V DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO C
Ez 37, 21-26; Sal 32; Rm 10, 9-13; Mt 8, 5-13
Fede e preghiera sono davvero due realtà inseparabili, non sta l’una senza l’altra perché la fede senza la preghiera piano piano si fa arida come diventa arido l’amore tra due sposi quando non si parlano più; e la preghiera senza la fede diventa vuota perché si fa solo richiesta interessata. La preghiera del Centurione è preghiera piena di fede ma soprattutto è preghiera generosa perché non chiede per sé ma chiede per il suo servo morente a cui vuole molto bene. È preghiera che mostra come quell’uomo sia disposto anche a perdere il proprio prestigio di uomo forte perché chiede in pubblico a Gesù, un Ebreo, di compiere un miracolo a favore di un servo a lui sottomesso. «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente», si rivolge così a Gesù per sostenere la sua causa; mostra di avere una profonda umanità e questo strappa la promessa di Gesù: «Verrò e lo guarirò». Ciò che si coglie dall’andare del centurione è sicuramente un viaggio fisico che contiene però una promessa di un viaggio spirituale. Il centurione romano intraprende il suo cammino verso Gesù per chiedere la guarigione del suo servo e in risposta all'iniziativa e al cammino del centurione, Gesù esprime a sua volta l'intenzione di recarsi a casa del centurione, perché legge nel cuore ed intuisce la sincerità, la pietà, l’umanità di quest’uomo pagano. Non è solo un gesto di cortesia, ma è manifestazione del Dio che in Gesù Cristo si fa presente in ogni piega della storia di ciascuno. In quel “verrò” c’è tutta la volontà di farsi vicino rompendo ogni schema che vede solo muri e barriere alte. Al «Verrò e lo guarirò» di Gesù il centurione si dichiara indegno, troppa è infatti la distanza che li separa. Non dice che non lo vuole accogliere, gli confessa la sua pochezza. Avverte che tutta la sua posizione dominante adesso è azzerata e come ogni creatura grida che il proprio dolore ha bisogno di aiuto. Si ferma all'ultimo posto, si ferma appena sulla soglia e confessa la sua piccolezza davanti a Gesù: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito». La chiave è qui, un uomo che non fa parte del popolo eletto, chiede che la Parola di Dio si dispieghi e abbia il suo corso; lì Gesù ammira la sua fede: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!». Un frammento di vita sulla strada, un frammento di dolore e schiavitù viene illuminato dalla libertà di una preghiera sincera e dal gesto accogliente e ospitale di Gesù. Continua ad essere questo l’attraversamento che il Vangelo fa delle situazioni anche più difficili e più dolorose.
È la speranza nella sua sola Parola che fa camminare senza rete e mette in moto la dinamica di guarigione. Solo così la Parola di Gesù giunge nei nostri cuori affranti pieni di difficoltà e di miseria. Ecco, con questo atteggiamento di fondo che è l’umiltà, allora può emergere nell’animo anche il coraggio forse anche la disinvoltura di chi può chiedere qualsiasi cosa al Signore. Se ci pensiamo bene questo è l’immagine dei «poveri di Jahvè» che sono coloro che vincono ogni tentazione di superbia, orgoglio e autosufficienza e sulla via della povertà muovono i passi della fede e dell’abbandono all’amore e alla provvidenza di divina. Credere col cuore è avere come radice nell'interiorità, una personale, profonda e radicata convinzione che l’adesione al Signore fa superare anche gli ostacoli più duri. La vita del cristiano è questa; Paolo dice che: «Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza». La propria identità cristiana si manifestata nelle parole solo quando c’è la radicata convinzione del cuore. È un sentire coraggioso che non è opposizione a quanti non condividono le nostre convinzioni, è un sentire che non è né ostile né presuntuoso, ma è affabile, pronto alla condivisone perché empaticamente vicino ad ogni prossimo. Siamo nel tempo dopo l’Epifania, il tempo della Manifestazione; tempo che si dispiega e ci incoraggia ad entrare nella ricerca della verità di un Dio che si è incarnato per venirci a cercare; un Dio che vuole scoprire quella parte di noi stessi misteriosa e sepolta che ci permette di poter accogliere il Signore che viene a noi e, come un amico parla al suo amico, poter essere come quel centurione che non ha nome che affida a Gesù i nostri fratelli e sorelle. C’è dunque una duplice chiamata: quella a credere oltre i limiti del nostro scenario di riferimento, e quella di lasciarsi guidare a riscoprire il proprio cuore, quello più intimo, quello che poi fa accettare i propri limiti e affidarli al Signore. È bello infatti fermarsi anche sul servo; in lui si identifica l’umanità ferita e lacerata dal peccato. Noi stessi ci possiamo riconoscere in quella figura per le sofferenze e i patimenti che contornano la nostra esistenza, ma, quel servo indica che ognuno di noi è molto caro a Dio. Siamo amati e siamo chiamati a servire, e tuttavia, per essere abili a questo servizio, occorre la salute del nostro cuore: un cuore risanato da Dio che si senta perdonato e aperto verso l’altro. Possiamo domandare ogni giorno questa grazia nella preghiera in cui presentare le fatiche, gli imprevisti, le stanchezze e le speranze: una preghiera vera, che porti la nostra vita al Signore e il Signore nella nostra vita. Questo ci insegna quel centurione che non ha nome; ci insegna che possiamo avvicinarci a Cristo solo con passo umile che permetta di vivere la speranza che questo tempo dopo l’Epifania dispiega. La speranza di salvezza e di vita, di riconciliazione e di pace ci fa riconoscere la povertà di una vita a cui manca il senso, ma anche lo stupore e la meraviglia di qualcosa di inedito. Come Gesù, anche noi possiamo stupirci dei luoghi in cui lo Spirito opera, spesso in persone che sembrano lontane dalle espressioni tradizionali della fede. Il centurione, pur essendo estraneo alla comunità di fede ebraica, ha mostrato una qualità di fiducia che ci ispira ancora oggi. Avviciniamoci a Cristo con fiducia, e la preghiera del centurione sia anche la nostra. Preghiamo che il Signore guarisca la nostra fede, la nostra incredulità e possa dirci: «Va’, avvenga per te come hai creduto».
