VI Domenica dopo l’Epifania – Anno C
Is 56, 1-8; Sal 66; Rm 7, 14-25°; Lc 17, 11-19

VIDopoEpif2025È attraverso quel difficile passaggio geografico posto tra la Samaria e la Galilea che si svolge l’incontro narrato dal Vangelo il quale dà senso anche alla nostra personale storia. Leggendo il brano, la nostra attenzione viene immediatamente catturata dal lebbroso Samaritano che ritorna a Gesù e finiamo per disinteressarci degli altri nove mondati dalla lebbra. Anche loro sono a quel punto di partenza come un gruppo di appartati perché intoccabili e impuri. Il morbo che li ha colpiti è come una ferita mortale che li separa dai loro fratelli e sorelle. Qui Luca ci dice che Gesù, in cammino su questa difficile strada che porta a Gerusalemme, incontra quel gruppo e subito accoglie la loro richiesta fatta ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». È grido che chiede quella misericordia che solo Dio può dare tanto era diffusa la mentalità che chi fosse stato colpito dalla lebbra, sia a tutti gli effetti maledetto perché punito da Dio. Accoglie quell’invocazione ma chiede loro di andare a presentarsi ai sacerdoti. È dunque richiesta che è in contrasto con quanto prescritto dalla legge; loro sono ancora impuri per il loro stato di lebbrosi e non possono presentarsi in quelle condizioni ai sacerdoti né ad altre persone. La richiesta che Gesù consegna ai lebbrosi e oggi a noi è un messaggio molto profondo. Ci dice che non dobbiamo attendere di essere belli, puliti, sani o santi, puri, perfetti per partire. La condizione di fragilità nella quale versiamo non deve costringerci a restare fermi ma a comportarci come quei lebbrosi che si sono messi in cammino sulla parola di Gesù pur essendo ancora nello stato di fragilità. È nel cammino che quei lebbrosi, separati, esclusi e messi ai bordi di un villaggio come prigionieri della Legge e prigionieri della loro infermità, si scoprono purificati. È nel cammino che scoprono un futuro diverso per le loro vite. Domenica scorsa abbiamo riflettuto sul cammino del centurione che sulla parola di Gesù, va; oggi ci è proposto un altro cammino che vede mescolati un eretico, il samaritano, e altri nove ritenuti giusti tutti senza nome. Camminare avendo fiducia nella parola del Signore è dunque il primo invito che ci viene dal Vangelo di oggi; invito ad andare e compiere quell’Esodo da sé perché chiamati a corrispondere alla Parola di Colui che sta compiendo un cammino verso Gerusalemme che si rivelerà molto più doloroso: la sua Pasqua. Ma il brano del Vangelo non si ferma qui; dieci sono i miracolati, ma solo uno torna sui propri passi e quest'ultimo è uno straniero, un samaritano considerato eretico. È lui che torna indietro «lodando Dio a gran voce» dice il Vangelo. Vi è un altro grido, ma è grido di esultanza e di lode e non di supplica. Gli altri nove probabilmente sono anch’essi frastornati per la rapidità con cui tutto si è svolto; forse sono talmente contenti per la purificazione avvenuta che, ansiosi di poter tornare alle loro famiglie e comunità, semplicemente hanno proseguito per la loro strada verso quei progetti che la lebbra aveva costretto ad abbandonare.

È un po’ anche il nostro atteggiamento quando ci scopriamo fuori dalle secche di situazioni contorte; forse per loro non è neanche questione di ingratitudine né di egoismo; semplicemente come tutti, hanno dimenticato troppo presto chi fossero prima di quella miracolosa guarigione e hanno perso così la fonte stessa della gratitudine che è la memoria. Non sono “tornati indietro” perché in loro è scattata la corsa verso un futuro di vita solo sociale e non spirituale. Il loro cammino verso Gerusalemme ha solo lo scopo di avere ufficialmente dai sacerdoti il riconoscimento della propria guarigione così da permettere loro di inserirsi nuovamente nella società e fermarsi lì. Il Samaritano non può avere questa tensione; essendo un samaritano non può recarsi dai sacerdoti di Gerusalemme e non può inserirsi come gli altri nella società perché il samaritano rimane un eretico e quindi un escluso. Tornando indietro mostra il proprio riconoscimento e la propria gratitudine verso Gesù; è Lui il Sacerdote a cui rivolgersi e questo atteggiamento apre un futuro diverso dagli altri nove, un futuro che è solo Gesù Cristo. L’estraneo, l’escluso a priori, riconosce l'intervento di Dio nella propria storia personale e torna indietro. Sembra proprio avvertire che a lui non basta più solo essere purificato e riconquistare così il suo posto nella società, avverte il bisogno di lodare Dio con la propria vita. Riconosce che solo Gesù è la novità, è Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso fin nel suo più profondo io. Torna sui suoi passi per gettarsi ai piedi di Gesù. È l'inversione che permette la conversione, il mutamento che produce rinnovamento. Un capovolgimento permetterà il ritorno del figliol prodigo (Lc 15,18), permetterà il ritorno dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 33) e permetterà il ritorno del lebbroso samaritano. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è ritenuta segno di maledizione e lontananza da Dio perché segno del peccato che sfigura, l’incontro sulla strada che porta a Gerusalemme, dona la possibilità di vita nuova; se la lebbra è segno di sfiducia che abbassa e prostra a terra l’uomo, la fede nella parola di Dio fa rialzare l’uomo affondato nella sua fragilità. Il Samaritano è salvo! Così gli dice Gesù dopo averlo visto ritornare a Lui: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato». In dieci sono guariti, lui è salvato. Allora vedere un samaritano ai piedi di Gesù, ci fa cogliere come tutte le distanze si possono davvero annullare. Lui, il più lontano, ha saputo avvicinarsi a Gesù il solo che possa verificare la sua guarigione e Gesù lo inviterà ad alzarsi perché vuole che l’uomo sia in piedi. "La gloria di Dio è l'uomo vivente", ha detto sant'Ireneo. Il piano di Dio è il compimento vero dell'uomo, un uomo che stia in piedi. È dunque Vangelo che svela quanto il Signore sia vicino a tutti nelle prove della vita. Egli stesso cammina consapevolmente verso la propria Pasqua, ma ci chiama a vivere nella fede l’incontro con la sua Persona che vuole condurre tutti alla luce di quella misteriosa mattina di Pasqua primizia dei tempi nuovi. I nove Giudei guariti non hanno avuto questa capacità di capire il mistero di Gesù; si sono lasciati riaffondare nella routine dei riti e degli obblighi. Continuano sì a cercare Dio, ma lo cercano in un luogo sacro che dice una separazione (sacro vuole proprio dire così: mistero separato e nascosto di là dal velo), non rendendosi conto che Dio è già presente in Gesù Cristo che incontra l’umanità ferita e ripiegata su se stessa dal peccato. Il Samaritano ha incontrato veramente Gesù e si è sentito dire: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»; è entrato nella salvezza di Dio, indicando a tutti i samaritani di oggi il percorso da compiere. È Parola che ci chiede audacia, ci chiede un pizzico di “follia” per uscire dai sentieri battuti della mondanità per amare finalmente la Vita.

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