II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA - ANNO C
Est 5,1-5; Sal 44; Ef 1,3-14; Gv 2,1-11
L’intercessione non è sempre facile per tutti, l’intercessione attinge ad un livello profondo di amore. Essa fa sentire parte di qualcuno, solidale con qualcuno; fa vibrare, a volte addirittura soffrire; essa conduce alla pazienza dell’attesa e all’apertura della speranza. Del resto, non avvertiamo conforto quando qualcuno ci dice “guarda che prego per te per il momento che stai attraversando”? Ci accorgiamo che non è una frase di cortesia detta per esprimere una vicinanza qualunque, no, è frase che mostra qualcosa di vero, è frase che dice la forma umile e semplice di chi si riconosce impossibilitato a fare di più e mette nelle mani di Dio quella particolare situazione che ha incontrato. Intercedere vuole dire intervenire stando nel mezzo; nel mezzo perché si prende a carico la situazione dell’altro per riversarla come istanza ultima a Colui che tutto può risolvere. È dunque l’intercessione lo scenario che fa da sfondo alla liturgia odierna. La prima lettura ci ripresenta la regina Ester; l’avevamo incontrata nelle ferie prenatalizie. Lei è donna ebrea che dal nulla diventa regina di Persia e grazie alla sua intercessione, ha evitato l’annientamento del popolo ebreo. Lei si è fatta mediatrice per la sua gente non curandosi di difendere se stessa. La sua storia è questa e anche se non abbiamo ascoltato nessun passo sull’intercessione, è lettura che anticipa un’altra intercessione, quella piccola ma carica di amore e di attenzione che un’altra Donna farà: «Non hanno vino». Ci entriamo così nella liturgia odierna, una liturgia segnata ancora una volta da un principio, termine molto caro a Giovanni: il principio dei segni che guideranno al segno per eccellenza: la Croce, luogo dell’amore estremo di Dio per ogni sua creatura. L’ora del Messia che a Cana è solo annunziata, Paolo la ricorda a tutti noi con parole, con espressioni che dicono il rapporto che il Signore Gesù vuole stabilire con ciascuno. Il padre, ci dice Paolo: «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». È quindi un rapporto di altissimo profilo proprio perché sulla croce Gesù Cristo, si è fatto per noi mediatore presso il Padre, e Paolo dice: “essere per lui figli adottivi … e anche eredi”. Dunque, essere «eredi dell’amore e delle bontà del Signore», allora come oggi, interessa tutti perché ci rende gente chiamata e invitata a vivere e a pensarsi da figlio. Ecco perché il Signore è presente in ogni evento della nostra vita; è presente nei momenti di fatica e di fragilità ma anche nei momenti di gioia come evidenzia il Vangelo di oggi.
A quella festa Gesù va con i suoi discepoli e c’era anche la Madre che si fa mediatrice tra la povera situazione degli sposi che si è venuta a creare con la mancanza del vino, e il suo Figlio. Il vino era visto come una benedizione assieme al frumento e all’olio (cfr Dt 11,14). Maria non chiede un miracolo, ma certamente un intervento senza sapere cosa Gesù avrebbe fatto; «Non hanno vino» mostra l’esserci di Maria, mostra il suo prodigarsi affinché quella situazione possa ottenere riparazione. Percepisce la difficoltà che si presenta e la consegna a suo Figlio. Si fa promotrice dell’azione del Figlio e degli altri attori presenti sulla scena, per poi diminuire fino a scolorirsi pur restando nella contemplazione di Colui che sempre più diventa il vero protagonista. Il suo essere nel mezzo è così forte da “forzare” la mano del Figlio; anche dopo aver ricevuto la risposta del Figlio: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora», non si perde d’animo e chiama i servitori per dire loro: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Solo dopo si ritira e non si parlerà più di lei. L'azione si mette in moto, non c'è più nulla che possa fermarla e lei è lì a contemplare e lasciarsi toccare dalla gloria che Figlio emana. Gesù abbraccia così la nostra umanità; lì a Cana nel segno della festa, della gioia, della felicità, si rende vera l’affermazione che Gesù aveva fatto a Natanaele: «Vedrai cose più grandi di queste!» (Gv 1,50). Non è tanto la sensazionalità del fatto, quanto la certezza che Gesù, «il Figlio Unigenito» (Gv1,18), cammina con noi, si identifica con la nostra causa sia essa nella felicità che nella sofferenza. Cana è un evento che si proietta sull’oltre; racconta della nostra storia, racconta la speranza di una umanità che è in attesa di cieli nuovi e terre nuove, racconta di una speranza di trasformazione nel bene. Cana è Epifania, è manifestazione del Signore che si fa presente in mezzo per trasformare la nostra acqua in vino e dare sapore e colore all’esistenza di ciascuno. Ecco perché quel segno che noi chiamiamo miracolo, è compiuto all’inizio della sua vita pubblica. Quel segno si fa profezia di un percorso che rende possibile a ciascuno di noi il superamento della nostra ristrettezza di vedute nei confronti dell’altro. «Non hanno più vino», l’invito di Maria verso il Figlio è prodomo dell’invito nei nostri confronti. Se continuiamo a non voler vedere ed essere presenti e rimanere chiusi nel nostro guscio, nella nostra storia personale che non sarà mai storia di comunità, il vino della nostra vita si trasformerà in aceto della nostra fragilità da cui non riusciremo ad emergere. È vino sgradevole alle labbra che ha un sapore che disgusta, perché c’è mancanza di verità, perché c’è mancanza di rispetto dell’altro, perché la libertà è offesa e manca il sapore della vita, quella vera. L'amore è il nostro destino ultimo e tutti siamo chiamati alla straordinaria festa delle nozze divine. Questo è il modo con cui Giovanni ci dice: è lì, e solo lì, che l'Alleanza di Dio con l'umanità sarà definitivamente sigillata, le sue nozze festeggiate. Gesù invita tutti ad un cambiamento molto più radicale dell'acqua che diventa vino. Invita a liberarci dei nostri inutili e inefficaci riti di purificazione rappresentati dalle sei anfore di pietra che identificano i cuori di pietra (cfr Ez 36,26), perché l'acqua è sì vita, ma è vita terrena, vita umana che Gesù viene a trasformare per portarla a Dio. Le nozze di Cana annunciano quell'ora, il tempo dell'alleanza sigillata nel sangue dell'Agnello, il sangue di chi va fino alla fine dell'amore dando la propria vita per amore. Cana ci mostra e dice in filigrana che la Pasqua di Gesù non si fermerà alla Passione e Morte di Croce ma avvierà decisamente Gesù alla Risurrezione. Questa è la vera gloria già presentata da Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria». Allora, se la Galilea vuole dire significatamene terra dei pagani, crocevia di popoli dai molti dei che le dà un titolo di senso negativo, Cana di Galilea mostra che Dio in Gesù Cristo vuole abbracciare l'intera umanità e non solo pochi privilegiati. Per questo l’episodio si chiude dicendo: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui». La promessa di salvezza fatta all’umanità di essere riportata e ricondotta a casa, ruota attorno al tempo in cui l’acqua sarà definitivamente trasformata dal sangue di Cristo per portare senso, sapore e colore alla vita dell’umanità.
