II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE – ANNO B
Is 56,3- 7; Sal 23; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24
Accogliendo la parabola evangelica può capitare di dare troppa importanza ad alcuni aspetti negativi come soprattutto l’ultima frase e farci quindi una idea sbagliata di Dio. Mi riferisco principalmente alla decisine di quell’uomo che, dando una grande cena e facendo molti inviti, decide di non invitare mai più i primi invitati al suo banchetto, quasi che ormai per loro sia possibilità tramontata. Non c’è dubbio, la parabola nel finale dice anche questo, ma il suo nucleo riguarda piuttosto il nostro atteggiamento nei confronti di Dio e nei confronti del suo invito ad entrare nel suo regno. La parabola evidenzia ciò che tutte le letture proposte in questa domenica dicono: il Signore Dio ama tutti i suoi figli e li vuole sempre con Lui. Il salmo che pregheremo ha proprio come inizio queste parole: «Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti»; allora se tutto è del Signore, a maggior ragione tutti sono invitati a salire verso il suo monte santo. Il profeta Isaia lo dice molto chiaramente: non è soltanto il popolo di Israele ad essere invitato ad entrare nella salvezza di Dio, ma tutti i popoli che aderiscono con cuore al Signore.
La salvezza per loro sarà il totale capovolgimento della loro situazione di esclusione. Il Signore porterà loro una salvezza compensativa della loro situazione di esclusione in termini clamorosi: lo straniero si vedrà condotto sul monte santo per offrire sacrifici finalmente graditissimi. L’eunuco vedrà ingrandito il proprio nome dal Signore con una misteriosa aura di eternità che supererà la garanzia di rendere viva la propria discendenza terrena che viene dalla generazione di figli. Ornamento dell’attesa, quindi, saranno la giustizia e il diritto che sono proposte non tanto come impegno morale ma come segno dell’impazienza dell’attesa. E questo sarà solo l’inizio dell’opera di raccolta di tutti i dispersi che confluiranno nel popolo d’Israele. Ed anche ciò che dice Paolo scrivendo agli Efesini: coloro che erano ritenuti lontani da Dio perché non appartenevano al popolo di Israele, i pagani, sono diventati grazie a Gesù Cristo, concittadini dei santi e famigliari di Dio. Tutti insieme, infatti, e ciascuno in particolare, siamo coinvolti in questa manifestazione della ricchezza della misericordia e dell'amore di Dio che trasforma i peccatori in santi, gli spiritualmente morti in spiritualmente vivi, salvati da quella fede che è dono di Dio. Perché siamo opera sua, creati in Figlio suo per compiere quelle opere buone che Dio da sempre ha personalizzato per il cammino di ogni sua creatura. Opere buone che ci accompagneranno a sedersi accanto al trono nei cieli - quel regalo che i fratelli Giacomo e Giovanni chiesero al loro Maestro come segno di potere e di prestigio (cf Mc 10,35-40) e che invece ci mostra la straordinaria ricchezza della grazia di Dio elargita su tutti noi, figli adottivi ed eredi in Cristo Gesù. Allora è giusto che il centro della parabola evidenzi come il nostro Dio dia a tutti la possibilità di iniziare a vivere un rapporto diverso con Lui; un rapporto di comunione che abbia il suo epilogo nel grande banchetto eterno, ma che già da ora fa intravvedere gli orizzonti. I personaggi di questa parabola, ricchi e poveri, sono chiamati ad entrare in relazione al Regno di Dio: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!», e in questo ambito, l'opposizione è piuttosto tra il “cuore dei ricchi” e il “cuore dei poveri” (cfr Mt. 5,3). Viene evidenziato come il “cuore ricco” sia un cuore saturo: tutto preso dai suoi affari (ho comprato un campo) o dalla sua vita familiare (mi sono appena sposato), un cuore pieno ma senza spazio per Dio. Il “cuore povero” (a prescindere dalla sua situazione economica) è un cuore capace di meravigliarsi di un tale invito. Mi chiedo allora, se anche noi, come i primi chiamati a quella cena, avanziamo certe scuse per comportarci in maniera non coerente con il Vangelo dicendo sono troppo occupato, non ho tempo! La parabola però dice che c’è posto per tutti in paradiso, anche per i più lontani. È questo l’atteggiamento del padrone di casa che dice al servo: «Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia». Penso che ci sia motivo di meditare profondamente su questo brano evangelico, e non come un testo antico del tempo di Gesù, che vale per gli ebrei del suo tempo, ma come una parabola che riguarda tutti. Dio ci invita ora ad entrare nella salvezza. Gesù dice a ciascuno di noi: c’è posto anche per te, vivi in maniera coerente con questa salvezza che ti è donata in anticipo. Il desiderio di Dio non conosce limiti né pentimento: la Sua casa deve essere riempita, senza indugio. Ma solo i poveri sembrano essere in grado di assaggiare la sua cena. E di fronte all’affermazione: «costringili ad entrare» con la quale la parabola sembra prendere una piega stupefacente, occorre non essere stupiti. L'invito rimane gratuito, ma il servo deve costringere gli ospiti, non contro la loro volontà, ma contro la loro paura di non essere degni del pasto. L'invito qui è a coloro che non sono né della prima cerchia come i notabili, né della seconda, quelli della stessa città, ma della terza, gli invisibili che il padrone di casa desidera vedere alla sua tavola, così da essere onorati allo stesso modo degli altri. Tutti, indipendentemente dalla loro origine o condizione sociale, sono i chiamati alla mensa del Regno di Dio. Possiamo essere sempre in mezzo a quelli che sono nelle piazze e nelle strade della città, storpi, zoppi, ciechi, magari portati dentro volenti o nolenti, ma senza dubbio, già felici, veramente beati. “Nessuno può sfuggirmi”, dice Dio a Caterina da Siena. La novità inattaccabile e travolgente è che tutti apparteniamo a Dio, i nostri capelli sono addirittura tutti contati (cfr Lc 12,1-7). Siamo creati da Dio che ci "adora" a tal punto che nessuna malizia può ostacolare la sua misericordia. Che si tratti del ladro dal comportamento detestabile e indesiderabile, che si tratti di Pietro, un capo scontroso; non importa se è ricco o povero, in carcere o libero, samaritano nato o membro del popolo eletto, pio o pagano, prostituta o amministratore regale, siamo chiamati ad essere ospiti molto desiderati a questa «grande cena». È per mostrarcelo nei fatti, il Figlio Unigenito non ha ritenuto opportuno rivendicare il suo diritto di essere trattato come uguale a Dio; ma, al contrario, si è spogliato assumendo la condizione di servo (Fil 2,6-7). Penso che oggi tanti di noi saranno toccati da questo invito così forte del Signore e ci verrà in mente che qualche volta Lui ci ha ricondotto sulla retta via mentre stavamo proprio sbandando e allora il primo atteggiamento è quello del ringraziamento. Ringraziarlo perché per merito suo non nostro, ci ha portato dentro la famiglia di Dio che è la Chiesa, ci fa vivere come concittadini dei santi. E poi da qui nasce anche la disponibilità. La disponibilità di annunciare agli altri questa bella notizia di Dio «Esci subito per le piazze conduci qui ogni persona che incontri a partire dagli ultimi». Non lo dice semplicemente il padrone di casa della parabola al suo servo, ma oggi il Signore lo dice a ciascuno di noi.
