ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA – ANNO C
Sir 18, 11-14; Sal 102; 2 Cor 2, 5-11; Lc 19, 1-10

UltimaDopoEpif2025L’annuncio viene da lontano ed è inscritto nella ricchezza dei libri sapienziali; è un testo breve la prima lettura, è testo che però illumina l’intero linguaggio di questa ultima domenica dopo l’Epifania: «[Dio] vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono, la misericordia del Signore ogni essere vivente». Le frasi dei libri sapienziali sono quasi sempre estremamente sintetiche e il loro intento è quello di far alzare lo sguardo per confidare nel Signore e nel suo abbondare nell’amore che oggi viene declinato nel termine perdono. Questo è lo sguardo misterioso e misericordioso che Dio ha verso l’uomo, ed è sguardo infinitamente più ricco dei nostri; invita a riconoscere i tratti veri del volto di Dio che è Padre di tutti e nessuno deve sentirsi fuori dalla sua paternità. L’ingresso della Parola di Dio di oggi fa cogliere da subito come il termine misericordia e perdono siano veri e propri nomi di Dio, nomi che esprimono l’intimo del suo cuore pronto sempre a rigenerare la propria creatura. Non dobbiamo però cadere nella passività come coloro che ricevono soltanto; Paolo ci dice che ciò che intravvediamo nel dono di Dio e della sua inclinazione al perdono, deve poter portare frutto tra noi, frutto che permetta di superare una distanza, una difficoltà di relazione. Il linguaggio di Paolo è estremamente concreto; si pensi a quando scrive: «Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma, in parte almeno, senza esagerare, tutti voi. Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dalla maggior parte di voi, cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte». Paolo è colui che abbraccia totalmente il Vangelo e per questo chiede un supplemento di generosità nelle relazioni interne alla comunità. Le ferite dovute a parole che possono rompere la comunione e provocare atteggiamenti che allontanano, freddezze che raggelano sono sempre da mettere in conto, ma a pagare il prezzo più alto è colui che si comporta così, e questa situazione è già la pena sufficiente che non deve essere aumentata. È parola che chiede di introdurre un registro diverso nei nostri atteggiamenti anche se penso che accogliendo questo testo, ciascuno di noi in cuor suo, vada a situazioni vissute o che ancora sta vivendo e che fanno ancora soffrire. Se ci pensiamo bene Paolo aiuta anche il nostro linguaggio fatto di vissuti concreti nella vita reale di comunità; aiuta a rendere esplicito e riconoscibile il volto misericordioso di Dio, così che i comportamenti dentro un contesto di famiglia, un gruppo, una comunità, possano far vivere relazioni improntate sulla carità donata proprio perché ricevuta nel perdono avuto dal Signore. Non è la passività che costringe a far passare tutto per buono, ma è la magnanimità, la generosità, l’umanità di colui che ha subito, ad aiutare chi ha commesso quella o quelle azioni.

È la semplicità di una fede sincera che fa arrivare a questi aspetti estremamente concreti che dicono l’accoglienza sincera che sviluppa poi aspetti estremamente concreti come quelli offerti dalla pagina del Vangelo che accogliamo con grande riconoscenza. È pagina che riporta una storia concreta segnata nel tempo e nello spazio di un uomo di cui conosciamo il nome, Zaccheo, la località in cui vive, Gerico, la sua professione, capo dei pubblicani e ricco, la sua curiosità che non è ancora totalmente attesa di vedere Gesù e la sua bassa statura che però non impedirà di vivere una situazione che gli sarà favorevole. Lui corre avanti per vedere Gesù ed essendo di bassa statura, sale sull’albero per vedere meglio. Gerico diventa il luogo del punto di svolta che vede il lontano farsi vicino: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»; dal possibile contesto di anonimato confuso nella grande folla che sottrae alla sua vista Gesù, alla singolare chiamata che gli permette di provare quella gioia a lui del tutto sconosciuta. Non c’è parola che possa dirci se Zaccheo conoscesse o meno Gesù, ma la sua parola lo tocca profondamente e gli fa aprire il cuore ad una ospitalità che porterà frutto. Lui, che voleva vedere Gesù in modo esteriore, da lontano, si è visto da Gesù riconosciuto nella propria interiorità. Quella chiamata è accolta da Zaccheo come un appello a cambiare se stesso, a scendere dall'albero visto come simbolo di un dominio terreno e ritrovare il proprio cuore per essere davvero se stesso. Solo quando ritroverà il proprio cuore Zaccheo compie quella conversione che gli permette di entrare generosamente nella vera azione che è il ringraziamento. Di ciò che riceve, dona liberamente; dona e restituisce; è nella Vita, è nella salvezza: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo». Gerico, tappa del cammino verso Gerusalemme, diventa espressione di una chiamata dal basso verso l’alto. Gerico, il luogo più basso della terra situato a trecento metri sotto il livello del mare, dice l’abisso dell’uomo a cui Gesù proclama la salvezza: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Gerico ci dice che, se ci fermiamo solo sul nostro “oggi” che reputiamo per tante ragioni un periodo molto buio, resteremmo solo atrofizzati e incapaci di cogliere il momento in cui Gesù passa nella nostra vita. Sì, perché il Signore passa, Lui è sempre in movimento e passa nel nostro oggi in questo o quell’ evento che, se vissuto pienamente scuote la nostra routine quotidiana. Gesù attraversa il nostro vivere in più modi, facendolo però in modo sempre discreto, perché esageratamente rispettoso della nostra libertà. Anche a noi è rivolto l’invito a scendere dal “nostro” albero fatto di nostri pregiudizi che fossilizzano e rendono inanimati le nostre vite, per farci incontrare l'altro già catalogato e riuscire a scoprire come in quell’altro sia presenta la Persona di Gesù. Gesù ci chiede di abitare la conversione del nostro sguardo per andare verso la salvezza: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza». Gesù viene a noi peccatori per dirci che la salvezza da accogliere è Lui. L’apertura che da quel momento prende corpo, chiama anche alla sua imitazione perché fa andare incontro all’altro: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Da notare che Gesù è silente, non dice una parola di più a Zaccheo. È la sua presenza a parlarci della misericordia e del perdono di Dio e questo risulta essere straordinariamente efficace; Gesù non fa l’elenco delle nostre fragilità e miserie, ma venendoci incontro chiede di entrare nella casa che è il nostro cuore. È dunque Vangelo che sentiamo come pagina nostra perché il non detto è la cosa più bella. Il perdono accade nel silenzio dei gesti e questo è lo stile di Dio che non ha l’indice puntato verso nessuno e che ci dice che non c’è nessuna distanza che possa ostacolare l’incontro perché è Lui a venirci incontro e questo ci dice come tutti noi siamo cari al Signore.

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