Domenica nell’ottava
Pr 8,22-31; Sal 2; Col 1,13b.15-20; Gv 1,1-14

8avaNat2024Sembra volerci rincorrere la parola del Natale in questa domenica nell’ottava che mette in risalto il Natale di Gesù come l’orizzonte che si dispiega nella ricchezza del Dono che ci viene incontro da lontano e che non riusciremo mai ad abbracciare pienamente. Oggi la liturgia si distende piano piano partendo dagli inizi; infatti, il testo dei Proverbi, la prima lettura ci riporta al momento della creazione in cui prende forma il nascere dell’acqua, del cielo, dele stelle, dell’uomo: lì la Sapienza siede accanto al Creatore. Anzi, dice il testo di Proverbi: «Giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo». È intensa e straordinaria questa pennellata, presenta il desiderio della Sapienza di voler abitare le strade dell’umanità. Lui è la delizia del Dio creatore, ma la sua delizia è indirizzata all’uomo. L’immagine è sorprendente perché prelude a quel venire per porsi accanto come Figlio dell’uomo in mezzo agli uomini e che è contento per esserci vicino. La Sapienza che potremo chiamare Verbo, vuole essere parte dei nostri traguardi, è dunque un testo che evoca la chiamata alla famigliarità e invita alla vocazione più vera di ogni uomo: l’essere figlio di Dio. Il Dono per eccellenza, il Figlio di Dio all’umanità, ha dunque queste origini che saranno anche le nostre quando il tempo sarà compiuto.

Paolo, infatti, nella sua lettera ai Colossesi mostra come quel primato di Gesù, per le giovani comunità cristiane si apre alla preghiera. Non è più sufficiente comunicare il Vangelo passando di famiglia in famiglia, ma quel Vangelo, quella bella Notizia, il Verbo fatto uomo, va celebrato come inno, come preghiera a Gesù Cristo Signore: «Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose». Il venire di Gesù in mezzo ai suoi è seme di futuro per tutti i popoli della terra, è il seme che fa sbocciare un popolo nuovo il cui capo è «primogenito di coloro che sono morti». Essere primogenito significa essere il capofila di una sterminata moltitudine di uomini e di donne di ogni età e provenienza che trovano in Cristo Signore, la loro vocazione nuova: l’essere generati da Dio e poterlo invocare con il nome di Padre. Questo è l’infinito Dono in cui abita tutta la pienezza che riconcilia a Dio in una appartenenza che diventa appartenenza ad un popolo nuovo. Ma il testo che è davvero centrale rimane per sempre il gioiello di Giovanni. È lo splendido prologo al suo Vangelo che catalizza l’attenzione dei lettori. Parlarcene cattura immagini e parole che parlano di vita, di Parola, di luce, di amore fino alla donazione. È testo davvero diverso per tanti aspetti dai linguaggi e dagli orizzonti che guidano i Vangeli sinottici di Marco, Matteo, Luca che sono regali uno più bello dell’altro; il linguaggio inconfondibile di Giovanni ci dice tutta la profondità della sua esperienza spirituale. Giovanni ci consegna parole già pregate, che sono già entrate nel cuore e nella mente di questo uomo dall’occhio penetrante e dalla vocazione ad amare fino in fondo il mistero di Dio. Questo è il clima; siamo ben oltre la nostalgia di un Gesù non più presente tra i suoi, siamo ormai dentro una persuasione di comunione con Lui che non solo non ci fa sentire lontani o estranei, ma addirittura ci chiama ad un avvicinamento progressivo sempre più intenso. Il testo trova il suo centro nel fatto che il Verbo non ha voluto rimanere nella sua condizione originaria: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio», ma ha voluto annullarsi facendosi carne e sangue: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», e questo dice la ricchezza del mistero di Dio che vuole racchiudersi e rivelarsi nei tratti umanissimi e poveri di ogni uomo. Dio, in Gesù Cristo, offrendosi in questo modo, si è compiaciuto di esaltare le nostre attese mostrandosi in tutto solidale con gli umili e i piccoli e soprattutto, con i peccatori. Non presentandosi minaccioso né tirannico, ha voluto davvero dare a ogni uomo, l’opportunità per accoglierlo, incontrarlo e amarlo. Il farsi carne e venire tra noi, dice il rimanere di Dio tra noi, dice che Dio, come al tempo dell’Esodo, mantiene la modalità itinerante perché non è possibile poterlo confinare in un luogo soltanto. La presenza di Dio tra noi, non lo si potrà vedere soltanto in un luogo, lo si potrà vedere sul volto dei poveri, nei corpi segnati dalla fatica e dalla sofferenza di uomini e donne lungo la storia, nel travaglio e nel gemito del mondo dentro le pieghe della storia ed avrà sempre la presenza discreta, povera e semplice del Pellegrino che si affianca per camminare con noi (cfr Lc 24, 13-36). Dobbiamo quindi porci davanti a Gesù con lo sguardo che va oltre la tenerezza per avere lo sguardo del credente che esprime amore e gratitudine al Signore e Salvatore, quello sguardo di chi comprende il senso pieno della festa che il Natale dispiega. Il Natale, infatti, è più che l'anniversario di una nascita che forse non commuove più; il Natale è memoria di un avvento sconvolgente pieno di promesse già segnato dalla risurrezione. Quando Luca scrive: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,11), ci invita a situarci fin dall'inizio come credenti di fronte al futuro che dispiega la Pasqua, di fronte a Colui che viene e si presenta come Speranza straordinaria. Avvolto in fasce risplende già nella notte dei credenti perché in filigrana uscirà vivo dalla notte della morte che il sepolcro vuole chiudere per sempre. Allora è sempre più chiaro ed esplicito il tipo di cammino che la celebrazione del Natale ci invita a fare; la chiamata alla famigliarità, all’appartenenza in un popolo nuovo in cui Lui, il Signore Gesù è «il primogenito di quelli che risorgono dai morti». Questo è il Natale visto da vicino; sembra essere lontana l'intensità affettiva del giorno di Natale, ma l’Evangelista ci dice che siamo costantemente chiamati ad andare verso l'Altro che si fa incontro. Il Bambino nasce, prende un volto, si manifesta più pienamente, cresce, attrae, invia, non smetterà mai di farlo. La sua umanità si rivelerà un incessante luogo di passaggio così che la nostra stessa umanità è chiamata a unirsi a Lui, a crescere con Lui. Questa è la via dell'Amore. Cristo viene oggi al cuore della nostra vita per una grazia di rinascita e risurrezione e come nell'antichità, egli vuole illuminare i suoi discepoli e riempirli di speranza. All’inizio c’è la Parola, alla fine c’è la comunione; all’inizio la promessa, alla fine c’è il paradiso, cioè l’adempimento. Gioia di questo Dio è farsi vicino, compatire nel senso più alto del termine. È il Padre che è in ricerca di noi e in Gesù ci raggiunge; è Lui che liberamente si dona e nulla chiede in cambio perché è da prima: «Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra».

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