V Domenica dopo Pentecoste – Anno C
Gen 18,1 – 2a.16-33; Salmo 27; Rm 4, 16-25; Lc 13,23-29

VDopoPente2025"La fede è l'inizio della preghiera e la perseveranza è il fine di essa" ha detto Sant’Agostino. Le pagine della Scrittura ci trasmettono il modo di porsi davanti a Dio, di prestare la propria voce e il proprio cuore alla volontà divina che trova così la possibilità di manifestarsi concretamente nella misericordia e perdono. Il rapporto di Abramo con Dio e di Dio con Abramo è dunque storia di incontro, di relazione, di domande, di risposte, di cammino, di colui che guarda nella stessa direzione e, comprendendo che Dio vede e vede come Lui, osa. La preghiera di Abramo ci insegna ad aprire il cuore alla sovrabbondanza della misericordia di Dio e a chiedergli con perseveranza e fiducia la salvezza. La fede permette ad Abramo di intercedere e questa è azione che trasforma anche la propria vita. Impegnandosi nel dialogo con Dio, esprimendo la sua preoccupazione e sottolineando la possibilità che ci possano essere dei giusti tra gli abitanti delle città di Sodoma e Gomorra, non chiede solo giustizia umana, ma invoca una giustizia divina che trasformi e salvi generosamente il peccatore che si converte. È dunque una relazione chiamata a farsi storia, a farsi cammino perché guarda nella stessa direzione di Dio: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare?». Il Signore chiama e non vuole stabilire un rapporto di sudditanza, ma vuole coinvolgere per appassionare l’uomo sua creatura. Di più! Il Signore, chiamando Abramo ad un’alleanza nuova, vuole che tutta l’umanità si riconosca nella stessa direzione del suo Creatore.

Tutta la vita di Abramo è stata una vita di ascolto della parola di Dio e questo atteggiamento lo ha portato a guardare e vedere lontano anche ciò che in quel momento non poteva ancora vedere (cfr Gv 8,56). E Dio dà ascolto alla voce di Abramo, partecipa alla trattativa acconsentendo alle richieste di Abramo, ma il peccato in quelle città è radicato a tal punto che non si trovano nemmeno dieci giusti. Ecco, la fede come spazio della famigliarità con Dio in cui avverti che puoi bussare, puoi intercedere, puoi implorare, puoi guardare oltre al tuo bisogno immediato e farti carico degli altri consapevoli che il punto debole di Dio è la sua misericordia. Questo è il dono della fede che vogliamo accogliere, anche se la pagina del Vangelo è rigorosa perché invita a camminare su una strada che pone delle scelte, domanda il coraggio di passi che costano e domanda la libertà di sapersi affidare al Signore per entrare nel Regno. Il “tale” di cui ci parla il Vangelo è come sospeso dall’ansia, dal dubbio a proposito della propria giustizia e questa è davvero la preoccupazione che fa dire al Maestro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Gesù non risponde alla domanda postagli da quel “tale”, chiede un cammino singolare: ciascuno deve sforzarsi di entrare. Il Signore ci restituisce alle nostre responsabilità, al nostro modo di vivere e ci propone di seguire il suo cammino di umiltà, di semplicità che combatta l'orgoglio e l'ipocrisia. È chiesto a tutti di trasfigurarsi e trasfigurare la propria vita. Se si colora così la propria vita, allora scopriremo che la porta non è poi così stretta! Siamo invitati a predisporci all'incontro quotidiano con Cristo e soprattutto con i fratelli, siamo chiamati a compiere gli sforzi necessari affinché ci sia una maggiore fiducia, una maggiore giustizia e tantissima compassione. Non si entra nella porta della giustizia attraverso i principi generali o attraverso le medie che la statistica propone, l’ingresso nella giustizia del regno di Dio è un ingresso personale perché ciascuno di noi deve poter vivere l’incontro con Colui che è “Via, Verità e Vita”.
Per questo la parola del Signore è esigente e si fa dura nei confronti di chi pretende che la salvezza sia un diritto: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Sappiamo per esperienza che dire ti conosciamo, sappiamo chi sei perché abbiamo fatto tante cose insieme, di fatto crea attesa che non è giustificata per il semplice motivo che così facendo non si gioca la propria libertà. Che Gesù dica: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!», sorprende veramente? Gesù sta dicendo agli scribi e farisei che non si entra per l’appartenenza del popolo eletto, ma si entra giocando pienamente la propria libertà che consiste nel credere in «colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore». Ciascuno con fede deve poter riuscire a guardare in faccia il Signore Gesù per diventare capaci di guardare in faccia la vita stessa dell’altro. Passare quindi per la porta stretta, è la vera possibilità di via che conduce a salvezza e questo è ciò che è detto dalle Scritture. Quello che sembra essere taciuto, ma in realtà non è così, è che per riuscire in questo, lo sforzo richiesto è quello della sequela a Cristo che comprende il saper perdere la nostra sicurezza e vivere nell’umiltà di chi si sente bisognoso. È rinuncia che ha senso solo se riconosciamo attivamente Cristo come il vero bene e il Maestro della vera Vita. Questa è la porta stretta, la piccola porta del servizio da attraversare con sicurezza perché siamo nelle orme dell'Unico Servo, Colui che: «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (cfr Fil 2,6-7). Deponendo il suo abito nell'ultima sera per lavare i piedi dei suoi amici, Gesù si è spogliato fino a diventare esso stesso una porticina le cui Beatitudini fanno da arco di trionfo ai poveri di cuore che la attraversano perché eredi del Regno. Allora questo Vangelo che si apre con l’immagine esigente e forte della porta stretta, si chiude con uno slargo grandioso: è stretta quella porta ma ci possono entrare tutti, da oriente ad occidente, da settentrione a mezzogiorno, è stretta, ma il Signore l’ha pensata come dono e come opportunità per tutti perché la mia storia, la nostra storia, non sia più quella di ieri, ma quella di chi oggi si mette in cammino per attraversare quella porta.

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