IVQua2025V Domenica di Quaresima – Anno C
Dt 6,4a; 26,5-11; Salmo 104; Rm 1,18- 23a; Gv 11,1-53

È Vangelo ricco e denso, vorremmo solo ascoltarlo per riuscire poi a pregarlo nel corso della settimana con tanta gratitudine. È testo che convoca tutti a sostare presso una tomba ormai chiusa da quattro giorni che già emana il cattivo odore della morte! È sosta chiesta per ricordarci che il percorso della nostra liberazione e redenzione attuata da Gesù, rischia di essere pericolosamente “disincarnato” se non giunge ad un faccia a faccia con il dolore che la morte provoca. E per condurci lì ad un simile evento, l’evangelista Giovanni propone questa pagina dalle pennellate potenti su coloro che entrano in scena: la folla, i discepoli, gli scribi e i farisei fino a raccogliere i commenti della gente presente a questo fatto. È un quadro complesso in cui domande, attese, dubbi, cammini, ritardi e pianti, si intrecciano in un denso crocevia narrativo; tuttavia, su tutto questo intreccio, emerge prepotente la figura di Gesù. È Lui che si pone come dono prezioso da ospitare: «Io sono la risurrezione e la vita»; è Lui che accoglie nel proprio cuore lo smarrimento di Marta e di Maria addolorate per la scomparsa del loro fratello. Ogni parola di Gesù, ogni gesto ed ogni sentimento è dentro lo spazio della cura dell'uomo, delle sue piaghe, delle sue ferite. «Signore, ecco, colui che tu ami è malato», è affermazione che mostra l’attesa di Marta e Maria, un’attesa di condivisione del loro profondo dolore da parte dell’amico Gesù. È questo ciò che mostra il Vangelo: la richiesta di presenza amica mentre faticosamente si compie il cammino che permetta il passaggio dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla libertà, dalla dispersione all’incontro. È pagina che chiama il Signore a vivere accanto a noi il cammino della fede verso un altro lutto che prepara la Pasqua. Solo alla luce della Pasqua, infatti, l’affermazione: «Tuo fratello risorgerà», potrà risuonare Parola vera ancora oggi, perché Parola vissuta da chi, con la propria Pasqua, si è fatto libero dono per la nostra salvezza.

Tanti e belli sono i momenti che il Vangelo ci mostra, ma ce ne è uno che mi colpisce sempre su tutti: le lacrime di Gesù. È un Gesù profondamente colpito nelle proprie viscere dal male della morte che spegne il luminoso atto della creazione e la dignità originaria dell’uomo. Gesù sembra essere davvero schiacciato da quel male, e con la sua umanità segnata dalla morte, piange; le lacrime che scorrono sul suo volto, sono la cosa più toccante perché aprono alla profondità della vita e dicono la solidarietà di Gesù che abita le case e le vite degli uomini. La liturgia vigiliare del sabato sera mostra la richiesta fatta a Gesù da parte di alcuni scribi e farisei di un segno: ecco, il primo segno della Gloria di Dio è il suo sciogliersi in lacrime. Sarà soltanto dopo che vivremo il grande segno della risurrezione di Lazzaro, ma prima vi è questa traccia. Le lacrime dicono strazio, dicono delusione, dicono sconfitta, e tuttavia dicono anche la preghiera dell’affidarsi, l’aprirsi di un cuore che chiede; le lacrime mostrano il proprio stare di fronte a Dio per aprirsi alla fantasia di Dio. Questa è l’esperienza della fede che crede anche quando tutto porta a dire “non c’è più niente da fare”. Le lacrime di Gesù non dicono una generica solidarietà data ad una famiglia amata visitata dalla morte; esse dicono la solidarietà infinitamente più profonda di Gesù Cristo che si fa carico dell’intero dramma dell’uomo che è la morte che azzera tutto e tutto vuol fare scomparire. Se l’uomo per sua natura tende ad ancorarsi al passato, le sue lacrime accendono la fantasia di Dio che pensa sempre al futuro: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
L’invito di Gesù riguarda Lazzaro e il dolore di Marta e Maria, ma riguarda anche tutti noi. Siamo tutti invitati ad accogliere la prospettiva di futuro che conduca oltre la morte. Quel potente grido: «Lazzaro, vieni fuori!» infatti, chiamerà l’uomo ad uscire dal mistero della morte. È chiamata ad un Esodo da compiere per vivere della Pasqua di Gesù che ci dirà che non c’è alcuna tomba che possa trattenere l’eccesso d’amore del Padre verso ogni sua creatura. In Lazzaro tutti siamo chiamati ad uscire dalla tomba già sigillata dal nostro peccato. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» Gesù lo dice anche a noi oggi, chiamandoci costantemente fuori dalla nostra tomba. Anche noi forse, abbiamo perso la misura e il senso della nostra identità, di chi siamo e di chi siamo chiamati ad essere. Forse ci ritroviamo anche noi con il nostro volto coperto da un sudario sinonimo di una forma di morte perché lo adoperiamo per mascherare le nostre ambizioni mondane che però portano alla delusione e al fallimento fino a nasconderci, come in una tomba, dal Volto vero di Gesù. «Lazzaro, vieni fuori!», è Parola che ricrea e questo è invito che continua a risuonare nella storia che vede il cammino di uomini e di donne. È chiamata che dice a me, dice a te che non siamo stati creati per rimanere lì, ma siamo creati per confluire nella vera Vita, quella di figlio nel Figlio Gesù Cristo nella casa del Padre. Questo è il dono che ci viene da questa quinta tappa del nostro cammino di Quaresima. È Parola che si immerge nel dolore e nello sgomento di aver perso tutto per aprire ad una incontenibile gioia. È Parola, dunque, che vede pianto e sorriso; vede l’oscurità dei cuori che si fermano impietriti davanti ad una tomba ormai chiusa, ma vede anche il trionfo della speranza nella vita senza tramonto che Gesù è venuto a portare. Infatti, il senso profondo che questa pagina di Vangelo ci vuole far cogliere non sta tanto nella pietra che chiude il sepolcro di Lazzaro che viene fatta scivolare via; quella rimarrà comunque pietra che ancora si chiuderà di nuovo sullo stesso Lazzaro e su tutti; il cuore che da senso a questa pagina è nelle parole di Marta che si apre a Gesù: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Se anche noi arriviamo lì, vuol dire che il cammino quaresimale verso la Pasqua è stato davvero cammino prezioso. Se infatti, ci siamo lasciati condurre nel deserto, se ci siamo scoperti aspettati al pozzo delle nostre fatiche come avvenuto per la samaritana, se ci siamo lasciati aprire gli occhi per riuscire a vedere con gli occhi di Gesù, anche noi riusciremo ad essere nelle tracce di Gesù. La fede ci conduce lì; l’anticipazione della risurrezione di Gesù che si può leggere nella pagina, ci dice che la compassione di Dio raggiunge l’uomo anche nell’ultimo abisso per digli: “Risorgi con me”. Blaise Pascal, il filosofo e matematico francese del diciassettesimo secolo, ha scritto nei suoi pensieri che il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, non è il Dio dei filosofi e dei sapienti, è invece il Dio dell’uomo, il Dio che si china sull’uomo. Per questo siamo chiamati a vivere il “segno” della resurrezione di Lazzaro come anticipazione della nostra risurrezione, perché quel segno ci testimonia che la vita ha un oltre e che solo in Dio lo si potrà vivere. “Placati, cuore mio, sta quieto fino all’alba. Placati, anche se la tempesta ride dell’intima tua bassa voce. Placati, cuore mio, fino all’alba. Chiunque attende il mattino con pazienza, il mattino lo abbraccerà con tenerezza” (Kahlil Gibran). Questo è l’augurio: essere uomini e donne della speranza pur vivendo il buio di lacrime e sconfitte.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione CookiePolicy