che si possa ridisporre il cuore ad una invocazione grande e sincera. La preghiera quindi si scioglie e si fa invocazione affinché si rimanga dentro quel rapporto di alleanza che permette al linguaggio di farsi confidente, famigliare che sa osare con Dio. «Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa… Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre»; è infatti, invocazione che invita a guardare, ad osservare le nostre fragilità, è preghiera che chiede di non perderci mai di vista. Se infatti, ci riconosciamo guardati dal Signore, la nostra vita ancorché piena di difficoltà, sarà per noi un cammino custodito. La richiesta al Signore di non essere insensibile verso le sue creature, è espressione in assoluto più ardita, è istanza forte e intensa che vuole rompere gli indugi: «Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre». È un po’ l’esperienza di tutti noi quando cerchiamo di riflettere su situazioni o esperienze della vita che ci accompagnano da lungo tempo. Se diamo per pacifica questa affermazione e non facciamo la domanda esplicita su questo, ci pare di sapere tutto; quando invece ci fermiamo perché vogliamo riflettere su questa faccenda, qualche volta capita appunto di dire che le cose allora non sono così chiare. Dunque, parole sorprendenti di una preghiera esclusiva per la bellezza che raggiunge il cuore di ciascuno; essa chiede di non lasciarci peregrinare lontano dal Signore, ma di riportarci a casa perché avvertiamo che solo lì la nostra vita è definitivamente compiuta. Le parole finali di questa preghiera, infatti, hanno una profondità e bellezza ancora più grande per la nostra situazione: «Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità» perché in quell’eredità ci siamo anche noi.

È trasparente, infatti, il testo della Lettera agli Ebrei: «Fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo». Sono parole dette ad una comunità che sta vivendo la ricchezza della Parola di Dio che fa riferimento al dono dell’Esodo nel ricordo della figura di Mosè, ma che diventa esortazione a riconoscere che Dio è andato oltre a questi doni già bellissimi che non sono cancellati, ma portati a compimento nel dono della figura di Gesù, il Figlio dell’Eterno venuto tra noi. Con Gesù, Dio si è avvicinato infinitamente a noi più di quanto si fosse messo vicino al suo popolo nel dono dell’Esodo con Mosè collocato a guida affinché quel popolo sia liberato dalla schiavitù dell’Egitto ed introdotto in una terra senza schiavitù. È dunque parola carica di intensità pronunciata (il testo della Lettera agli Ebrei è infatti una omelia, poi trascritta) all’interno di un contesto che ancora rimane giudaico, ma in cui la novità del Vangelo comincia prepotentemente a bussare al cuore di molti. È invito a riconoscere come la verità della vita sia illuminata dalla vera Luce ed è importante proseguire in questo ascolto e in questa ricerca. È proprio dentro una logica così il testo del Vangelo. Il capitolo si apre con la guarigione di un paralitico gravemente malato. Un’opera di misericordia che però lascia i cuori dei presenti solo garanti e protettori della Legge e sembrano costituirsi come una giuria. Non colgono l’azione di Dio che si fa vicino, ma si fanno sempre più agguerriti nella resistenza al Signore e alla sua parola. «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita», è infatti frase che mostra grande sofferenza per il modo in cui si indagano le Scritture, di come le si approfondiscono e le si comparano tra di loro, ma che lascia che il cuore resti assente rimanendo lontano da Dio. Gesù dice che le Scritture ci vengono date perché il cuore si apra alla parola del Signore. Non basta indagare sulla scrittura se il cuore non ha il desiderio di andare al Signore Gesù. È evidente allora che ci soffermiamo per capire se le nostre azioni, le nostre opere, le nostre parole, i nostri sentimenti siano una risposta di fedeltà. Il Signore non rifiuta mai la Sua grazia, Lui sa attendere che il nostro rifiuto si converta in accettazione. È parola quindi, che è invito a praticare le Scritture affinché possano risuonare dentro di noi; per questo le facciamo nostre e diciamo “Signore aiutaci a scrutare le scritture per cogliere il cuore della tua parola”. Rimane sempre l’invocazione più bella perché aiuta a custodire e vivere bene la ricchezza della Parola. Gesù dice anche a noi oggi che ci riuniamo perché invitati attorno alla mensa eucaristica, che all'incontro con Lui si arriva se lo si sceglie veramente, se questo desiderio lo si coltiva nel cuore come un’esigenza primaria e profonda. Noi abbiamo molto impoverito l'immagine della fede identificandola prevalentemente con un insieme di parole, di dichiarazioni, di proclamazioni, ma questa pallida immagine dice poco se messa a confronto con quella evangelica che invita ad andare dietro Gesù, a camminare nelle parole di Gesù che «sono spirito e vita», sono vento che gonfia le vele della nostra vita!

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