III DOMENICA DI AVVENTO- ANNO C
Is 45,1-8; sal 125 (126); Rm 9,1-5; Lc7,18-28
Il nostro sguardo è sempre influenzato da chi siamo, da ciò che cerchiamo o da ciò che già abbiamo; il desiderio interiore indirizza verso ciò che si stabilisce tra la mente e il cuore, tra ciò che si cerca e ciò che si vede, tra ciò che si vive e ciò che si aspetta o spera. Per raggiungere un tale livello di attesa e di speranza ci vuole la speranza che alimenta la perseveranza nella fede. Ecco perché noi, con l’animo di chi vuole cercare il Signore che viene, ascoltando e meditando ciò che la Parola in questa terza domenica di Avvento, ci dice. Il titolo dato a questa domenica, “le profezie adempiute”, ci ricorda che il Signore mantiene sempre le sue promesse, ma le mantiene percorrendo strade incredibili alla nostra ragione. Da subito il testo di Isaia mostra come Dio, per liberare il suo popolo in esilio, si avvalga del potente re Ciro che non conosceva Dio. Per il popolo di Israele è difficile immaginare che la salvezza passi proprio attraverso quel personaggio che tutti identificavano come un nemico, ma questa è la libertà con cui Dio conduce la storia. «Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca», sono espressioni che davvero sorprendono e se ci entriamo bene, esse commuovono. Il chiamare per nome dice l’affacciarsi di Dio che vuole prossimità, famigliarità, amicizia e tutti sono chiamati per nome. Sono chiamati a comprendere lo sguardo ampio, l’orizzonte vasto con cui Dio accompagna e ritma il cammino dei suoi figli. Tutti sono invitati dalle profezie a rialzare il capo per andare oltre i recinti delle proprie storie personali, di casa, di comunità. Andare oltre perché il Signore vuole far compiere passi su sentieri raddrizzati ci diceva il Vangelo della scorsa domenica. Queste sono le profezie che sono andate via via scoprendosi nel cuore di Israele e Paolo è il testimone al di sopra di ogni sospetto. Dottore della legge e fariseo, conoscitore autentico della grande tradizione che ha guidato l’intera avventura spiritale di Israele, Paolo questa promessa compiuta l’ha dentro, sa cosa è: Gesù Cristo. Paolo si avverte polarizzato dal Signore Gesù Cristo nell’intera sua vicenda personale.
Il suo essere annunciatore e servitore del Vangelo è legato a questo legame che un convincimento profondo tanto da fargli dire in modo sofferto: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne». La parola antica dei profeti ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo e ha preso possesso del cuore dell’Apostolo delle genti, ma provoca ancora in lui: «grande dolore e una sofferenza continua» perché vede ancora presente la distanza enorme che quel popolo ha nel rimanere radicato nella propria convinzione senza aprirsi alla salvezza di Dio in Cristo Gesù. È dunque, uomo disposto ad essere anàtema (separato, ma anche maledetto), purché il suo stesso popolo arrivi al ravvicinamento a Cristo. E il Vangelo ha sempre la forza di ricondurci alla storia concreta di Gesù, agli inizi al suo apparire. Domenica scorsa abbiamo ascoltato la forza persuasiva di Giovanni Battista che diceva è Lui che deve venire, oggi invece il testo del Vangelo ci dice che anche le rocce forti come Giovanni Battista, possono essere attraversati da momenti di debolezza, ma ci dice anche che, qualunque siano le nostre segrete umide e profondamente oscure come quella di Giovanni Battista, la luce di Cristo sgorgherà e illuminerà la nostra oscurità. Certo, il tempo del carcere è un tempo in cui possono venire a galla tanti sentimenti fatti di paure, di rimpianti, di nostalgie e Giovanni Battista è dentro a questo clima esistenziale che lo spinge a porre la domanda: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». È domanda che manifesta un dubbio la cui radice però ha una natura profonda. Lui era certo di Colui al quale preparava la via tanto da additarlo come l’Agnello di Dio (Gv 1,36), ma con molta probabilità lo immaginava come il resto di Israele: un Messia potente che risolve anche con la forza le divisioni del suo popolo. Deve però riscoprire come, ciò che lui si era prefigurato del Messia: «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò, ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt3,10), in verità non è così. Gesù, infatti, accogliendo con grande serenità la domanda di Giovanni Battista, mostra ai messaggeri che le promesse di Dio che i profeti avevano annunciato, si sono adempiute nella sua Persona: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». È ciò che permette a Giovanni di avere lo sguardo puntato all’oltre delle proprie convinzioni; nella crisi il suo cuore rimane fisso sul Veniente sconfiggendo l’eternità della notte che la sua crisi gli prospettava. In quella domanda, infatti, ci sono due aspettative da soddisfare: quella di Giovanni Battista che potrà finalmente gioire per la salvezza che Dio ha messo in atto pur essendo in condizioni di carcerazione, ma è domanda che chiede a Gesù di leggere la propria storia e di pronunciare una parola definitiva anche sulla propria identità. Solo così il volto vero del Padre che si manifesta nel figlio Gesù Cristo, decide anche il nostro sguardo. Gesù è venuto per ridare la vista ai ciechi ci dice il Vangelo; anche noi siamo in quella condizione, anche noi il più delle volte siamo impossibilitati a vederlo nella nostra vita quotidiana perché catturati, imprigionati dalle nostre stesse visioni, dai nostri schemi prestabiliti. Se andiamo avanti a leggere il Vangelo di oggi, possiamo davvero ritrovarci in quei farisei e i dottori della legge che: «non facendosi battezzare da lui [Giovanni Battista] hanno reso vano per loro il disegno di Dio» (Lc 7,29-30). L’umiltà di saperci ciechi, abilita Gesù ad operare in noi per ridarci la vista e allargare la visione sulla nostra vita. La fede ci dice che Dio è costantemente all'opera in questo mondo e che la salvezza è già lì anche se sfugge ai nostri occhi. Come il coltivatore vede nei piccoli germogli la promessa di un raccolto futuro, anche noi oggi possiamo leggere i segni che danno vita e speranza alla nostra vita continuamente rinchiusa nelle prigioni fatte di un universo culturale sempre più frammentato e senza alcun riferimento a Dio. L'individualismo in cui piano piano anche noi ci stiamo ritirando, è la nostra prigione moderna; lì prevalere il virtuale sulla realtà, il primato dell'egoismo sul significato vero della vita. I segni che danno speranza, l’amore verso i fratelli più deboli, il riconoscere l’alterità dell’altro in tutte le situazioni, sono ancora presenti; per vederli occorre incamminarsi in un Esodo da se stessi: è la via della fiducia, dell'apertura del cuore, degli occhi aperti, delle orecchie attente per quella Realtà infinitamente misericordiosa che si lascia cercare e trovare. Come la luce del sole entrando dalla finestra illumina tutti gli oggetti della stanza rendendoli vivi, a maggior ragione e forza, la luce di Cristo, Parola che si fa Eucaristia, illumina tutti gli uomini e ogni prigione dell'esistenza umana. Allora, la domanda che ci eravamo posti all’inizio di questo tempo liturgico: “noi chi stiamo attendendo”, trova risposta nel Samaritano che cammina sulle nostre strade, accompagna la nostra vita, aiuta chi sta soffrendo, si china su chi è nella prova e nel dolore. La luce è per tutti, senza eccezioni o selezione, e questa, è meraviglia che ci riempie di gioia.
