Domenica di Pentecoste
At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

penteco2025Non possiamo leggere, meditare e ricevere nella nostra vita le parole del Vangelo senza aver la consapevolezza che gli Apostoli le hanno ascoltate nell'intensità delle ultime ore terrene di Gesù. Sono parole che hanno meditato dal momento della Passione, ritenuto il momento del fallimento perché culminato nella crocifissione e morte di Gesù, e l'entusiasmo che ha seguito la Resurrezione che ha accompagnato la lenta progressione della loro fede nel corso degli anni della loro predicazione. Le parole di Gesù, la sera del Giovedì Santo dicono che la dignità di figli è ridata da Colui che risorgendo chiama ad una rinnovata relazione dell’uomo con Dio; relazione di figli nel Figlio resa ancora più intima dallo Spirito Santo, «l’altro Paràclito». Che mistero la Pasqua! La gioia che viene dal Risorto rimane sempre presente nella nostra vita e la trasforma, così come ha trasformato la vita di quella prima comunità riunita con Maria nel Cenacolo. È proprio nel giorno di Pentecoste, giorno che per gli Ebrei è la festa di ringraziamento per il dono della mietitura, ma anche il ringraziamento per il dono della Legge ricevuta su Sinai, proprio in quel giorno irrompe lo Spirito Santo nella storia di quella piccola comunità. Viene a scuotere gli Apostoli, viene come Vita che vince la paura e lo sconforto, perché la vita stessa di Dio apre l’epoca nuova. Pentecoste, infatti, non è solo un giorno, ma è il tempo del cammino della Chiesa nella storia in cui la presenza di Gesù sarà cambiata: da "con voi" a "in voi" e per sempre! Questo cambio di stato per gli Apostoli non deve essere stato facile da capire; in fondo Gesù era ancora presente con il suo corpo in mezzo a loro. Non era facile comprendere che Dio in Gesù Cristo, poteva essere "più" presente di quello che i loro occhi vedevano, che le loro mani potevano toccare, che le loro orecchie potevano ascoltare. Lo capiranno solo vivendo, passando cioè attraverso la sofferenza che l’assenza di Gesù procurava loro, allo scoprire gradualmente, una volta ricevuto lo Spirito Santo, il modo nuovo della presenza di Dio: non più fisico, cioè accanto a loro, ma in maniera nuova che non è meno reale: Dio in loro. Paràclito è Colui che difende, che sostiene, è Colui che è dalla nostra parte anche se è un termine che molto spesso pronunciamo più per partecipazione all’evento celebrativo che per conoscenza nostra.

Lo Spirito rende ragione della nostra fede nei momenti difficili; dà la forza quando siamo deboli, ci dà il coraggio quando abbiamo paura. Lo Spirito disegna il sorriso anche nei momenti di tristezza, è Colui che spinge ad attingere al perdono e alla riconciliazione quando non ce la facciamo più, è Colui che, quando le difficoltà ci sovrastano e i torti subiti sono grandi, ci dona la pace e la serenità del cuore. Abbiamo bisogno di questa forza straordinaria che rende nuova la nostra vita e permette a noi di dire: “io credo in Dio Padre, in Dio Figlio che è Gesù Cristo”. Paolo stesso lo afferma; scrivendo ai Corinti dice che: «nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3). I discepoli, dopo la discesa dello Spirito escono dal Cenacolo non per un obbligo ma per l’impulso interiore che lo Spirito consegna; Egli che è vento, fuoco, li sprona a non essere più prigionieri di quelle quattro mura che li tiene separati dagli altri. Escono non perché hanno un prodotto da vendere o una supremazia da affermare, escono perché per loro è davvero importante dire agli uomini, a tutti gli uomini, che Gesù Cristo è risorto e che è Lui l’adempimento di ogni attesa umana. Il dono della testimonianza è davvero il contrario della paura nella quale gli Apostoli erano caduti a seguito della Passione e morte di Gesù Cristo. Pietro stesso che aveva rinnegato Gesù, ora è uomo nuovo che, con forza arriverà a proclamare: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,32-33). Questa è l’azione dello Spirito. Pietro non solo non ha più paura, ma ha la franchezza di dire che sulla verità della Risurrezione di Gesù, lui è disposto a giocare la propria vita. Ecco il dono della Pentecoste: il compimento del disegno di Dio si fa giorno di pienezza che non avrà mai fine perché il Soffio d’amore tra il Padre e il Figlio, inonda la terra e l’umanità. La Chiesa che nasce da questo irrompere dello Spirito è Chiesa formata da uomini e donne di tutte le nazionalità che ascoltano e capiscono l’annuncio degli Apostoli nella propria lingua. È Chiesa in cui non c’è confusione come a Babele dove, pur parlando la stessa lingua, per l’egoismo di chiudersi a tutti: «facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (Gn 11,4), finirono per non intendersi più e precipitare nella confusione. La Chiesa vive di questo dono dell’unità nella diversità perché è l’Amore che chiama alla comunione nella diversità, nella distinzione, nella differenza dei vari popoli. Allora, chi di noi non avverte il bisogno di quel Soffio vitale che permette di essere in questo mondo, in questo “oggi”, in questa storia, dei cristiani credibili? È vero, lo Spirito non si vede, come non si vede l’aria che ci permette di respirare, e tuttavia ne apprezziamo gli effetti perché ci mantiene in vita. Pentecoste è giorno in cui ci viene chiesto di scegliere se veleggiare sulle ali della Speranza che il vento dello Spirito consente, o arrancare a causa del vento contrario delle nostre fragilità che ci fanno piegare su noi stessi. L’invito è accettare che il soffio di Dio che è lo Spirito, ci faccia uscire dai tanti nostri cenacoli ritenuti luoghi sicuri e riuscire a parlare la lingua della Carità che è lingua capita anche dal nostro vicino che è il nostro prossimo. Gli Apostoli lo hanno fatto; hanno vinto così la loro paura e sono usciti all’esterno. Ecco il dono che il Padre e il Figlio ci regalano: il loro Spirito vitale. I doni più belli della vita non si vedono; l’amore non si vede, l’amicizia non si vede, la fiducia non si vede, la fedeltà non si vede, ma sono tutti pienamente avvertiti presenti nelle relazioni. Lo Spirito santo donatoci dal Risorto non lo si può vedere perché ci supera (cfr Gv 3,8), ma questo superarci è proprio il dato vitale che pone le basi per vivere da uomini credibili che amano. C’è un sogno, c’è un progetto nel quale ciascuno di noi può entrare: morire a se stessi per diventare uomini nuovi, allora, vieni Santo Spirito, vieni a rinvigorire il nostro cuore.

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