II Domenica dopo Pentecoste – Anno C
Sir 18,1-2. 4-9a.10-13; Sal 135 (136), 1-9; Rm 8, 18-25; Mt 6, 25-33
Come ci sentiamo di fronte all'affermazione di Gesù che ci ha appena detto quattro volte: «Non preoccupatevi»? Potremmo benissimo reagire dicendo "Facile a dirsi!". La preoccupazione, infatti, fa parte della nostra condizione umana e lo sperimentiamo regolarmente. MA cosa vuole dirci esattamente Gesù? Non certo di incrociare le braccia e subire passivamente il nostro destino senza fare nulla: gli stessi gli uccelli del cielo a cui siamo invitati a guardare, non aspettano che il cibo cada nel loro becco, ma trascorrono l'intera giornata a cercarlo e incapaci di preoccuparsi del domani come noi, continuano a vivere. Per comprendere appieno l’istruzione di Gesù dobbiamo prenderci del tempo per guardare ciò che abita nel cuore di Gesù. A Gesù interessa più di tutto mostrare la bontà del Padre che riguarda la nostra vita. Sa che la preoccupazione non è buona compagnia perché agisce come un freno che limita la nostra possibilità di agire. La preoccupazione ci fa ripiegare su noi stessi facendoci dimenticare chi veramente è vicino a noi. Il progetto che Gesù ha a cuore è il Regno di Dio: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia»; questa è la frase chiave del Vangelo, l'istruzione che ci pone al cuore stesso della nostra fede. Gesù invita a cercare il suo Regno assicurandoci la presenza dello Spirito Santo che, come guida e ispirazione, chiede di andare oltre la nostra preoccupazione che genera ansia. Gesù usa esempi molto semplici che interessano tutta la nostra vita: il cibo e il vestiario. Non parla di gioielli, automobili, tassi di interesse, cellulari, computer, viaggi sulle isole. Gesù non ignora affatto il lavoro che gli esseri umani fanno per coltivare la terra e ricavarne il cibo o il lino per il vestiario, ma evoca qualcosa d’altro, chiede la fiducia radicale in Dio Padre, chiede di saper ricevere la vita per vivere della creazione di Dio come ci dice la lettura del Libro del Siracide. Niente è più bello, niente è più semplice e niente è più vero di questo. Vivere allora è prima di tutto saper riconoscere ed accogliere il dono che Dio stesso ci fa: «Dalla mia mano vi è giunto questo» (cfr Isaia 50,11), e questo non è scontato come non è scontato scoprire la gioia ogni mattina di essere chiamati alla vita di Dio. Prima di ogni lavoro, prima di ogni trasformazione occorre accettare di essere solo un canto, un grido di meraviglia davanti alla grazia che Dio ci dona. «Non preoccupatevi» allora, è la radicalità sorprendente di Gesù! Non sono parole che enunciano una fede ingenua nella Provvidenza, ma sono parole che aprono alla misericordia e alla passione del Padre che ci vuole figli nel Figlio.
Siamo creati per Dio e per i nostri fratelli e sorelle e non possiamo lasciare che la ricerca dell’avere diventi l'unico scopo della nostra vita e delle nostre azioni. La fede diventa scelta di salvezza che solo Dio può offrire affinché poi ogni cosa sia riportata al suo giusto valore: il cibo, il vestiario e il denaro. Il vero valore non è nel possesso, ma nella persona stessa: «Non valete forse più di loro?». I discepoli sono amati e salvati non a causa dei loro beni, ma a causa di ciò che sono: figli dello stesso Padre. Gesù invita a orientare la loro vita verso questa paterna e non paternalistica premura di Dio, al suo dono; chiede di non adoperarsi in una corsa spasmodica verso le ricchezze terrene. Se dobbiamo correre, è al Padre e alla sua giustizia che si chiama misericordia, si chiama perdono. Se abbiamo bisogno di mangiare e bere per sostenerci nel nostro cammino, ci presentiamo alla mensa della sua Parola e del suo Pane che danno senso alla nostra vita (cfr Mt 4, 4); se ci si deve vestire dell'abito più bello, rivestiamoci della carità (cfr Col 3,14).Questo è ciò che Gesù ci chiede quando dice: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». È chiesto di aver fiducia nel cambiamento di un cuore malato di preoccupazione affinché si possa veramente riposare in Dio: «Colui che vive in eterno [e] ha creato l’intero universo» (Sir 18,1). Siamo chiamati alla vita dal Padre; siamo accompagnati da Gesù Cristo che cammina con noi come nostro amico più caro (cfr Lc 24,12-33). Ricordati chi sei e quanto sei prezioso agli occhi di Dio ci dice Gesù, per questo non puoi avere un cuore diviso. Il Salmo ci fa pregare: «Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre»; sono parole di benedizione che invitano a fermarsi. La gratitudine si trasforma in desiderio di gridare la fedeltà dell’amore di Dio e celebrarla come liturgia della riconoscenza. È però anche invito a riposare sulla fedeltà di Dio e questo non è tempo improduttivo ritenuto dai più come tempo morto, ma al contrario, è tempo del respiro, della contemplazione, del silenzio che trasporta il nostro essere verso Dio e non verso lo smartphone. «Non preoccupatevi per la vostra vita» è affermazione che ci fa percepire che la Vita vera ci viene incontro. È davvero bello il paragone che Gesù fa; offre ai suoi ascoltatori meraviglie da contemplare per riportarli alla realtà più vera, più semplice, più profonda: Dio Padre ama ogni sua creatura e dispone tutto affinché possano vivere la vita da figli che non ricevono una pietra se chiedono il pane o una serpe se chiedono un pesce (cfr Mt 7, 7-14). Se nella fiducia, speriamo e crediamo che questa è la vocazione di tutti e di ciascuno, allora verranno davvero «il Regno di Dio e la sua giustizia» e non ci sarà più carestia di pace, di fratelli, di amici perché queste «vi saranno date in aggiunta». L'umile è colui che riconosce di essere davvero piccolo di fronte alla maestosità del creato e che per questo si fida e si affida al Padre onnipotente che lo ama! L’umile sa confidare che lo Spirito Santo dà il suo aiuto e la sua forza per far entrare nel grande mistero della Vita; l’umile sa che lo Spirito del Risorto è più forte di tutte le nostre morti, e che nonostante le apparenze, nonostante le minacce, i domani incerti, nonostante le notti buie, nonostante i dubbi e i dolori, ci conduce al Padre che ha risuscitato dalla morte e la morte di Croce, il suo Figlio Unigenito. È dunque strada di sapienza, di vera felicità quella propostaci da Gesù; ci viene chiesto di vivere la nostra vita prendendo sul serio la parola di Cristo come il modo migliore per dimostrargli che lo amiamo e che confidiamo in Lui. Questa è la grazia che possiamo chiedere per ciascuno di noi, per la nostra comunità e più in generale per tutte le nostre famiglie. Signore, liberaci da ogni ansietà e da ogni preoccupazione!
