IV DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO C
Gen 4,1-16; Sal 49; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24

IVPente2025La fraternità è la porta del paradiso o dell'inferno; è attraverso di essa che ci uniamo a Dio ora e nell'eternità, ed è negandola che ci condanniamo per sempre. Le parole di Gesù sono terribilmente impegnative! Se meritiamo la Geenna – cioè, la separazione definitiva da Dio – per il solo fatto di dire al fratello: "pazzo", allora dobbiamo, da oggi, intraprendere un cammino radicale di conversione che ci porti alla consapevolezza interiore dei nostri gesti, delle nostre parole e dei nostri pensieri verso il prossimo in generale e verso colui che ci è stato messo accanto, in particolare. È quando il nostro cuore si chiude contro nostro fratello e rinneghiamo la fratellanza con lui, neghiamo nello stesso tempo, la paternità di Dio ai nostri fratelli e rifiutiamo il nostro stesso essere figli dello stesso Padre poiché non accettiamo di essere fratelli di coloro che Dio ha già accolto, accettato e perdonato. Dunque, il mistero del male radicale, quel male che alberga nel cuore prima ancora che si vedano le opere e che è ben rappresentato nella lettura del testo antico, ha la sua genesi nell’insofferenza verso il fratello. Il fratello della pagina di Genesi non è soltanto colui che ha lo stesso sangue, ma è figura che richiama più ampiamente tutti coloro che nella storia della nostra esistenza, sono messi vicino a noi. Ma la pagina evidenzia qualcosa diche va oltre; evidenzia il fatto che il fratello che ci è messo accanto possa risultare come un giudizio sul nostro operato. Non è quindi solo Dio a vedere ciò che alberga nel nostro cuore, ma anche noi siamo in grado di comprendere il cuore di nostro fratello e perciò sentirci valutati nelle nostre azioni. La testimonianza di vita dell’altro può avverarsi per noi come una critica, una denuncia del nostro comportamento dettato dai nostri desideri che non sempre sono buoni: «Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto». Qui il male prende il sopravvento e Caino perde la capacità di riuscire a guardare l’altro cessando di essere aperto all’umanità e al creato: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?». Il male fa perdere la capacità di parlare e di confrontarsi. Il dramma si palesa così, si palesa da questa incapacità di accogliere l’altro fino a farlo diventare dramma totale che vede l’omicidio come rimedio a questa chiusura.

È davvero pagina che ha una straordinaria acutezza psicologica nella quale emerge la domanda di Dio: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Il sangue del fratello grida attraverso la terra e Caino, che ha ucciso per cancellare il fratello, adesso si trova ad averlo dentro di sé in modo ancora più forte e questo genera ancora di più il rifiuto: «Sono forse io il custode di mio fratello?». La pagina di Genesi interroga ciascuno di noi sulla figura di Caino; chiede se quella forma non stia dormendo in ognuno di noi; chiede che prima che la nostra mano si alzi, prima che la nostra parola infetta il cuore dell’altro dando il via alla spirale della violenza, riusciamo a capire, a pensare che noi siamo chiamati ad essere i custodi veri di nostro fratello. Nella sua crudezza c’è però qualcosa di positivo che apre alla speranza: Dio non abbandona Caino alla perdizione. Gli mette un sigillo di riconoscimento che dirà a tutti coloro che lo incontreranno, la sua appartenenza a Dio, il suo essere un figlio caduto per la propria fragilità. Ecco, è come se questa pagina preannunciasse l’amore infinito del Padre verso tutti i figli e che in Gesù Cristo si renderà evidente. Allora, se il fratello può diventare avversario, in Gesù l'avversario può diventare il fratello. Questo è il Miracolo dell'Amore. Questa è la forza della speranza alla quale siamo introdotti. Le parole di Gesù ci chiamano a rileggere la nostra vita. Sono parole che dicono come nei nostri atti di offerta, il volto del fratello è già presso il Padre. Dio, il nostro Dio, sembra proprio anteporre nostro fratello a se stesso tanto si identifica con quest'ultimo, tanto è abbondante la sua misericordia: «Lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Lascia lì tua offerta e va’ chiede di avere nel proprio cuore la custodia dell’altro. Lascia la tua offerta e chiediti quali siano i sentimenti, i linguaggi che utilizzi nei confronti dell’altro. È dunque parola esigente e impegnativa; è Parola che chiede a tutti “quanto di fraternità c’è nella relazione con l’altro” perché non c’è gesto di offerta che ci possa coprire se è presente il disaccordo e la lontananza del cuore e non c’è rito che ci possa salvare da solo: prima dobbiamo lasciare lì la nostra offerta e andare incontro al nostro fratello. Gesù è morto in croce per tutti coloro che troviamo difficili da amare, per tutti coloro che non ci sono simpatici. Riconciliarsi allora, significa rimettere insieme tutte le dimensioni della nostra vita: umana, sociale, spirituale, emotiva; ci permette di vivere in armonia con la natura, con noi stessi, con Dio e con gli altri. La grazia delle grazie è proprio vedere il mondo come lo vede Dio, come lo vive il Figlio, scoprire che ciò che ci dà la nostra vera identità non è tanto il nostro punto di vista personale né tantomeno la nostra responsabilità, ma la chiamata che ci viene fatta e la risposta che diamo. Da quel momento in poi, la nostra giustizia si baserà sulla nostra laboriosità che dispiega un futuro. Ecco allora che il linguaggio di questa domenica che si apre con la drammaticità dell’uccisione del fratello, poi diventa molto più profondo fino a chiedere il collegamento con il sogno di Dio di vederci fratelli e figli. Non dobbiamo pensare che questo sia al di là delle nostre forze; in realtà questo lo facciamo già per coloro che amiamo. Lasciamoci allora abitare dalla passione della fraternità; lasciamo che il Signore animi ancora di più la nostra vita e la Sua gratuità animerà la nostra strada verso il Regno di Dio. Per arrivare a questo fine Gesù propone un unico salto di qualità: il ritorno al cuore e alla persona. Donaci di poter spezzare il Pane che è il tuo Figlio Unigenito sulla mensa della nostra umanità avendo nel cuore la pace dello Spirito.

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