IV Domenica di Pasqua – Anno C
At 21,8b-14; Sal 15; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17

IVDopoPasqua2025A poco a poco, nel corso del tempo pasquale, l’intento del Signore Gesù si rivela sempre più pienamente così che noi possiamo accogliere le sue attese su di noi. La libertà di figli che abbiamo riacquistata dal Mistero della Pasqua, ora ci interpella sempre più e in questo cammino di riflessione sul valore del Mistero della Pasqua che stiamo percorrendo, ci sentiamo convocati ancora una volta, dall’amore di Gesù. È Gesù che, in modo commovente, ci chiede di rimanere con Lui: «Rimanete nel mio amore». Sono parole dette nel corso dell’ultima cena con i suoi discepoli che lasciano trasparire tutta la tenerezza del suo animo ormai rivolto al compimento della sua vita. Lui sa che con la sua Pasqua i suoi discepoli conosceranno dispersioni e fughe, ma li esorta a non staccarsi da Lui e rimanere in Lui. Gesù usa tre volte il verbo rimanere come a dire che quell’amore che lascia in eredità a tutti non è una esperienza momentanea, ma è qualcosa di assai più profondo che dura perché rimane dentro al cuore di ogni discepolo per rimanervi definitivamente. Il verbo “rimanere” di Gesù preannuncia qualcosa di stabile e permanente che è in controtendenza all’annuncio dell’addio. Se il momento del congedo sembra chiudere una relazione, una vita passata insieme che ha visto momenti esaltanti, il rimanere dice un’intimità di senso che solo l’amore, la carità può dare. Allora, se rimanere assume la capacità di lasciarsi accompagnare, quell’amore lo si invoca. Non solo! Alla parola “rimanere” Gesù fa seguire immediatamente un’ulteriore esortazione: «Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Siamo all’apice, alla vetta dell’essere cristiano che fa esperienza di Dio. Una volta fatta questa esperienza che chiede di essere sempre confermata perché custodita e alimentata, la propria povera vita diventa amore anche per i fratelli. Amore non nello stile umano perché si rimane persone dal carattere debole e fragili, ma carità quale frammento dell’amore del Padre per questa umanità. Quel «come io ho amato voi», chiede che l’amore non sia vissuto come noi vogliamo, ma come siamo amati dal Signore. È così che Gesù vive quel comandamento, e lo vive fino in fondo (cfr Gv 13,1), perché amare fino in fondo, vuol dire realizzare in pienezza la propria vita. È sguardo d’amore sulla tua vita che ti porta ad essere amore per gli altri.

Questo è il passaggio che rivoluziona qualsiasi altro modo di rapportarsi con Dio e questo comandamento può sembrare addirittura assurdo perché l’amore non può darsi per comandamento, eppure, il passaggio è lì ed è passaggio che nasce da una visione che non è la nostra, ma una visione che va oltre e supera il confine umano. Solo avendo come riferimento quell’oltre che è la Pasqua di Gesù, noi siamo in grado di giudicare la nostra vita. L’oltre è l’Amore pieno che ammette ai “cieli nuovi e terre nuove” (Ap 21,1-4). «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena», allora diventano parole di straordinaria bellezza ed intensità perché in Lui c’è la fonte della nostra gioia. Dimorando nella carità riusciremo a vivere come uomini nuovi la cui gioia è davvero piena perché attinta alla gioia del Padre. Questo è il testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli mentre consegna la propria vita ed è testamento che dice come Lui ha vissuto, del perché ha vissuto così e quali sono state le passioni più vere e profonde della sua presenza tra noi. Oggi, alla luce della Pasqua vissuta e celebrata, penso che queste parole possano davvero arrivare a ciascuno di noi come Parola che rigenera, Parola che dischiude un orizzonte nuovo che illumina ogni vita, perché sono parole che spingono ognuno di noi a mettersi nell’atteggiamento di fiducia così da lasciarsi guidare e orientare anche se non si conosce cosa la vita riserverà al nostro futuro, quali saranno i passi che dovremo percorrere e quali persone incontreremo. E se questo avviene, vuol dire che la Pasqua sta operando in noi una trasformazione che ci fa essere “suoi amici”. Essere suoi amici vuole dire che la relazione con il Signore Gesù è cambiata; cambia il modo di rapportarsi con Lui, si vive la totalità di una confidenza, la totalità di una comunione. L’amico è assai più che servo; nell’amico il verbo amare si dispiega e tende a fondersi con la volontà di Colui che lo ha chiamato a vivere questa amicizia. È vero, siamo interrogati sulla nostra volontà, ecco perché è essenziale lasciarci guidare da quell'amore profuso sulla Croce! Amare allora, chiama in causa le nostre capacità, i nostri talenti da impiegare; e se amare ci fa misurare con le nostre fragilità e talvolta anche le nostre incoerenze, fa sì che il nostro modo di essere credenti, ci fa superare la legge del dare e avere. È l’amore che dà il coraggio di cambiare la nostra vita. Il Mistero della Croce non ci invita a un silenzio vuoto, ma ci chiede di essere avvolti nel movimento del Figlio verso il Padre, per questo Gesù dice: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». È movimento che invita tutti a deporre davanti al Signore i propri progetti, le proprie idee, le proprie preoccupazioni e i propri desideri affinché si possa dimorare nell’amore e sentirsi davvero figli nel Figlio scelti e costituiti per vivere il Vangelo. Gesù è il farmaco di chi si sente ferito, abbattuto, debole; Gesù è il percorso inaspettato verso la felicità anche se quel cammino sarà minato da molte insidie; Lui è la via del cuore, e il cuore è molto più resistente quando è difeso dall’amore. Paolo arriverà a dire: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questa è la gioia a cui siamo chiamati; essa non è né mediocre e né tantomeno temporanea, ma è gioia perfetta e immutabile. Paolo è solo uno di una infinita galleria di vite che hanno detto sì a questa chiamata; anche per noi è vita possibile se vissuta però senza presunzione, con umiltà e gioia perché segno di una vocazione amata, attesa, vissuta, custodita. «Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» dice Pietro nella sua prima lettera (1 Pt 2,25); grazie all’Amore del Risorto anche coloro che si sentono isolati e smarriti vengono cercati ed elevati al rango di figli e figlie di Dio. Gesù ci dice di non avere paura a lasciarsi amare da Dio! Signore, rendici assetati del tuo amore perché da questo amore abbiamo poi il coraggio di cambiare la nostra vita.

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