IV Domenica di Quaresima – Anno C
Es 17,1-11; Salmo 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1- 38b

IIIQuare2025Da sempre i cigli delle strade sono un po’ l’emblema dei percorsi umani perché sono popolati da provvisori, persone che spesso ritengono di non avere più neanche un volto da mostrare. Il Vangelo mostra il cammino travagliato verso la luce di uno di essi, un cieco nato, ma mostra anche come il cammino di Gesù, sia un cammino fatto accanto a queste persone bisognose di dignità. Colui che era presente alla creazione del mondo come «sua delizia ogni giorno» (Pr 8,30), si fa pellegrino tra pellegrini come segno di vicinanza e di prossimità che commuove. Fedele e solidale, Dio in Gesù Cristo, si fa itinerante con le sue creature, si fa provvisorio tra i poveri provvisori colmi di fragilità e lo fa camminando verso Gerusalemme, la sua tappa definitiva. L’episodio narrato dal Vangelo è vicenda che evidenzia lo sguardo di Colui che vede e per questo accoglie, e altri sguardi che, pur vedendo, non guardano: «Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Succede ai discepoli di Gesù che si ostinano nell’indagare per cercare l’origine di ciò che accade, succede ai farisei che, pur vedendo le condizioni cambiate di un uomo nato cieco, non ne sono minimamente toccati, succede purtroppo anche a noi di avere lo sguardo superficiale che non ha capacità d’amore. Sono sguardi che allontanano e rafforzano il buio, rafforzano la notte in cui l’altro si trova. Lo sguardo di Gesù è sguardo che costantemente cerca l’altro per amarlo di un amore infinito indipendentemente dalla situazione in cui si trova.

Gesù preferisce soffermarsi sul valore della persona, sulla sua dignità; non lo giudica, ma considera la situazione come un'opportunità per fare il bene e farlo nel nome del Padre che o ha inviato: «Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Quel cieco, di cui non conosciamo il nome, identifica ciascuno di noi persone bisognose di guarigione e di salvezza. È come se Gesù stesso ci dica: sono venuto a cercare ciascuno di voi perché anche voi siete persone ferite a causa del peccato. Gesù cammina nei luoghi lacerati dell'umanità operando quel gesto creativo che riconduce tutti alla originaria dignità di figli. Per questo Gesù mette del fango fatto con la propria saliva sugli occhi del cieco e lo invita ad andare a lavarsi alla piscina di Siloe, che significa "l’Inviato". «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva». Per giungere alla piscina di Siloe, quel cieco doveva compiere un cammino tortuoso; la piscina di Siloe, infatti, si trova ai piedi della città di Gerusalemme e per arrivarci doveva superare gli ostacoli dei crocicchi, delle stradine scoscese e piene di insidie, ma lui ci va forte della speranza nella propria guarigione. È con questo spirito che il cieco cammina sino alla piscina e lì si laverà liberandosi del fango che sigillava i suoi occhi. Non vedeva e ora vede e qui Gesù scompare dalla scena e il suo posto viene occupato dai lunghi dialoghi che caratterizzano il cuore di questa pagina. Sono dialoghi che fanno emergere come quel cieco ora guarito sia davvero più avanti sulla strada della fede di tutti coloro che lo circondano. Colpisce infatti ascoltare la certezza con la quale i detrattori si rivolgono al cieco: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?», ma alla sicurezza dei farisei corrisponde la crescita nella fede che le risposte dell’ex cieco ai suoi interlocutori mostra. Arriva a dire il suo sì davanti a persone che lo vogliono cacciare perché secondo la loro logica è persona che non appartiene più al Tempio perché non più legata ai riti e alle loro leggi. Gli interlocutori si dimostrano persone chiuse dentro la muffa di un passato stantio che non accetta la rivoluzione del Vangelo che Gesù è venuto a portare: «Era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi». Persone che vivono sempre con la bilancia del “do ut des”, cioè tanto io ti devo dare, tanto io ti do; oppure: questo è ciò che devo fare e questo io faccio. Persone che non sopportano che qualcuno dica loro: “Io ti ho aperto gli occhi, va cammina, sii libero di camminare”. Le risposte del cieco nato, sono segno del rinnovamento della propria persona, percorso che ciascuno è chiamato a fare se vuole passare dall’aridità di una legge rituale, da una fede fatta solo di sistema, alla realtà straordinariamente aperta alla vita. «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?»: «È un profeta». Il profeta come Colui che fa vedere più in là, Colui che parlando mi fa appassionare della vita. È risposta che celebra un vedere oltre che orienta il senso e il proprio futuro. Gesù è questa speranza che fa aprire gli occhi sul proprio futuro. L’ex cieco ora prova qualcosa di diverso dentro di lui che non ha mai sperimentato prima e non è solo perché ci vede, ma perché quel vedere gli fa interpretare la sua vita in modo diverso: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Penso che quell’affermazione se la porterà dentro di sé per tutta la sua vita. È vero, è affermazione che lo separerà dagli altri perché lo mette fuori dalla religiosità del tempo, ma lo spinge più in alto e avanti rendendo relativo ciò che prima era ritenuto vitale e assoluto: “Prima ero cieco e ora ci vedo”. Ma il Vangelo si spinge più avanti perché c’è un altro riconoscimento che diventa urgente. Qui Gesù ricompare per intervenire nella sua vita chiedendogli: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?» a cui fa seguito la risposta dell’ex cieco: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Bellissima la risposta di Gesù; non dice che Lui è il Figlio di Dio Altissimo, il divino che sta alto, ma dice: «colui che parla con te». Colui «che è nel seno del Padre» (Gv 1,18), si è fatto uomo e si presenta come realtà concreta. Sembra proprio che gli dica: tu non lo vedevi, adesso lo vedi; ti stava dinanzi ma tu non avevi occhi per vedere, adesso gli occhi li hai aperti e puoi vedere. La fede è questo; la fede ti fa aprire gli occhi alla verità di Gesù Cristo all’interno della tua esistenza concreta di tutti i giorni. Allora, la scelta che ci mette davanti il Vangelo è fra tenebre e luce. Se crediamo fermamente che Gesù Cristo è luce del mondo, dovremmo permettere che questa luce ci attragga per poterlo incontrare e riuscire ed indirizzare il nostro sguardo al suo volto. Paolo scrivendo ai Filippesi dice che in Lui, in Gesù, il Padre ci ha scelti per essere figli (cfr Fil 1,4) cioè, ci ha chiamati, ci ha amati legandoci a sé nell’Uomo chiamato Gesù che si è fermato e ha fatto del fango. «Solo in Dio riposa l'anima mia: da lui la mia salvezza» (Sal 62) dice il salmista; anche noi possiamo sperimentare questa condizione perché abbiamo fatto esperienza della misericordia che ogni giorno illumina, guarisce e porta alla gioia. Non c’è notte che, nel Risorto non si capovolga in quel luminoso mattino pieno di luce e di speranza, ma noi, ci crediamo davvero?

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy