I DOMENICA D’AVVENTO – ANNO C
Is 13,4-11; Sal 67; Ef 5,1-11a; Lc 21,5-28
“L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile, ci minaccia col dito e dice: Ricordati! I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore pieno di sgomento come in un bersaglio; il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte come silfide in fondo al retroscena; ogni istante ti divora un pezzo di letizia concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.”
(C. BAUDELAIRE, L’orologio, v 1-8).
La poesia "L'orologio" che ho proposto solo nei primi versi, esprime un'angoscia fondamentale di Charles Baudelaire: quella che l’ego, l'io, l’individualità assiste impotente all'usura della sua so-stanza, alla perdita della sua vitalità. Il tempo è il grande fattore di distruzione: è il "nemico oscu-ro" che logora e vampirizza le nostre forze. Il poeta rinnova il tema dello scorrere del tempo drammatizzandolo attraverso i diversi processi di personificazione. Per il poeta, questa è poesia che mette in luce la dimensione tragica della lotta tra l'uomo e il tempo ritenuta dal poeta, lotta universale; “L’orologio”, infatti, non è solo per il poeta, ma per tutti gli uomini. Il pensiero del poe-ta francese è pessimismo che porta alla sconfitta inevitabile e totale o può essere assunto come invito al riscatto della propria persona che vuole aprirsi alla speranza ed al desiderio di vedere la propria vita rivitalizzata dal proprio Signore? Oggi, inizio del nuovo anno liturgico, siamo chiamati a guardarci dentro e sciogliere questo timore. Inizia il tempo dell'Avvento che chiama tutti a vigi-lare sul proprio atteggiamento affinché si sappia guardare e anche annunciare i segni del giorno che sorge.
Tutte le letture di questo giorno invitano ad essere in controtendenza all’angoscia di Baudelaire perché invitano ad essere come un "guardiano dell'alba" che riesce a percepire la prima luce anche dentro una notte che sembra essere ancora profonda. Il tempo dell’Avvento ha come colore liturgico dei paramenti nelle nostre liturgie il viola che non vuole dire solo penitenza, ma anche attesa. È colore che porta il pensiero ad un’alba di una nuova vita perché l’attesa è desi-derio e il desiderio porta alla speranza che la notte finisca presto e l’inverno prenda deciso la strada del risveglio che la primavera dello spirito annuncia. L’attesa è per Colui che viene «su una nube con grande potenza e gloria» a garantire non un tempo che ha ancora una fine come sembra suggerire in modo pessimistico le parole del poeta francese, ma un tempo il cui orizzonte si apre sempre di più. La fede ci dice che non si tratta di una fine, ma di un inizio nuovo, una nuova nasci-ta, quella dell'uomo nuovo che vuole essere vero figlio nel Figlio che viene. Solo così il tempo dell'Avvento, il tempo delle novità, si fa tempo della guarigione: «Risollevatevi e alzate il ca-po». Allora, non si tratta più di guardare le cose della terra, le cose di questo mondo, i nostri luo-ghi di caduta, ma si tratta di guardare le cose di lassù. Si tratta di iniziare la propria risurrezione già dal Natale perché il Figlio dell'uomo viene e solo in Lui troviamo il senso pieno al nostro esiste-re. Ecco come il Tempo non diventa più il nemico individuato dal poeta ma alleato se però non ci lasciamo abbattere. Il dire: «Badate di non lasciarvi ingannare», vuole rafforzare l’invito a stare in guardia, a vigilare su se stessi perché il pericolo di chiudersi come vittime è sempre presente. Di fronte ai segni di precarietà di questo mondo, Gesù chiede di non cercare qualche cosa che stia in piedi come il tempio tanto ammirato, ma di cercare Dio il solo a dare sapienza e parole alle quali nessuno potrà ribattere. Questo non vale solo per i ragionamenti, in generale vale per la vita. Non occorre preparare prima la sicurezza per il domani perché, se si pensa oggi a cosa si farà domani, non si vive né l’oggi né il domani e il Tempo che “l’orologio” di Baudelaire prospetta diventa dav-vero tiranno. L’invito: «Risollevatevi e alzate il capo», chiede la fatica della fede che sa guardare in alto e questo non è sempre facile.
Risollevarsi e alzare il capo impegna a rinnovare e rinforzare la speranza che dà energia e signifi-cato a tutto, anche alle occupazioni più ripetitive e marginali, nella certezza che niente nella no-stra vita è insignificante perché trova la sua pienezza nell’incontro con Colui che arriva dall’alto: il Figlio dell’Uomo. Cosa vuole dire in concreto risollevarsi e alzare il capo? Ce lo dice San Paolo che vive con la sua gente e si accorge dei possibili rischi di cadute di tono che possono attraversare la vita e che racchiude nel termine di idolatria. Questa è la forza di Paolo che dice: se hai anche solo intuito chi è il Signore, non puoi farti degli idoli perché capisci che non ci si può concedersi ad al-tri, hai trovato il Signore. L’idolatria è ogni allontanamento dal Vangelo che fa vendere il cuore ad altro. Allora, questo è il tempo opportuno per liberarsi dalle attività delle tenebre perché richiede snellezza e non pesantezza per rivestirsi della luce di Dio. Paolo lo fa con un linguaggio tipico che Israele aveva imparato dall’esperienza dell’Esodo: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete lu-ce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità». Evoca questo l’Apostolo, come dire: adesso davvero è tutto pronto per mettersi in un cammino che rigeneri. «La vostra liberazione è vicina» dice Gesù e questa è pro-messa che chiede l’apertura del nostro cuore. L’Esodo è questo; è promessa di liberazione perché è opera del Signore, si tratta allora di progredire nell’amore che rende leggero e raddrizza ogni stortura imboccata. «Frastuono di folla sui monti, simile a quello di un popolo immenso. Frastuono fragoroso di regni, di nazioni radunate. Il Signore degli eserciti passa in rassegna un esercito di guerra» è la promessa di liberazione dall’esilio di Babilonia. È dunque cammino di liberazione dal-la schiavitù per entrare nella terra della libertà e allora questo è il cammino che il Signore atten-de anche da noi. E quasi a motivo di augurio di buon cammino Paolo ci dice: «Cercate di capire ciò che è gradito al Signore». Cercate di capire. Ecco, l’Avvento è vero nella misura in cui viene real-mente attraversato ed accompagnato da questo desiderio. L’antichissima preghiera che è nata su-bito sulle labbra e nel cuore della giovanissima comunità cristiana: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20), dice anche a noi che non possiamo fare nulla senza il Signore. Ecco il clima spirituale dell’Avvento che si annuncia non come un tempo sentito come nemico, ma come il Tempo della speranza. Poi lasciamo che la nostra vita scorra per ciascuno con i propri impegni, con le proprie fatiche, con le proprie gioie e le proprie preoccupazioni lette e vissute però, nell’attesa di quell’Ospite tanto atteso e tanto desiderato.
