Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe – Anno C
Sir 44,23-45,1a.2-5; Sal 111(112); Ef 5,33-6,4; Mt 2,19-23
Testo famigliare il Vangelo; testo assai noto, testo che rischia di rimanere semplicemente e soltanto l’annuncio di un ritorno. In realtà è testo che mostra la sensibilità di Matteo quando ci regala aspetti che riguardano l’infanzia di Gesù. È Vangelo che ci riporta alla storia che si districa tra mille difficoltà ed è storia di sempre perché sempre famiglie intere fuggiranno da guerre o da carestie che portano alla fame, lasciando la propria casa avendo nel cuore la speranza di farvi ritorno. Anche la piccola famiglia di Gesù è in un cammino di ritorno e il Vangelo ci dice che cercano un luogo per risiedere trovandolo in Nazaret. C’è dunque avvertita una esigenza di casa, ma in filigrana si percepisce l’esigenza che quella casa non sia solo un luogo, un ambiente, ma sia clima di vita, desiderio di comunione che alberga nel cuore di uomini e donne, di giovani, dei loro bambini, dei loro anziani. Questo è l’aspetto che ci fa entrare nel Vangelo di oggi. Fin da bambino Gesù, con la sua famiglia, ha abitato situazioni così; è stato profugo tra profughi abitando la storia che fa vivere fatiche, dolori ma anche speranze. Ritornato in terra di Israele va nella Galilea delle Genti, terra pagana e non prestigiosa come la Giudea; Nazaret, infatti, è ritenuto di nessuna importanza (cfr Gv 1,48), ma diventa località in cui risiedere e vivere per trent’anni nel succedersi di giorni ritenuti sempre uguali in cui apprendere l’umanità del vivere con gente che sta accanto senza che quei piccoli confini possano rimpicciolire il cuore e gli sguardi verso un oltre.
La speranza, presente in quel cammino di ritorno che conduce a dare senso al vivere quotidiano, permette di rialzarsi più volte per questo è speranza sempre nutrita affinché si possa sempre più crescere e cedere all’immobilismo che la sensazione di pura e semplice sopravvivenza porta con sé. La speranza è la capacità di stare nel non ancora incerto e di mantenere vivo il desiderio di uscire dalla precarietà che tenta di smorzare la vita. È dunque ritorno che segna un inizio di una nuova vita che permetta relazioni, solo così Gesù può riprendere tutta la sua personale storia e portarla al suo compimento. Questo è il miracolo grande di Nazaret. Trent’anni nel silenzio e nella ferialità più totale aprono alla domanda: come è uscito il Gesù che conosciamo da quella esistenza di Nazaret? Il Gesù che conosciamo non è un uomo sfiduciato che viene da luoghi incolori di una vita anonima. È uomo vibrante di vita, di passione, dallo sguardo che penetra; è uomo che consegna parole di grande sapienza e non parole vuote (cfr Lc 4,14). Questo è Nazaret. Nazaret come un sogno, un desiderio, una possibilità di vita. C’è un gigante della fede del primissimo Novecento di nome Charles de Foucauld che aveva la passione di Nazaret. Nell’adolescenza si allontana dalla fede. Conosciuto come amante del piacere e della vita facile, rivela, nonostante tutto, una forte e costante volontà nei momenti difficili. Dopo aver fatto l’esploratore con successo di vita e di carriera militare, ad un certo punto riconosce che la sua strada, la sua vita sarà lontana da tutto e da tutti nella direzione di una solitudine e va a Nazaret e quando entra in questo piccolo monastero, dopo pochi mesi si accorge che non gli basta neanche questo. Nazaret è qualcosa di interiore, non è un luogo. Quella percezione di casa la troverà in un paese dell’Algeria in mezzo ai Tuareg, i più poveri e qualche volta anche i più selvaggi, condividendo con loro la sua vita fino alla sua testimonianza cruenta: «Vorrei essere buono perché si possa dire: Se tale è il servo, come sarà il Maestro?». Era diventato l’amico di tutti, quella era la sua Nazaret, la sua icona che portava nel cuore, era l’esigenza da cui non voleva assolutamente ritirarsi: la vita di sempre vissuta in condizione povera tra poveri. Quante volte questo aspetto l’abbiamo avvertito profondamente vero. Quante volte abbiamo incontrato gente bella che ama la vita abbracciando il piccolo della vita, lo scorrere dei giorni consueti con le fatiche e le attese e i loro sogni. Anche Paolo ha questo spirito. Scrivendo agli amati Efesini si rivolge ai mariti usando il termine positivo di agape, cioè amore come dono, perdono, riconciliazione e dedizione. Tratta tutto lo scorrere della famiglia; introduce, nel rapporto tra genitori e figli che rispettava l’allora principio tradizionale e spartano della stretta obbedienza, qualcosa di completamente nuovo: l'amore che illumina il senso profondo, la fondatezza e la saggezza di questa obbedienza temperando l'esercizio assoluto dell'autorità. La preoccupazione essenziale di Paolo è quella di sviluppare e facilitare la crescita e la realizzazione di ciascuno nella vita familiare curando il rapporto che ci deve essere come famiglia secondo la carne e famiglia secondo la fede cristiana. Quando in una casa si introduce un clima così, cadono le barriere, le differenze sfumano e vanno ad annullarsi. Allora il Vangelo che oggi incontriamo, non dice soltanto di un ritorno, ma diffonde l’invito alla condivisione, al coraggio di farsi solidali operando scelte di vita che facciano ritrovare la strada. Se anche avessimo case bellissime ma perdessimo il clima della casa, il calore di una condivisione, la profondità di una amicizia e di un legame, con molta probabilità ci stancheremmo delle nostre case e forse ritornerebbe grande la nostalgia della povertà di Nazaret e della condizione di Nazaret. Nazaret ci dice che nulla può rubare la possibilità di incontrare, amare persone, di essere riferimento che dà pace anche se le condizioni sono di una continua ferialità che ai più indica soltanto monotonia. Gesù incarnandosi vive così la famiglia che lo faccia crescere nell'amore di un padre che custodisce e indirizza, e nell’amore sempre misericordioso di una madre. È attingendo a questo amore che Lui, Amore senza limiti, si farà a sua volta lievito affinché per Lui, con Lui e in Lui, tutti possano godere di questo fermento che annuncia una vita nuova capace di discernere il bene e il male. Maria lo sa, Giuseppe lo sa. In silenzio, aspettano di vedere crescere il volto del Dio con noi. È questo clima di attesa a cui siamo chiamati ad entrare per vivere intensamente il tempo della speranza.
