III DOMENICA DI PENTECOSTE – ANNO C
Gn 3,1-20; Sal 129; Rm 5,18-21; Mt 1,20b-24b

IIIPente2025Il mistero del male, il mistero della iniquità che continuamente fa moltiplicare i nostri lamenti e continuamente ci assedia per farci cadere, è sempre in agguato. È in questo mistero che vive il cattivo desiderio, l’iniquità interiore, l’istinto sbagliato che stringe sempre più la nostra vita. La pagina di Genesi ci avvisa di questo; ci dice che la sapienza non la si acquista dall’esperimento di ciò che per gli occhi e la bocca è desiderabile, la sapienza vera, quella che guida alla verità piena del nostro essere, la si conquista fidandosi e affidandosi alla parola di Dio. Il testo di Genesi ci dice chiaramente che, se diamo rette ad altre parole che non siano quelle di Dio, lasciamo che la tentazione si impadronisca di noi. È successo così; la parola del serpente è l’insidia che ha fatto cadere e ha condotto Adamo a scoprirsi nudo, vulnerabile, e quindi impresentabile di fronte al Creatore. È a seguito di ciò che Adamo ed Eva si nascondono. Le tenebre che la vittoria del serpente tentatore e nelle quali Adamo ed Eva sono caduti, si sono poi addensate anche su tutti i loro discendenti tanto da far dire a Paolo che: «la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini». Questa è un po’ la metafora della notte del male in cui tenebre sembrano proprio accompagnare l’uomo nella sua peregrinazione lungo la storia. Dando credito alle parole del serpente, «il più astuto di tutti gli animali», l’uomo perde il desiderio primario di relazione con il Creatore; l’essere nudo, cioè, privato di ogni sicurezza porta l'uomo a conoscere la paura: «ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Chi può dire di non aver mai conosciuto questa paura che ci mette a nudo e allo stesso tempo ci muove? La paura ci spoglia facendo apparire ridicole le protezioni che tentiamo di mettere in atto tra noi e il mondo, tra noi e gli altri, tra noi e Dio. La paura spiazza provocando la fuga – “mi sono nascosto” – da noi stessi e da Dio. Relazione e fiducia in Dio o presunta emancipazione e autonomia da Dio sono quindi la radice della riuscita o del fallimento dell'uomo nel suo essere. Per Adamo ed Eva, la paura genera malafede: Adamo incolpa Eva sua moglie che aveva appena considerata ideale: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (Gn 2,23). Eva incolpa il serpente e Dio maledirà il tentatore che continuerà nella sua azione di far dubitare l'uomo dell’Amore e della fedeltà di Dio.

E poiché Adamo riconosce davanti a Dio di essere nudo e gli confessa il suo timore, Dio non lascerà l'uomo e la donna in potere della forza che li ha ingannati. Quel «Dove sei?» dice che la speranza alla quale dobbiamo aggrapparci è il fatto che Dio non accetta che l’uomo si perda nell’inferno del male e rivolgendosi al Tentatore gli dice: «maledetto tu fra tutto il bestiame […] Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa». C’è anticipato il riscatto di Dio e quel riscatto sarà il Verbo del Padre, la Parola stessa che si renderà visibile, che si renderà prossima all’uomo facendosi carne e sangue per portare con sé i prigionieri del male (cfr Ef 4,8). Allora, la comprensione richiesta parte proprio dal riconoscimento che il rapporto con Dio si gioca nella relazione ieri come oggi. Conoscere non è semplicemente incontrare o sentire, ma ha bisogno di più, ha bisogno di un Tu che viene chiamato per nome. Il Vangelo è chiaro sotto questo punto; per il suo disegno di salvezza Dio chiama per nome Giuseppe, il promesso sposo di Maria; lo chiama con l’appellativo di: «Figlio di Davide» a cui chiede di «non temere di prendere con te Maria, tua sposa». È solo ascoltando il proprio nome che Giuseppe, sentendosi chiamato personalmente, permetterà a Gesù di svolgere la propria missione. Così, se Eva «fu la madre di tutti i viventi», Maria sarà la madre del Vivente. In Gesù Cristo è donata la Via nuova affinché tutti possano compiere il cammino nuovo, e questo è il Dono che parla al profondo del cuore di ciascuno senza costringere nessuno perché è Parola che precede sempre i nostri desideri di conoscenza. È stato così per Abramo e sarà così fino all’ultimo degli uomini. È dunque chiamata che può spaventare, ma è Parola che sgorga dal profondo e si rivelerà nel tempo, fedele e soave, creativa e feconda. Ecco, Dio non cessa di entrare nelle singole storie che compongono la storia più grande dell’umanità aprendole alla novità vera. Ascoltiamo dunque la sua Parola, e come Giuseppe, diciamogli di "sì" così che ciascuno possa essere plasmato e reso in grado di agire come Giuseppe che: «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore». Quando l'uomo si fida, riesce a camminare su nuove strade perché è Dio a dilatare il pensiero, l'intelligenza e l'audacia: «Ti darò un cuore nuovo, uno spirito nuovo» (Ez 36,26). Se ci fermiamo un poco sul testo notiamo che Giuseppe invita a desiderare questo "cuore nuovo, questo spirito nuovo". Quel «Non temere» detto a Giuseppe e precedentemente a Maria, si estende a tutti e a tutti vuole far ricuperare la fiducia di credente. È il modo di Dio di scendere nel giardino nel quale noi viviamo, per darci una parola che dia aiuto, che dia luce e che consenta a ciascuno la speranza anche quando si vivono momenti di turbamento e di grande fatica. «Non temere» dice che Dio non dimentica proprio nessuno e in Gesù Cristo, scende nel groviglio della nostra umanità per chiedere anche a noi: «Dove sei?». Allora la pagina del Vangelo non è fuori tempo; parla a noi di qualcosa che avviene anche oggi nel cuore dell'uomo e della donna, avviene dentro il nostro cammino ed è chiamata più vera e sostanziale alla vita. Oggi la liturgia ce la ripropone con molta forza come invito ad entrare in questa avventura di salvezza che vuole abbracciare anche la nostra storia. Anche se non sappiamo come sarà per noi lo svolgersi dei mesi e degli anni del nostro vivere e il vivere dei nostri fratelli, sappiamo però che in questo scenario di vita, si giocano passi di libertà che diventano decisivi a dare statura e qualità di vita. La nascita alla storia di Cristo, il suo porsi chiaramente dentro la storia di noi uomini, fa davvero piazza pulita di ogni residuo turbamento nel rapporto tra creatura e Creatore. Dio è Padre e ci vuole tutti figli nel Figlio. È per questo che «spinto dal suo folle amore per l’uomo, Dio inizia a cercarlo tra gli alberi del giardino e finisce per trovarlo sul legno della croce» come scriveva Nicholas Cabasilas santo della Chiesa bizantina del quattordicesimo secolo. Lì sulla Croce conosciamo davvero fino a che punto si spinge l’amore di Gesù per l’uomo; ed è proprio per la sua «giustificazione che dà vita» (Rm 5,18), che non avvertiamo più il bisogno di nasconderci né tantomeno quello di provare vergogna per la nostra debolezza, ma avvertiamo l’esigenza di aprirci per entrare in comunione con Cristo Signore e di rimanere nel suo amore, perché è nella comunione con Lui che si ricompongono le fratture e le distanze.

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