DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO – ANNO B
Is 26,1-2. 4. 7-8; 54,12-14°; o Ap 21,9a.c-27; Sal 67 (68); 1 Cor 3,9-17; Gv 10,22-30
Quante volte nella nostra vita abbiamo compiuto il gesto semplice di varcare la soglia della nostra chiesa; è gesto che racconta un desiderio di incontro; incontro con Colui che ci prenda per mano e faccia rialzare come ha fatto con quel ferito abbandonato sul ciglio della strada (cfr Lc 10,30-35). Oggi è la domenica della Dedicazione del Duomo di Milano, Chiesa Madre di tutti i Fedeli ambro-siani; può piacere o non piacere, ma è costruzione la cui bellezza maestosa quasi schiaccia, e tut-tavia, ci racconta la parola di Dio, c’è un livello più profondo del nudo edificio che accoglie: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». La nuova Gerusalemme, «che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio», viene identificata come la Chiesa in cui il centro è l’Agnello, il Signore vivo e glorioso. Quel Tempio maestoso che identificava il popolo dell’Antico Testamento non c’è più «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5), ora c’è la città santa illu-minata dal suo Signore: la Chiesa. Generata dalla Pasqua di Cristo, le su porte «non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte» e questo dà valore nuovo alla vita di coloro che in lei dimorano. Sono porte che restano sempre aperte anche per coloro che si allontanano volontariamente. Il figlio prodigo della parabola che vuole la sua parte di eredità che sbatte la porta e si allontana non avendo più riguardo di nulla, e che consumerà o, meglio, getterà via i be-ni più preziosi come una zavorra ingombrante, è il paradigma di questa certezza. La grandezza di quella parabola risiede nell’assunto che non tutto è perduto. Il Padre spera che il figlio torni e, in questa attesa, soffre per lo smarrimento del figlio. L’uomo non deve temere, non deve disperare perché troverà sempre, in qualsiasi momento lui vorrà, il Padre pronto ad accoglierlo tra le pro-prie braccia (cfr Lc 15,11-32). Ci si può allontanare sempre e solo per decisione personale non cer-to per volontà del Padre il quale vuole che tutti siano felici con Lui. Ma sovente ci capita di entrare in chiesa avendo l’animo sospeso per le tante fatiche che la vita ci presenta, oppure ci capita di entrare come se fossimo solo “clienti” e non come veri abitatori della casa (cfr Lc 15,25-29). È questo, l’atteggiamento di chi vive l’inverno nel proprio cuore e non è aperto al riconoscimento della bontà del Padre che scalda il cuore. «Fino a quando ci terrai nell’incertezza?» è la domanda di sempre quando agiamo da “clienti”, domanda che rimane senza risposta e alimenta dubbi che, come una marea montante, annulla e sommerge tutto rendendo sterile il proprio cuore. Dobbia-mo infatti riconoscere che il silenzio divino fa avvertire, la miseria, la vanità, la vacuità delle no-stre parole e acconsentire a questo silenzio è cominciare a capire che, al di là delle nostre do-mande che teniamo sempre troppo esterne a noi stessi, c'è la nostra attesa, ma c’è anche l’attesa del Padre.
Noi siamo attesi nella parte più segreta del nostro essere da: «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1,4); Colui che sta alla porta del nostro cuore e bussa chiedendo la nostra ospitali-tà. C’è quindi una convocazione, un essere chiamati a vivere la relazione di figli nel Figlio che ci tolga dalla nostra solitudine o dalla nostra dispersione, e questa chiamata non è solo un suono, ma è voce, è Parola che si fa promessa: «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». È voce del Pastore che chiama e raduna senza variazioni di affetto e di sentimenti. L’immagine delle pecore non deve trarre in inganno; vicino al tempio c’era la porta delle pecore, una delle porte nelle mura di Gerusalemme in cui entravano e uscivano le greggi e probabilmente guardando in quella direzione, Gesù pronuncia queste parole che reste-ranno impresse nella mente dei suoi ascoltatori. Gesù si presenta come colui che con la forza e la dolcezza del Padre, conduce le sue pecore verso la vita vera, quella senza fine. È quindi relazione non autoritaria ma affettuosa che sarà confermata con la vita del Pastore sulla Croce al Golgota. Allora, più che celebrare la dedicazione di luoghi fisici, ci è chiesto di celebrare la dedicazione del-la nostra vita con tutto il suo carico fatti di limiti, di difetti, di fatiche e di fragilità, ma anche di pregi. Il Signore non vuole cose da noi, è Lui a darcele; il Padre vuole te, vuole ciascuno di noi. An-che nelle nostre relazioni ci accorgiamo che è così; lo sposo, la sposa, i figli, i genitori avvertono il bisogno di qualcuno e non di qualcosa. L’amore convoca la vita; per gli sposi è assunto capace di verità: nonostante tutte le magagne che ciascuno ha, è vita offerta, è vita dedicata che si rinnova ogni giorno. Noi guardiamo il Duomo Chiesa Madre di tutti i fedeli ambrosiani vedendovi in quella costruzione tutte le chiese anche le più umili in cui le persone che vi entrano, cercano Colui che quelle persone ha cercato assai prima. Per questo che alla dedicazione di Dio nei confronti di cia-scuno di noi, deve corrispondere liberamente la nostra dedicazione a Lui vivendo la verità delle nostre esistenze. Il Padre, ci dice Gesù, non si stanca mai di noi e anche quando lo deludiamo con il nostro volontario esilio, Lui ci aspetta per donarci ciò che di più prezioso ha: il suo Figlio, il suo Vangelo. Se non si fa convergere cuore, volto, preghiera e sguardo verso Colui che è il fondamen-to dell’edificio, si diventa estranei anche a se stessi. Quando si decide, quando si ama, quando si spera, quando si perdona, quando si condivide, si costruisce bene su questo fondamento che dà stabilità permanente alla casa. Paolo augura questo ai suoi fratelli nella fede di Corinto. Augura che il loro non sia un cammino qualunque in cui si si fanno cose a caso, ma un cammino in cui tutti si aiutino reciprocamente a edificare sull’unico fondamento che resiste alla storia: Gesù Cristo. Anche noi siamo invitati a vivere il nostro ritrovarci come segno della nostra volontà di convergere il nostro cuore e il nostro operato su questo Fondamento senza cercare altro. Non è possibile co-struire con Lui dimenticando Lui; il nostro ritrovarci insieme domenica dopo domenica attorno all’Eucaristia è esattamente per lasciarci formare come casa del Signore da Lui stesso. L’opera piccola o grande che sia, deve poter restare, deve poter resistere, deve poter continuare nella scia di Gesù e dello Spirito perché – lo dice a ciascuno di noi l’Apostolo – “tu sei tempio di Dio”. Gesù non era particolarmente affezionato alle grandi costruzioni, lo sappiamo da altre pagine del Van-gelo, il vero tempio è quello del cuore, dell’offerta che noi facciamo della nostra vita. Questo è il senso e il valore della dedicazione della Chiesa madre dei fedeli ambrosiani, dedicazione che è premessa della vita eterna e noi oggi siamo qui Signore Gesù come mendicanti del fuoco del tuo amore che solo può riscaldare i nostri inverni interiori.
