Domenica di Pasqua
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18
Sembra detta quasi sottovoce la notizia della Risurrezione nell’inizio del testo degli Atti che dice: « Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio». Gli inizi avvengono sempre in punta di piedi dal momento che la Risurrezione di Gesù è fatto talmente grande e incredibile perché è ancora presente la sua devastante Passione e morte. Tanto è vero questo che gli Apostoli si pongono ancora nell’attesa: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». L'attesa è ancora lì; l’attesa è ancora quella di un gesto imponente e autorevole che abbia la forza di aggregazione pensata solo in modo politico. La portata della Risurrezione di Gesù sembra essere ancora lontano quasi un sottofondo. È Gesù stesso a spostare l’obiettivo: «tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo», come a dire che c’è ancora un’attesa da vivere in attesa della pienezza dello Spirito che li porterà a vivere un’altra attesa: quella della missione. Ecco, la missione di annunciare la notizia della Risurrezione è affidata a uomini impauriti e disorientati ritenuti anche senza cultura dalla comunità. Questo è l'inizio dell'avventura cristiana che dura ancora adesso e tutti, ma proprio tutti sono chiamati a farne parte. Paolo che è venuto dopo lo scrive nella lettera indirizzata ai Corinti; dice che anche lui è stato chiamato a ricevere ciò che poi ha divulgato a tutti: «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto». C’è dunque qualcosa da tramandare e lo si fa circolare da uomo a uomo, di casa in casa, di comunità in comunità. È l'inizio di una catena interminabile, la catena di uomini e donne che con la loro esistenza testimoniano il mistero della Pasqua e la grazia della Pasqua. L’attesa è anche il sottofondo del Vangelo, ma presenta un taglio diverso. È Vangelo che parla di lacrime e di gioia incontenibile in un giardino che chiude la storia della Passione cominciata in un altro giardino: «al di là del torrente Cedron» (Gv 18, 1). Da un giardino all'altro. Maria di Magdala è ritornata in quel luogo della sepoltura di Gesù; sembra proprio che la scoperta della tomba vuota non abbia smosso nulla in lei e in quel giardino, luogo di ricordi e di desolazione, sosta accanto al sepolcro vuoto in lacrime. Si confronta con le sue emozioni che vedono il doppio dolore: quello per la morte di Gesù e quello per la scomparsa del suo corpo.
Sono lacrime che raccontano il suo stato d’animo, ma sono lacrime che invitano tutti a non avere paura di dare nome alle nostre emozioni, alle nostre paure, ai nostri dolori, alle nostre ansie, ai nostri dubbi. Maria di Magdala, ritornando al sepolcro ormai vuoto, manifesta il suo essere solidale a Gesù anche se, riconosce di vivere soltanto una ulteriore sconfitta. È a questo punto del racconto che il Signore saprà riconvertire la sconfitta in gioia, le lacrime in un sorriso. È racconto meravigliosamente conciso, che mostra però un dato incredibile: Maria di Magdala, che stravede per Gesù, non riconosce Gesù. Che volto ha il Signore? Che volto ha Gesù dopo la risurrezione? La gioia della risurrezione è così vicina a lei, e lei non vede nulla. L'incontro con il Risorto è alla sua portata, ma rimane ferma sul passato, sul ricordo del Volto di un tempo, sull'amicizia di un tempo già vissuta, ma soprattutto, rimane ferma al Volto sofferente in Croce. Maria sembra essere come imprigionata dai suoi rimpianti e dai suoi ricordi; non dà credito neanche agli angeli che circondano il vuoto fisico dell’assenza del corpo di Gesù, chiede che quel corpo si materializzi affinché lei possa proseguire la propria azione di sepoltura. Gesù la strapperà dal suo essere relegata su se stessa e sul passato vivendo solo del ricordo dell'Amato. Maria di Magdala non si aspetta di incontrare un uomo in piedi, un uomo che parla, lei cerca un corpo inerte, e il suo dolore le fa dire cose impossibili: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo», come se avesse quella forza necessaria di portare tra le braccia il corpo esanime del suo Signore! Gesù sa che il riconoscimento del Risorto è spesso difficile. A colei che ha avuto il coraggio e l'amore di seguire Gesù fino ai piedi della Croce (Gv 19,25), il coraggio di prendersi cura delle sue spoglie, di piangerlo provando una sofferenza che le ha fatto vacillare l'anima, Gesù offre una nuova nascita chiamandola per nome: «Maria». La chiama a lasciare una volta per tutte i lidi ossessivi del regno della morte e Maria asciugherà le sue lacrime e lascerà alle proprie spalle il suo dolore. È davvero sorprendente che il riconoscimento è legato ad un nome e non ad un volto. Sentirsi chiamata per nome vuol dire sentirsi conosciuta, vuol dire sentirsi amata, questo è ciò che accende la relazione. Questa è l’esperienza singolare che prova Maria di Magdala, ma non è esperienza riservata solo a lei, è esperienza che ognuno di noi è chiamato a fare. Nulla è invisibile al cuore! Maria è chiamata fin nel suo profondo io, quello che non cessa di essere il luogo dell’unione profonda con il proprio Signore, ad entrare finalmente in una dinamica nuova di fede che non trattiene più nulla per sé. Riconoscendo Gesù, il Risorto può adesso gioire profondamente e correre verso i fratelli per annunciare loro la notizia per lei ritenuta ormai insperabile: «Ho visto il Signore!». Realizza da subito quello che sarà il comando che il Signore farà agli Apostoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). San Tommaso d'Aquino chiamerà Maria di Magdala apostolo degli Apostoli, e papa Francesco la definirà l’apostolo della speranza. È Vangelo che, pur non raccontando la risurrezione (evento impossibile da raccontare perché non si può descrivere), ci dice come tutti siamo conosciuti per nome, e quindi amati. L'Amore è la chiave per entrare nell'intera vicenda della Pasqua e noi tutti, nessuno escluso, siamo i destinatari ma anche gli annunciatori per condividere quel dono che, ci accorgiamo, non riusciamo a trattenere soltanto per noi. Anche Maria di Magdala, infatti, tenta di fermare il Signore, ma riceve la bellissima risposta : «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». È un dire che tutto ciò che è suo è ora nostro; il Padre è nostro; sua Madre è nostra Madre; la sua vittoria sulla morte sarà anche la nostra vittoria sulla morte perché la sua vita è diventata la nostra vita. Gesù, attraverso la sua risurrezione offre a tutti la sua forza contro ogni male, la sua infinita pazienza, la sua gioia di amare e di essere sempre unito al Padre. Ecco l’urgenza che dice: lasciami andare oltre perché quello che hai visto e vissuto è già ampiamente e sufficientemente tuo. Viviamola così la Pasqua, viviamola con gioia che faccia imparare la Speranza.
