VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO C
At 21,40-22,22; Sal 66/67; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22
Le parole: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete», sono parole che presentano il tempo del dolore e del dolore estremo, ma sono parole che indicano il passaggio della sofferenza che chiede speranza, chiede quella fede in un’alba senza precedenti che si sta approssimando ma che ancora non conoscono. Gesù, nell’imminenza della sua Pasqua, invita a riflettere su questa conversione del dolore in gioia, conversione di quel tempo ritenuto interminabile a causa della sua morte, in un tempo breve: «un poco ancora». I discepoli sono invitati da Gesù a guardare l’oltre che in Lui si prospetta, un futuro che li riempirà di gioia che nessuno potrà togliere. Non sarà più la gioia terrena, concreta ma passeggera di rivedere il loro Signore vivo dopo una morte così orrenda; sarà gioia infinitamente più grande perché si apre una prospettiva dal respiro eterno. Quel: «Vi vedrò di nuovo» opera, infatti, un capovolgimento di prospettiva. Se il desiderio di "vedere Dio" abita da sempre nel cuore dell'uomo (cfr Es 33,18), la gioia vera, quella che non potrà più avere fine, è che Dio in Gesù Cristo ci guarda con amore infinitamente grande anche e nonostante la nostra storia scellerata di peccato; un amore che neanche gli occhi di una madre che guarda il suo bambino riescono ad esprimerlo perché è amore che convoca alla sua presenza. Tuttavia, Gesù sa che per i discepoli tutto questo risulta difficile da vivere per questo annuncia loro l’aiuto dello Spirito, del suo Spirito. Lo Spirito del Risorto aiuterà a fare memoria, a non perdere nulla delle parole e delle opere del Signore Gesù; lo Spirito condurrà alla verità sulle cose future che è la via nell’incontro con il Padre. È dunque Presenza che non si pone un passo avanti per guidare, ma Presenza che si accompagna al nostro passo e sostiene il nostro cammino. La verità tutt'intera alla quale siamo indirizzati, non è una raccolta dottrinale o un insieme di dogmi, ma è la persona di Gesù Cristo che di Lui ci ha detto: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Una Persona prima che una dottrina, un Volto da riscoprire nella relazione prima ancora del possesso di una filosofia o di un pensiero che lo determini. Gesù la via dell’amore che si fa dono nella Croce; è la Verità che si rivela a noi stessi (cfr Gv 4,1-29); è la Vita che si dona nel soffio ai suoi discepoli (cfr Gv 20,22). Gesù è relazione che va coltivata anche nell’assenza. Si vuol bene a qualcuno anche quando non c’è, anche quando non è a portata di mano e non lo si sente o non lo si vede.
La Pasqua non cambia solo i nostri rapporti perché chiama a vivere in comunione con Dio e nella carità con tutti, ma cambia decisamente anche il nostro modo di vedere. Mette nel cuore uno sguardo di speranza che sollecita tutti a guardare al di là di ciò che si vede, di ciò che si sperimenta e ciò che si tocca. La speranza guida al futuro e questa capacità di guardare così, permette a tutti di essere persone diverse nella quotidianità perché si avverte che esiste un domani. Non è chiesta una fiducia generica, è chiesto di dare credito e riconoscere che ciascuno di noi è nel progetto che il Padre ha sull’umanità; è chiesto di orientare di conseguenza il proprio cammino rispettando i tempi degli altri avendo cura di guardare il mondo con gli occhi di Dio di cui siamo immagine (cfr Gn 1,26). L’attenzione di Gesù è rivolta a preparare i suoi discepoli a questo, prepararli al significato pieno della sua Pasqua che vedrà il suo ritorno al Padre come Vivente primizia di Vita eterna a cui tutti sono invitati (cfr 1 Cor 15,20-22). Ma questa gioia passa attraverso un cammino di sequela a Cristo che ci faccia rimanere in Lui anche se sperimentiamo la sua assenza. Del resto, il testo della lettera agli Ebrei ci mette nel cuore questo desiderio. Ci dice che Gesù è oltre la morte. Lui che si è fatto carico della condizione dell’umanità brancolante nelle tenebre del peccato, è il Vivente presso il Padre, ma continua a farsi carico intercedendo per uomini e donne che: «si avvicinano a Dio». È testo che regala la certezza di essere uomini e donne sorretti nel faticoso cammino che la storia riserva perché presi in carico dalla fantasia dello Spirito del Risorto. Siamo dunque invitati a guardare oltre tutti i nostri passati, tutte le nostre cadute, tutte le nostre fragilità non perché siano dimenticate, ma perché la promessa è una vita nuova e questa sarà la consapevolezza che permetterà anche a Paolo di vivere la propria vita in modo nuovo. Il brano di Atti è testo che non ha bisogno di commento tanto è lineare; è testo che bisogna solo ascoltarlo perché è una delle pagine più intense dell’intero Libro. È lo stesso Paolo a raccontare la sua esperienza e lo fa in prima persona parlando in lingua ebraica affinché i suoi uditori, che chiama «Fratelli e padri», comprendano bene ciò che è accaduto e quanto siano vere le cose che dice. Con insistenza e con fierezza nel suo racconto appassionato, Paolo mostra chi lui fosse prima di incontrare Cristo. Descrive lo zelo con cui osservava la «Legge dei padri» che aveva studiato fino a diventarne maestro; non nasconde la sua determinazione a perseguitare il movimento nato attorno alla figura di Gesù di Nazaret fino a quell’incontro totalmente imprevisto segnato dall’intensità di una luce abbagliante e dalle parole: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» avuto sulla strada di Damasco. Come si fa perseguitare Colui che non c’è più, Colui che non hai mai conosciuto personalmente? Ecco che le parole: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», indicano la relazione intima che Gesù – non più presente fisicamente ai nostri occhi - ha con coloro che si fanno suoi discepoli. Solo quando Paolo aderisce a quella relazione, non solo sperimenterà che quell’esperienza stravolgerà la sua vita, ma confesserà che quell’esperienza gli ha permesso di consegnarsi totalmente al Signore. Questo è l’avvenimento della Pasqua che ha vissuto Paolo, un passaggio che produrrà un’intimità tale che non riuscirà più né a tacere, né a nascondere e che lo porterà a confessare ai suoi «Fratelli e padri» di aver ricevuto la missione di essere l’inviato alle nazioni. L’annuncio della Pasqua che oggi ci viene consegnato, è questo; non racconta tanto l’apparizione del Risorto, racconta il cambiamento radicale di vita di un uomo che ha incontrato il Risorto. È Pasqua che ci viene consegnata nei suoi esiti, in ciò che produce là dove entra davvero come parola nel cuore di persone che nella libertà si aprono ad accoglierla e a riconoscerla. Sono pagine commoventi, pagine intensissime e pagine che passeranno di comunità in comunità fino al nostro oggi. Esse ci dicono che Gesù è il nostro intercessore, è Colui che parla di noi al Padre, è Colui che ci porta alla comunione piena e vera con il Padre. Non perderemo Gesù Cristo perché Lui è il Vivente, è il Risorto, è Colui che invia lo Spirito che è vita, il solo che aiuterà a comprendere fino in fondo la ricchezza e la bellezza del dono che la Pasqua porta con sé. Lui è dono a cui affidare i nomi e i volti a noi più cari, i nostri problemi più veri affinché siano sempre nel cuore di Dio.
