V Domenica di Pasqua – Anno C
At 4,32-37; Sal 132; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35

V Domenica di Pasqua Siamo nel cuore del tempo pasquale, un tempo mistagogico in cui ci è chiesto di approfondire e fare nostro ciò che abbiamo celebrato nel mistero della Pasqua. La sfida è proprio sull’identità nuova che ci vede essere da orfani a figli, ma è sfida che ci deve far chiedere in che misura il Vangelo e la Pasqua di Cristo danno il «senso» alla nostra vita. Si tratta di accogliere il significato profondo della Pasqua di Cristo, dono del Padre per la salvezza del mondo. Ancora una volta il Vangelo ci riporta a quella sera così strana e così intima del Cenacolo e in quella sera, Gesù, maestro di comunione e di servizio, compie il gesto umile di abbassarsi a lavare i piedi ai suoi discepoli. In quel gesto, Gesù, il Figlio dell’Eterno, l’Unigenito del Padre si spoglia della sua infinita dignità e attende che si compia fino in fondo la spogliazione della sua stessa vita. È in quel contesto abitato dall’intimità e dal caos, abitato dal servizio e dal tradimento, da amicizia e da gelosia che Gesù dice ai suoi discepoli: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Il Signore chiede ai suoi discepoli di non vivere un generico modo di amare che veda il semplice rispetto verso gli altri; chiede che i suoi discepoli abbiano come riferimento il suo amore: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Il comandamento nuovo è amare tutti, nessuno escluso senza che un aggettivo qualifichi l’amore e senza distinzioni su chi meriti e chi no. «Come io ho amato voi», dice l’intensità con la quale Gesù ha amato tutti nonostante le intenzioni, i pensieri, le azioni e le “notti” di ciascuno. Gesù pronuncia queste parole solo dopo che Giuda è uscito da quella sala; lì la sua Passione ha preso l’avvio, lì può annunciare il suo presente di amore perché la terribile macchina della Passione ha preso il suo avvio! Il riferimento del «come io ho amato voi», è dunque alla Croce e non può essere solo pura emozione o sentimentalismo. L’amore di Dio è azione fedele che culmina sul Calvario così che quell’amore riporti l’uomo alla sua dignità originaria nella risurrezione di Cristo. Allora quel: «Come io ho amato voi», è precisamente il riferimento che chiede a tutti di vivere così la Pasqua, è riferimento che chiede che si faccia parola forte nei tanti cammini di libertà; chiede di essere uomini e donne che vivono le situazioni di vita più svariate, con i colori convincenti del Vangelo perché qui si gioca la verità della propria fede.

È nuovo, non perché sia nuovo il comandamento dell’amore che ha attraversato ogni secolo di vita del popolo di Dio; è nuovo perché è davvero impensabile la sua misura, ed è nuovo perché chiede la libertà dai tanti condizionamenti così da rendere possibile a tutti lo stile di Gesù che è esclusivamente A­more. È dunque Amore che si fa testamento, si fa eredità e dono per i discepoli presenti quella sera, ma anche per coloro che nei secoli si faranno discepoli di Gesù. Amore, dunque, la cui misura è Dio da cui provengono grazia e doni senza limiti. La nostra fede comincia qui, comincia con il ricevere; comincia con il cuore squarciato di Gesù quale inesauribile sorgente a cui ritornare ogni giorno per attingere quell’amore di cui abbiamo bisogno affinché ci dia la grazia e la capacità di poter vivere in comunione con l’altro. Il riferimento è la Croce di Gesù nella quale tutti sono amati: amici e nemici, vicini e lontani, meritevoli ed ingrati. Gesù vive dell’amore del Padre e quell’amore lo porterà a quella morte che convoca tutti e che tutti raduna affinché siano ricomposte le fratture, siano azzerate le distanze, sia annullate le dispersioni. Questo è il comando che, se accolto, fa nuova l’identità delle comunità che continuamente si radunano per spezzare il pane in ogni stagione della storia, e questo ha nel cuore Paolo quando scrive alla comunità di Corinto. La Carità è entrata talmente in profondità nel cuore dell’Apostolo che lui stesso la vuole celebrare, la vuole restituire come proprio rendimento di grazie alla sua comunità. Oggi è chiesto anche a noi di fermarci su queste parole affinché diventino riferimento vero della nostra vita perché viviamo in una società in cui tutto è liquido e anche i sentimenti più belli che nascono, sono già indirizzati sul viale del tramonto. Il termine amore oggi è parola usata nel lessico quotidiano anche e addirittura per difendere gesti di violenza e nascondere delitti così da rendere quel termine una parola distorta, danneggiata e forse anche disprezzata perché abbiamo smarrito il Riferimento vero, la fonte di acqua zampillante (cfr Gv 4). L’inno alla carità è testo da leggere non solo in orizzontale come fosse una poesia, ma è testo che occorre leggere soprattutto in senso verticale. Dio compare in esso dappertutto al punto che potremmo sostituire la parola amore con Dio e sarebbe esattamente la stessa cosa. Ciò che Paolo ci vuole donare con questo testo, è la contemplazione della figura del suo Amato, del suo Dio, di Colui che lo ha afferrato, lo ha conquistato: Gesù Cristo. L’inno alla carità è visto come il riflesso dell'amore di Dio; descrive il modo con cui Dio ama e chiede che questo sia il paradigma del nostro amare. Per esprimere bene e meglio il termine amore allora, non occorre fare tante descrizioni, ma è necessario tornare sempre e da capo alla fonte, alla vicenda di Gesù per scoprire come quella vicenda porti alla luce la verità nascosta della nostra vita, dei nostri pensieri e dei nostri cuori: amati per amare. Riconoscere che ciò che ci è chiesto di vivere è l'unica realtà che dà senso alle nostre azioni e alla nostra vita perché è la risorsa più vera che ci misura non nel senso di giudizio, ma ci incoraggia a vivere nella carità ogni nostra singola relazione. Magari non sempre le forme saranno quelle che accogliamo dalla pagina degli Atti, tutto in comune, ma saranno gesti di gratuità, di vicinanza, di finezza, di sensibilità, di condivisione, di capacità di perdere qualcosa di sé pur di far guadagnare un po’ di serenità all'altro. «Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» dice Paolo, se però vivo la carità, cioè se amo con intensità, io vivo davvero la Pasqua. È davvero energica la parola del Signore questa domenica; è carica di urgenza che chiede di essere ospitata e custodita nel nostro cuore. Chiediamo al Signore di rinnovare la nostra capacità di amare con quell’amore che salva, che risolleva e che ridà vita!

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