III Domenica di Pasqua - Anno C
At 28,16-28; Sal 96; Rm 1,1-16b; Gv 8,12-19

IIIPasqua2025«Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio»; è l’inizio della poderosa Lettera ai Romani che mostra da subito la sua dedizione di Apostolo. Egli vive il desiderio profondo di essere annunciatore del Vangelo di Gesù Cristo a Roma, la capitale dell’impero. Le parole dell’Apostolo non esprimono solo una semplice intenzione di viaggio, indicano una passione sofferta e un desiderio sincero di varcare confini nuovi, di aprirsi ad un mondo che è il più complesso e il più differenziato che esista per culture e religioni: l’Impero romano. Proprio perché il Vangelo ha mutato radicalmente la sua vita, adesso il desiderio che Paolo vive è quello di condividerlo con i fratelli e sorelle di Roma e il testo di Atti mostra questo suo appassionato desiderio. A Roma Paolo ci arriva prigioniero in catene perché si è appellato all'imperatore, ma dentro di sé avverte impellente la possibilità di annunciare Gesù Cristo la vera: «causa della speranza di Israele». Vuole condividere questo, vuole annunciare Gesù Cristo come il compimento dell’antica promessa. Non traspare in Paolo nessun risentimento verso i suoi accusatori anche se si scontrerà con la durezza del loro cuore che non si aprono alla speranza nuova che è l’Evento della Pasqua di Cristo. È annuncio che alcuni lo accolgono ma altri si mantengono chiusi a quell’annuncio rimanendo radicati alla vecchia tradizione. È testo che ci mostra come la parola del Vangelo viene profusa abbondantemente e, anche se è ancora un seme per di più non accolto, essa ha una poderosa forza di vita da diventare punto di riferimento e luogo luminoso in grado di azzerare le tenebre che albergano nel cuore nell’uomo. È necessario allora che il Vangelo arrivi sin lì, arrivi fino a Roma che è la capitale dell'impero, arrivi al cuore di un impero per essere disponibile a tutti. È dunque Parola che si sposta dal centro della fede del giudaismo, Gerusalemme ed il suo Tempio, e raggiunge un altro centro quello in cui convivono mille differenze di etnie, razze, popoli, religioni: Roma. Nel Tempio di Gerusalemme, infatti, luogo della fede giudaica, si sperimenterà la frattura definitiva tra Gesù e i Farisei sull’identità vera di Gesù, sull’origine di Gesù e sul valore della sua testimonianza. È un testo difficile quello del Vangelo, ma colpisce subito per l’apertura che vuole significare la frase: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 

È l’espressione che Gesù rivolge agli scribi e ai farisei che erano presenti nel Tempio, ma è frase che è vera anche per ciascuno di noi oggi. La luce è la prima creazione divina e senza di essa è impossibile vedere, discernere, identificarsi con chiarezza. Senza la luce il resto della creazione sarebbe impossibile. Quando la luce entra nel mondo, dissipa le tenebre, domina le ombre e le zone oscure del mondo e dell'uomo. La luce è, in questo senso, la manifestazione della gloria di Dio e un segno della sua presenza. E dove c'è Dio, l'uomo non cammina alla cieca né si perde nelle tenebre del male. La luce è il vero segno della vita che permette all'uomo di entrare in relazione con l’altro. Allora, Gesù, luce del mondo, si propone senza imporsi per la relazione, e nel rispetto della nostra libertà, rallegra i cuori che sono in cerca di Dio perché cuori assetati di giustizia e di verità. Questa è parola che continua ad illuminare la Pasqua. Affermando: «so da dove sono venuto e dove vado», Gesù pone come fondamento della sua rivelazione la questione della sua origine. Collega cioè, la sua identità profonda di essere «la luce del mondo» alla fonte del suo stesso essere che è il «da dove vengo», e lo lega al senso della sua vita che è il «dove vado».
Lui è tutt’uno con il Padre, ma lascia il Padre facendosi uomo tra gli uomini nella più profonda umiltà per poi ritornare al Padre: questo è il suo cammino di Incarnazione, una via che sarà disseminata di prove, tentazioni e tenebre, ma che Gesù saprà percorrere perché non è solo, ha con sé il Padre che lo ha mandato. È dunque discorso che vuole aiutare il cammino di vita di tutti gli uomini. Ogni discepolo che si impegna a seguire Cristo avrà il proprio cammino illuminato dalla sua presenza e «non camminerà nelle tenebre». Gesù, proponendo a tutti di percorrere questa strada dietro di sé, vuole far entrare tutti nella dinamica trinitaria proponendo di unirsi a Lui. La veglia pasquale che abbiamo appena celebrato ha fatto vedere come questo cammino richiesto, sia illuminato dalla luce di Cristo Risorto rappresentato plasticamente dal cero pasquale che illumina l’itinerario di risurrezione per tutti. L'uomo ha bisogno di questa luce per dare direzione certa alla sua vita; ha bisogno di essere illuminato nelle sue scelte, nelle sue azioni e nei suoi pensieri. Allora questa è Parola da accogliere affinché interroghi fino in fondo le possibili oscurità della nostra vita e allo stesso tempo è Parola che si fa invocazione perché avvertiamo la necessità di essere continuamente illuminati dalla Persona di Gesù. Se pensiamo ai tempi della nostra vita diventati così terribilmente oscuri, tempi in cui ci accorgiamo di camminare a tentoni, tempi in cui la speranza rischia davvero di affievolirsi sempre più, il farsi strada della luce dona gioia perché orienta e fa superare lo smarrimento. Non dobbiamo permettere che lo smarrimento attenui in noi questa Luce, dobbiamo pregare che rimanga Luce accolta e custodita. Se con pazienza meditiamo i versetti che immediatamente precedono questo Vangelo, scopriremo come la discussione di Gesù con gli scribi e i farisei proposta oggi, avviene subito dopo il racconto della liberazione della donna adultera condannata a morte per mezzo di lapidazione. Proviamo ad immaginare come la parola di Gesù: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11) si sia rivelata al cuore di quella donna: lo smarrimento si è tramutato in un futuro di speranza. Lei, peccatrice, apre il suo cuore alla luce di Dio e da Dio si sente perdonata, si sente rigenerata, si sente viva. La parola di Gesù ha squarciato le tenebre nel cuore di quella donna e, a fronte del giudizio di condanna già emesso dagli uomini, in lei si accende la luce della parola che fa verità sulla propria vita e fa guardare con verità e rispetto anche la vita dell’altro. Allora, se accolta così la Parola odierna, anche questo testo così difficile diventa Parola che permea la vita di tutti e per tutti si rivela prodigiosamente ricca. È accaduto per quella donna senza nome, accade oggi per noi peccatori risollevati dalla Pasqua. «Io non mi vergogno del Vangelo» dice Paolo; chi cammina avendo nel cuore il Vangelo del Signore non è prigioniero delle tenebre perché è nella luce della Vita, quella vera, quella di figli. Come il piccolo seme piantato nella terra non dimentica di salire verso la luce, abbandoniamo anche noi ciò che ci imprigiona per alzare lo sguardo a Colui che è la luce del mondo e troveremo la vita che cerchiamo. Sia davvero così per tutti noi perché Luce e Vita sono inseparabili.

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