II DOMENICA D’AVVENTO – ANNO B
Is 19,18-24; Sal 86; Ef 3, 8-13; Mc 1,1-8
Domenica prossima, seconda d’Avvento, il brano del Vangelo che andremo ad ascoltare ci dirà: «Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio». La venuta del Signore, benché imprevedibile quanto ai modi e ai tempi, non è mai sganciata dalla storia degli uomini. Essa viene preparata all’interno della vicenda umana dal misterioso agire di Dio, che sempre si serve della collaborazione di uomini e donne pronti ad accoglierne la sua voce. Ogni inizio, infatti, suggerisce l'idea di un cammino che chiede preparazione perché ha in sé qualcosa di solenne che invita ad una progettualità che sfida e provoca soprattutto se quell’inizio raccontato, è annuncio sul Figlio di Dio stesso! La «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore», è voce solitaria che sembra essere assoggettata dalle tante voci che si levano dal mondo dei rumori, dei suoni, dei discorsi anche vani in cui anche noi a volte ci immergiamo. La voce forte che esorta e grida con vigore è quella dell’ultimo profeta nonché singolare precursore: Giovanni Battista; lui è chiamato a prendere l'iniziativa nell'indicare un nuovo inizio. La sua è voce che prepara una visita; è voce che dice come Colui che soccorrerà l’umanità ferita dal peccato per rialzarla nella propria dignità, sta arrivando, ma è voce solitaria del deserto. Il deserto è il luogo ostile per eccellenza; è il luogo della sete, della fame, del freddo della notte e del caldo torrido del giorno! Il deserto però è anche il luogo del silenzio, dell'assenza e della mancanza di altre voci così che sia permesso azzerare il volume dei rumori che ognuno ha dentro di sé; il deserto è l'ambiente che mette nella posizione di ascolto e di attesa anche se non tutte le attese sono positive, alcune sono davvero inutili. La commedia di Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, mostra come quei personaggi sulla scena attendono, per tutta la durata dell'opera, l'imminente visita di un personaggio chiamato Godot che non arriverà mai. In questi due clown che aspettano che arrivi chissà chi, a risolvere chissà che cosa, siamo tutti quanti, siamo tutti noi sembra dire l’autore. C’è dunque un’attesa che non sarà premiata; quei personaggi che lo stanno aspettando, sottolineano sì l'importanza della sua venuta, ma si fermano lì e non vanno oltre. È dunque attesa passiva, piena di vuota chiacchiera che è assolutamente inutile, dice lo stesso autore.
L’attesa vera, quella che rialza le persone e provoca impegno per una progettualità costruttiva che alimenta la speranza di un futuro buono e fa sentirsi “Figli del Regno”, è l’attesa chiesta da Giovanni Battista. Essa costruisce spazio e silenzio sulle nostre voci affinché si possa accogliere l’unica vera Voce che viene a parlare al cuore di ciascuno! Mentre i farisei e gli scribi avevano rinchiuso la Voce di Dio in troppe regole umane inaccessibili per uomini e donne del loro tempo, la Voce di Dio si dona gratuitamente a chi è disposto ad aprirgli il proprio cuore! Giovanni Battista offre il rimedio del battesimo per il "perdono dei peccati", perché ancora una volta, la condizione umana si ritrova nella sua più grande fragilità che la allontana da Dio e dal suo perdono. È proprio questa ferita che la storia degli uomini racconta, a far sì che Dio tenti instancabilmente di entrare in essa per portarvi la sua salvezza. Convertirsi immergendosi nell'acqua del Giordano, allora, diventa il segno di una nuova rinascita. Ecco il perché di quel grido, di quella voce. È davvero un testo che dà speranza a tutti perché dice che non si è mai soli nel cammino che si è chiamati a compiere. È Vangelo che, pur mostrando un luogo in cui è difficile la vita stessa, ne annuncia l’affollamento di gente che accorre; è Vangelo che, pur mostrando la sobrietà di Giovanni nel suo modo di vestire e nella sua totale povertà di vita, racconta di una testimonianza che cresce impetuosa e fortissima tanto da rimarcarlo nelle parole: «Vi fu Giovanni»! È la domenica dei !Figli del Regno”, in cui la sorpresa e forse anche la commozione viene svelata subito fin dalla pagina del profeta. All’interno di luoghi totalmente estranei, anzi, conflittuali, c’è qualcuno che invoca il nome del Signore. C’è il segno della sua parola, c’è il ritrovarsi di persone che accettano di entrare nell’esperienza viva dell’Esodo. C’è dunque forza ed attualità in questa profezia; Dio si lascia avvicinare così che: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra». Ma fa ancora di più dobbiamo la pagina dell’Epistola in cui si registra la meraviglia e la commozione di Paolo, che si scopre lungamente amato. Scrivendo agli Efesini dice il suo essere ministro e Apostolo. Allora risultano vere quanto pronunciato dal salmo: «Sono in te tutte le mie sorgenti». Per questo Paolo mostra il cammino della sua esperienza di vita; mostra un uomo assolutamente stupito di quanto il Signore ha realizzato e stia ancora realizzando in lui. Scrive così agli amati Efesini: «Fratelli, a me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio». Dire stupito è forse troppo poco; lui è davvero sconcertato per quanto gli è accaduto. A lui, che era l’ultimo per la vita vissuta in persecuzione della Chiesa nascente, Dio ha chiesto di annunciare la salvezza che il mistero di Cristo porta a tutte le genti. Annunciare e illuminare le genti il «mistero nascosto da secoli in Dio creatore dell’universo”, è per Paolo il motivo stesso del suo esistere. Lo sguardo vero sulla realtà umana e sulla verità della propria miseria, aiuta l’uomo a cogliere in profondità l’efficacia salvifica dell’intervento di Dio nella storia, e ricorda che per godere di quella salvezza nell’oggi, è necessario riconoscere l’umano bisogno di salvezza e, ancor più, il desiderio di essere liberati. Paolo si è messo in cammino così e l’esperienza della sua conversione gli fa dire alla comunità di Efeso: «le mie tribolazioni per voi: sono gloria vostra». Paolo soffre in carcere, ma i fratelli nella fede vedono quelle tribolazioni non come oscuramento e sconfitta della sua persona, ma come loro gloria perché a loro si è spalancata la casa di Dio. Credo allora, che la parola cammino assieme alla speranza, debba essere il collante di tutto il tempo dell’Avvento che ci prepara al Natale del Signore. Accogliamo dunque questi misteri con gioia e ringraziamento, nello stupore di trovarci di fronte a una realtà così infinitamente immensa che nulla può girarle intorno, ma che si lascia accogliere. È dunque orizzonte nuovo che chiede di essere accolto e vissuto da tutti perché il Vangelo vuole entrare nei deserti della nostra vita per rinvigorire ciò che pian piano si è spento. Non è utopia, qualcosa che richiama l’illusione tanto è inarrivabile, ma è il Signore che bussa al cuore di ciascuno chiedendo di entrare per rinvigorire il nostro passo fino alle «porte di Sion» che il Signore ama «più di tutte le dimore di Giacobbe».
