III Domenica di Quaresima – Anno C
Dt 6,4a;18,9-22; Sal 105; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59

IIIQua2025L’ascolto del Signore e il dono della sua Parola che ogni volta raduna, è il dono che genera vita in coloro che vogliono ripartire. Ampia come tutti i vangeli del cammino quaresimale, questa terza tappa presenta il grande scontro che avviene nel dialogo serratissimo avvenuto nel Tempio tra Gesù e i maestri dottori della legge, i sacerdoti. È preziosa la sottolineatura che tutto avviene nel Tempio. Il Tempio è il luogo sacro, è il luogo delle offerte, è il luogo della preghiera, è il luogo che dice l’identità di un popolo in cammino. Tuttavia, il Vangelo chiude con la considerazione che il tempio stesso venga superato. Coloro che lo abitano hanno la pretesa di conoscere già tutto del proprio essere discendenza di Abramo, e non si aprono ad un ascolto che vada fino in fondo sul significato di essere discendenza di Abramo. Ecco già allora un primo insegnamento che ci viene dal Vangelo, testo molto difficile per la sua collocazione che sembra apparire amputata rispetto al fatto che lo ha generato. Nel Tempio non si va per affermare una pretesa, si va per ascoltare la parola di grazia e per accogliere il dono che ci rendono fratelli senza distinzione. Il modo con cui si abita il Tempio, è un modo umile, non sicuro; è un modo quasi silenzioso e sommerso in cui ci si mette nelle mani del Signore e da Lui ci si lascia plasmare. Ora tutto questo non è detto con le parole del testo, però è davvero ciò che scorre nel linguaggio di Gesù all’interno di questo testo. Le parole di Gesù sono parole un’apertura che scuote i suoi interlocutori. Aprono un dibattito che accende frasi sempre più rancorose dei Giudei che non vogliono cogliere la grazia e l’intensità del dono di Gesù. Al centro della questione sta la certezza di essere figli e quindi eredi della promessa. Ma, Abramo era solo l’inizio di una generazione nuova; Abramo è colui che si è lasciato guidare dalla promessa che per tanti aspetti appariva del tutto improbabile. Promessa fatta ad un uomo una terra che non vede, promessa di una discendenza sterminata come la sabbia del mare fatta ad una coppia anziana oramai non più in grado di generare, sono promesse impegnative da accettare. Abramo è l’uomo della promessa che ha compiuto passi attraversando tutto anche lo smarrimento e la prova estrema della richiesta del sacrificio del suo unico figlio, e lo ha fatto fidandosi della Parola di Dio. Questa è la persona di Abramo che Gesù richiama in modo autorevole nel dialogo che si sprigiona con i Giudei; non è tanto la discendenza che porta a salvezza, ma la fede che ciascuno ha nei confronti della Parola di Dio. Sono parole di apertura all’infinita moltitudine di uomini e di donne che non sono discendenza di Abramo, ma che possono diventarlo per fede.

Ci dice la prima lettura che il Signore ci regala lungo il cammino uomini magari miti e dolci, ma granitici nella fede capaci, cioè, di ricondurre al vero Fondamento; uomini che sostengono e accompagnano, uomini che hanno camminato o tutt’ora camminano, come ci dice la Lettera agli Ebrei: «come se vedessero l’invisibile» (cfr Eb 11,27). Ecco che la Parola di Gesù parla di ciò che è in gioco, della situazione che stanno vivendo quei Giudei e della loro responsabilità nel guidare il popolo. «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», è esortazione che mette in guardia tutti. Il termine rimanere presenta un doppio significato: un significato temporale che dice il persistere che è proprio della fedeltà, ma ha anche il significato di abitare. La parola di Gesù si fa dimora perché costituisce un mondo abitabile dagli uomini, e il suo ascolto, è la caratteristica decisiva che dice chi è l'uomo. La Parola ci precede sempre e ci preannuncia un futuro che è lo spazio di Dio, il regno di Dio. La fede è il vettore che ci porta lì, così che abitare la Parola significa conoscere la Verità dall’interno che è qualcosa di diverso dalla certezza del sapere, perché è lo spazio stesso del regno di Dio. Nella concretezza dei giorni il rischio vero degli uomini è che si può leggere, studiare, fin anche ascoltare la parola di Dio senza però essere nella Parola e non riuscire quindi a confortare o, meglio, a guidare il cammino dell’altro. Paolo lo dice; lui mette in risalto come il salto di qualità richiesto non è la stretta e generica fedeltà nell’osservanza della legge che ci fa giungere alla salvezza, ma è la fedeltà alla Parola ultima che è Gesù: «È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per […] rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù». Il passaggio è proprio qui, qui è il fondamento di ogni salvezza. Come figli di Abramo per la fede, dobbiamo avere gratitudine per la ricchezza e la bellezza del dono che in Gesù Cristo ci è stato dato. Gesù quindi parlando a «quei Giudei che gli avevano creduto», parla anche a noi dicendoci che la promessa di libertà si realizza solo rimanendo con Lui per entrare in una trasformazione che permetta l’aprirsi al cambiamento. Lui è il Figlio, l’Unigenito, il solo che può far cogliere la differenza tra la fedeltà alla scrittura e la fedeltà alla Verità della parola di Gesù che produce misericordia. Gesù è venuto per salvare gli uomini piuttosto che la religione di facciata dei «sepolcri imbiancati» (Mt 23, ) che fa vivere con la morte dentro e l’ipocrisia fuori. Lo sguardo che salva l'uomo non è uno sguardo opzionale perché è Parola di vita che ogni giorno, nel concreto della vita, si scontra con quella tradizione fatta solo di precetti. Può essere libero soltanto chi si appoggia, si sostiene alla Parola sicura del Padre che Gesù il Figlio, è venuto a far conoscere e chiamare tutti ad abitare la casa del Padre. Se dipendiamo dal sentimento, dall’emozione, dallo stato d’animo, dall’umore, inevitabilmente non potremo che essere figli del caso che vorranno ogni giorno cose diverse, perché in realtà non cerchiamo niente. La verità che libera non è un'affermazione dottrinale che rischia di rimanere un'affermazione astratta; è atto concreto compiuto da Gesù stesso: «Se dunque il Figlio vi rende liberi, sarete veramente liberi». Da soli non possiamo liberarci dal peccato di cui siamo prigionieri: abbiamo bisogno di un Liberatore che ci porti alla Verità facendo emergere la consapevolezza della nostra schiavitù al peccato. Senza questo aiuto, anche noi ci comporteremmo come coloro che, dice il Vangelo: «Raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui» ritenendoci di essere sempre e costantemente nel giusto. Il capitolo inizia con le pietre e termina ancora con le pietre. Quel luogo, il Tempio, ritenuto il più ospitale di tutti i luoghi, si fa realtà di contrapposizione che non sarà più sanabile, e Gesù sarà costretto a sottrarsi fisicamente agli occhi dei Giudei. L’incredulità trionferà non permettendo la vera relazione con Gesù, ma l'amore e la verità del Signore Gesù Cristo che darà la sua vita, permetterà ad altri di ricevere e fare propria la salvezza. Questa è la conciliazione per la quale Egli è il Vivente; allora, l’invito a “rimanere nella Parola” è vero sempre anche quando la Parola stessa rivela la nostra infedeltà, perché solo così ci consegniamo alla freschezza della ripartenza auspicata dal Vangelo di Gesù.

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