VI DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO C
Es 24,3-18; Sal 49; Eb 8,6-13a; Gv 19,30-35
È solenne e maestoso lo scenario del racconto del libro dell'Esodo: i segni che dicono il rinnovarsi di un’alleanza hanno un’immediata capacità di parlare al popolo radunato per ascoltare le parole del Signore. Il sacrificio di comunione e il rito dell’aspersione con il sangue del sacrificio, permetterà ai singoli di entrare nell’intimità con Dio. Ma la storia che da lì si dipana mostrerà come il desiderio di relazione con il Signore non sia poi così grande nel cuore del popolo, e l’aspettativa dell’alleanza promessa da Dio sul Sinai sarà resa resa poi così follemente tragica e spettacolarmente truce nella morte di Gesù. Il Vangelo, riportandoci al Golgota, sembra essere molto istruttivo a riguardo: esistono sempre cose più importanti. Ci fa vedere l’agitazione che gira attorno a quell’Uomo esanime sulla croce. Lì appare evidente come il desiderio di alleanza vera con il Signore si stempera e faccia scolorire la vita; sempre lì, il rifiuto dell’alleanza prende il sopravvento e la morte si mostra come negazione piena della vita dell’uomo. Di più! In quel caso, quella morte è assunta come cancellazione di ogni traccia del passaggio di Gesù nella storia di quel popolo. La celebrazione della Festa antica (la Pasqua), è ritenuta molto più importante di quell’Uomo ridotto al nulla al punto che, vengono accelerate le operazioni che tendono al nascondimento del corpo di Colui che fino a poco tempo prima aveva insegnato nel Tempio (cfr Mt 26,55). Ci chiediamo allora, perché una pagina che parla di morte, una pagina che apparentemente parla di sconfitta e che sembra concludere nella forma più ignominiosa e sofferta l'avventura terrena di Gesù, oggi parla a noi di alleanza. C'è presente, nel breve testo del Vangelo, una sorta di fermo immagine riservata ad ogni uomo qualunque sia il posto che occupa nella storia dell'umanità: è l’immagine di Gesù ormai morto in croce dal cui costato, squarciato da una lancia, esce sangue e acqua. Come un ultimo dono, un flusso nuovo di vita è riservato a coloro che da quella morte si lasceranno toccare. Lì, in quel preciso momento si avverano le parole d’amore: questa è la mia Alleanza (cfr Eb 8,10).
Per il credente questo è il momento che rende grande il desiderio d’incontro e il senso di appartenenza che fa avvertire membri di una famiglia nascente, che fa sentire popolo amato e appartenente a Dio. Da quel “fluire” tutti hanno la possibilità di “conoscere” il Signore e far crescere una relazione di intimità tanto che i peccati sono perdonati ancor prima che lo chiediamo (cfr Eb 8,12) aprendosi così a un futuro di luce che faccia emergere dalle profondità della colpa. Quel perdono rimette la vita nella Vita, quel perdono riconduce nell’Alleanza nuova e fa assaporare la gratitudine e il gusto per la vita: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Giovanni vede e coglie il significato spirituale della morte di Gesù; lo vede come il compimento vero e unico della profezia dell'agnello pasquale e insieme, vede anche i figli d’Israele che da quel costato trafitto formano il popolo nuovo. Nel suo ultimo respiro che ha visto il culmine dell'offerta libera di se stesso, Gesù, chinando il capo, ha consegnato lo Spirito che rende vera ed eterna questa alleanza. Questa è la vera novità dell'alleanza che favorisce la comunione piena con il Signore e l’autore della Lettera agli Ebrei, con molta franchezza e con molta audacia lo dice: «Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima». L’alleanza del Sinai che Geremia aveva decretato obsoleta (cfr Ger 31,31-34), non ha retto perché non è bastato il sacrificio del sangue dei capri e non è bastata nemmeno la legge scritta sulla pietra per fissare l’unione tra Dio ed il suo popolo. L’assenso del popolo d’Israele: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!» chiede di essere veramente vissuto nella storia e non lasciato solo come dichiarazione. Per vivere l’alleanza, infatti, occorre che vi sia la pratica fedele della parola pronunciata. La legge è rivelata soltanto osservandola; non basta solo notificare, diffondere la legge di Dio attraverso dichiarazioni verbali, essa ha bisogno d’essere accolta e custodita nel cuore. Gesù trafitto è l'icona, è l'immagine di Dio che vuole entrare nel cuore di ciascuno e che fa dire all’Evangelista, richiamando il profeta Zaccaria: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37 - Zc 12,10). L'adempimento dell’intuizione lontana dei profeti è reso concreto e saldo nell'amore radicale di Gesù che: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Soltanto volgendo gli occhi a colui che è stato trafitto, ossia, contemplando il Crocifisso, sarà possibile fissare nel proprio cuore l'intenzione di Dio e riuscire ad essere da Lui istruiti. Il Crocifisso, l’amore vissuto fino alla consumazione totale della propria vita, dice la misericordia di Dio che chiede di essere accolta nei nostri cuori così da esaltare la bontà di una vita che prevalga sul peccato e sulla morte interiore. Gesù con il suo sangue, ha permesso la nuova alleanza che non potrà mai venire ritirata perché ne è la Fonte inesauribile (cfr Gv 7,37-39). Alzare gli occhi verso di Lui è appunto invocare e ricevere fiumi di misericordia divina, allora dobbiamo chiederci se veramente andremo a bere alla Sua Fonte, se veramente sapremo aprire davvero i nostri cuori al Suo Amore? Il Figlio facendosi uomo come noi, ha voluto entrare nella nostra morte affinché noi potessimo entrare nella sua Vita, per questo non si riceve la Parola solo perché scritta in un libro, ma la si riceve perché quella Parola scende ad abitare il nostro cuore così che noi possiamo conoscere la vera parola che alberga nel cuore di Dio. Se noi ci affidiamo soltanto alla parola scritta, è facile sfigurarla e lasciarla lì come un corpo inanimato consegnato all’oblio, ma se quella parola viene accolta e custodita nel cuore al riparo dai predatori, essa dispiegherà tutte le possibilità contenute in quel cuore verso la luce anche se il terreno circostante è di pietra. Il Padre ha inviato suo Figlio agli uomini perché in Lui, per mezzo di Lui e con Lui, il cielo e la terra fossero riuniti in quell’Alleanza che permette di essere conosciuti, ecco perché oggi siamo chiamati alla possibilità del "noi", uomini e Dio riuniti nell’evento Gesù Cristo nuova ed eterna Alleanza, ma davvero ne siamo consapevoli?
