IV DOMENICA DI AVVENTO – ANNO C
Is 4,2-5; Salmo 23; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38

IVAvvento24“Era necessario portare fino al limite la debolezza di Dio, perché si rivelasse il suo potere non quello di dominare sugli uomini, ma quello di trasformare la loro esistenza”
(DAVID MARIA TUROLDO, “Sotto la Croce. Un Dio sconfitto ma non vinto”).

Nel cammino di queste domeniche, lo si intuisce anche dai titoli che via via le domeniche assumono, “L’ingresso del Messia” dice l’imminenza di una venuta e di una presenza. Già la profezia si fa annuncio di questo venire con segni, simboli e sono immagini che hanno la forza di consegnare l’intensità dell’evento che compie quell’attesa. «Il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele», o anche l’espressione: «quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme», dicono il fiorire di un futuro di vita, di un domani non più votato alla disperazione. È dunque un’attesa che vuole purificare, che vuole rinnovare, che vuole togliere ciò che drammaticamente esclude perché sarà: «lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato». E tuttavia, i segni che rimangono ancora forti nell’esperienza del popolo, sono quelli inconfondibili della: «nube di fumo durante il giorno» e del «bagliore del fuoco fiammeggiante durante la notte»; sono simboli forti che richiamano la liberazione dalla schiavitù. Il Signore per bocca del profeta vuole confermare la sua vicinanza al suo popolo e lo fa richiamando l’Esodo con cui, tramite i segni del fuoco e della nube, conduceva tappa dopo tappa, il cammino di Israele nel deserto. Dio stesso visiterà il suo popolo per liberarlo dalla condizione di schiavitù del peccato: questo è l’annuncio vero, il dono per eccellenza che viene fatto. È pagina di spessore che vuole parlare al cuore di quel popolo, ma che di fatto, aumenta in tutti il desiderio che il Signore affretti la sua venuta per accompagnare anche il nostro cammino togliendo e lavando le nostre brutture che il peccato, via via, ha accumulato. E la pagina della Lettera agli Ebrei, ricchissima di tradizione antica e riletta ormai alla luce della novità della Pasqua di Gesù, vuole confermare quanto il profeta ha detto. È testo impegnativo che provoca stupore, basterebbe pensare al salmo a cui si ispira, salmo che dice la bellezza di un creato e che pone l’accento su una domanda: «Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi?».

È domanda che fa chiedere il perché all’uomo venga assegnato una dignità così elevata da meritare doni come il creato che lo circonda. E la risposta che ci fornisce l’autore della Lettera agli Ebrei (che è Parola di Dio), conduce allo stupore perché ci riconosciamo amati sopra addirittura tutto il creato. L’uomo è così talmente grande che il Figlio di Dio si è fatto proprio come noi. Se: «I figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe», anche quei figli in Gesù Cristo, ricevono l’adozione a figli (cf Gal 4,5). Carne e sangue sono segno di fragilità votata alla morte, ma il Signore ha preso su di sé questa nostra fragilità per essere in tutto simile a noi e: «Ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita». La risposta alla domanda: «Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi?», è per sé inattesa e sorprendente. Per dono, la gloria infinita della Pasqua di Gesù, eleva alla gloria anche l’uomo che si è perduto nella corruzione del peccato. Sono parole che incoraggiano tutti ad avere lo stupore per quanto il Signore ha fatto andando talmente oltre ogni possibile attesa e ad ogni possibile immaginazione. Ma il testo che ci sorprende di più è il brano del Vangelo. Luca ci porta all’apertura della Settimana Autentica in cui si consumerà la Pasqua del Signore che vede Gesù spogliarsi di tutto «assumendo la condizione di servo» (cfr Fil 2,6.7). Lui entra in Gerusalemme con la pienezza del potere che solo l’umiltà e la mitezza di chi ama fino in fondo, può avere. Qui si avvera ciò che il profeta aveva detto, qui Gesù, entrando in Gerusalemme (che in filigrana simboleggia il nostro cuore), mostra come l'Amore tanto atteso, si spoglia totalmente del suo essere Dio, per essere completamente accanto all’uomo schiavo del peccato. Con il dono della propria vita, Gesù, ristabilisce il Regno di Dio. Viene per servire e non per essere servito, per questo che l'ingresso di Gesù a Gerusalemme diventa parabola che indica come Dio in Gesù Cristo, entra nella vita e nella storia di donne e uomini per aiutarli a compiere passi di vicinanza e di comunione nei luoghi in cui sono chiamati a vivere. Non è soltanto testo pasquale; esso sta anche all’interno di tutto il periodo dell’Avvento perché il suo valore simbolico rimanda al compimento dell’attesa di Colui che porrà la sua dimora tra di noi (cfr Gv 1,14) per celebrare la sua Presenza con gli uomini. Solo così, Gesù con la sua nascita, potrà mettere cielo e terra in una nuova relazione che si rivela come nuova vita. Il germoglio del Signore, anticipato dal profeta Isaia, qui si fa realtà per incoraggiare ciascuno nel cammino di avvicinamento a Lui. C’è espressa una chiamata alla condivisione ed è chiamata vera perché fa entrare nella comunione reale e autentica con Dio. Essa ci chiede di interrogarci sulla nostra personale relazione con il Signore, sul nostro sentirci accompagnato e guidato da Lui. Nell'immagine del puledro legato possiamo facilmente vedere la nostra stessa vita. Una vita in qualche modo imbrigliata, rallentata, immobilizzata. Gesù cerca questa vita, anzi l'evangelista Luca dice che addirittura: «ne ha bisogno» e queste parole, sono una vera grazia perché vogliono dirci che c’è la solidarietà commovente di Dio che assumendo carne e sangue come tutti noi, vuole la nostra povertà fatta di miseria che la fragilità umana sempre consegna, per dare in cambio, la dignità originaria di figli amati dal Padre. È dunque un’attesa trepidante ma non severa come quella della quaresima, perché è attesa lieta che solo la gioia può produrre. Vi sono tanti modi di leggere la storia e le vicende della vita: la venuta del Signore nella storia dell’uomo svela che Dio ha un progetto che ci riguarda e si chiama Gesù, Colui che per farsi vicino, è entrato in ogni piega della storia umana condividendone ogni estrema debolezza tranne che il peccato (cfr Eb 4,15). Allora, ognuno di noi è autorizzato ad avvertirsi piccolo e vero personaggio del Vangelo per essere buona novella nella vita di ogni giorno, per la nostra famiglia, per ogni amico, per ogni straniero, per ogni ferito dalla vita che il Signore metterà sui sentieri che portano al centro povero e benedetto della esistenza di ciascuno.

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