VII DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA – ANNO B
Isaia 43,10-21; Salmo 120; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43

VIIDopoMartGiov2024Il problema del male è senza dubbio l'obiezione più grande che l'uomo pone a Dio, lo sappiamo dal Libro di Giobbe. Ognuno di noi soffre nella sua carne per la malattia, nel suo cuore per le ferite dell'amore, nella sua coscienza per il morso del peccato, e in generale per le difficoltà nei rapporti umani. La morte poi, è il momento che viene vissuta come frattura universale che pota sofferenza lunga per chi rimane, anche se, nella fede, sappiamo che tutta la vita è soltanto la prefazione alla Grande Vita, quella Eterna. Perché c'è tanto male nel mondo? Perché l'arrivo del Regno di Dio non ha spazzato via tutte le sofferenze e tutto in una volta? Sono le domande di sempre, ma una risposta la possiamo attingere dalle parabole che la liturgia di questa domenica ci propone: la zizzania, il granello di senape, il lievito. La prima risposta che Gesù offre alla nostra fede riguarda l'origine del male. Il male non viene da Dio che non ha seminato altro che buon seme nel giardino dell'Eden; il libro di Genesi, infatti, ripete sempre questo ritornello: «Dio vide che era cosa buona... e addirittura molto buona» (cfr Gn 1). I seminatori di fatto sono due: Colui che semina in pieno giorno e in tutta chiarezza ciò che è buono, e l'altro che viene di notte mentre la gente dorme per seminare il male. È esperienza che anche noi conosciamo molto bene quando il peccato si infiltra furtivamente approfittando dei nostri momenti di incoscienza, ed è situazione che riconosciamo solo a posteriori. Per farci vivere con serenità la nostra vita anche in presenza di fragilità e di miseria, il Signore ci chiede di avere fede che il male sarà estirpato, sarà estinto. L’invito è ad avere fede grande almeno quanto un granellino di senape per essere davvero liberi, perché quella fede ci mette in condizione di lasciarci scivolare nelle mani dell’Unico che dà senso alla nostra vita: il Signore. La fede non può essere un adeguamento mentale ad una verità solo razionale, perché poi sarebbe difficile spiegare i passi falsi o le cadute per le varie fragilità. La fede è l’abbandonarsi al Padre affinché l’operosità del proprio cuore anche se piccola riesca a spostare le montagne caratterizzate dalla mancanza di risposte ai tanti perché del male subito che provocano dolore insopportabile. Gesù chiede di praticare la pazienza a coloro che sono impazienti di fronte al male o di fronte ai malvagi perché così è il Padre che non agisce come molti fondamentalisti vorrebbero: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». La sicurezza del padrone del campo, la sua pazienza, la sua fiducia, oserei quasi dire addirittura la sua gentilezza e giustizia, è davvero sorprendente. Chiede che la pazienza e la gentilezza siano messe a frutto, perché ciò che è importante e decisivo è saper aspettare. Paolo, nella lettera ai Romani, ci dice che la pazienza è virtù provata che a sua volta genera la speranza (cfr. Rm 5, 3-4). Anche papa San Giovanni XXIII aprendo il Concilio vaticano II nell’ottobre del 1962, diceva: «Ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa» (Discorso di Apertura Concilio di papa Giovanni XXIII, 4,2).

E quella Chiesa immaginata profeticamente è cresciuta diventando un albero ospitale tanto che gli uccelli del cielo sono andati a farvi il nido e noi possiamo annoverarci tra questi. La parabola accade, non è soltanto un racconto che sta fermo e che Gesù utilizza per parlare alla gente semplice che non avrebbe potuto comprendere argomentazioni difficili. Sono parole che hanno una fortissima forza simbolica che dicono qualcosa che è dentro l’ingranaggio della storia, e quando entra in gioco la fecondità di un seme come questo che viene dal Signore, la fioritura prima o poi emerge. La parola di Dio vive nel concreto cammino della Chiesa; essa non è cosa secondaria perché continua ad accadere e chi vive con questo sguardo di fede stando accanto a fatiche, ad attese, a dolori e speranze di uomini e di donne, si accorge di questo. Vivere lo sguardo della fede vuole dire non abbandonarsi alle logiche mondane con il rischio di ritrovarsi: «profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo» (Discorso di Apertura Concilio di papa Giovanni XXIII, 4,3). Il tema della pazienza e della speranza è ciò che ci viene proposto dalla Lettura. La deportazione e l’esilio in Babilonia è esperienza durissima e sofferta per il popolo di Dio; il popolo sperimenta su di sé solo il procedere delle forze del male dell’oppressione caldea. Ma all’interno di questo scenario risuona incredibilmente la parola del profeta. La parte finale del testo dice: «Così dice il Signore […] Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa». È promessa che anche quel deserto presente nei cuori del popolo fatto di rassegnazione che porta allo smarrimento, fiorirà. Le parole del Signore non sono mai parole vuote, sono come una strada che viene tracciata affinché ciascuno possa trovare il proprio punto di riferimento anche se sta vivendo il buio di situazioni faticose. Sono parole che attraversano la storia di tanti deserti che anche oggi portiamo nel nostro cuore. E anche Paolo scrivendo all’amata comunità di Corinto, vuole incoraggiare a vivere la propria fede a vantaggio di tutti. Paolo viene dopo Gesù e può scrivere questo testo perché ha sperimentato su di sé la potenza salvifica della Pasqua di Gesù Cristo: «Fratelli, io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere». Come dire: lasciate fare a Dio! Noi ci adoperiamo e il nostro contributo è evidentemente importante, ma è Dio che fa crescere, è Dio che guida la Chiesa nella storia facendo sorgere in essa molteplici ministeri, servizi e forme per essere di aiuto. L’invito allora che scaturisce dalla Parola odierna per noi oggi, è quello di non lasciarsi sequestrare dai torti subiti, dalle invidie che si generano per primeggiare, ma di mantenere la libertà di riconoscere ciò che nasce e fiorisce nel cuore di uomini e donne che scelgono di seguire il Vangelo. È il Signore che fa crescere e questa certezza, ci dice Paolo, nessuno ce la porta via. Se le cose che non vanno sono tante, se le sofferenze, i dolori, le ambiguità, le storture sono molteplici e ricorrenti, il Signore comunque guida la storia e fa crescere ciascuno all’interno di essa con la propria libertà. Allora anche quando avvertiamo di essere schiacciati dall’indifferenza e dall’apatia e subiamo la tentazione di dire basta, teniamo presente che l’ora più buia della notte è sempre quella più vicina al giorno: la mietitura darà i suoi frutti e la zizzania sarà distrutta.

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