VIII Domenica dopo Pentecoste – Anno C
1Sam 8,1-22a; Sal 88; 1Tm 2,1-8; Mt 22, 15-22

VIII dopoPente2025Assistiamo ad un momento drammatico e insieme importante della storia di Israele perché sembra proprio che il popolo d'Israele abbia preso la decisione di affrancarsi dal primato di Dio. È il Signore stesso ad aiutarci a leggere così la scelta quando conforta il profeta Samuele, che è rimasto malissimo al sentir dire dal popolo: «Noi vogliamo un re». Certamente c'erano le ragioni per lamentarsi di chi guidava il cammino del popolo di Israele, infatti, i due figli di Samuele non si sono mostrati all'altezza: «non camminavano nelle sue orme», dice il testo, «deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto», erano quindi inaffidabili. Ma cos'è la posta in gioco che fa appassionare così profondamente il profeta Samuele? A Samuele pesa il fatto che il Dio dell'Esodo, quel Dio potentemente grande e potentemente misericordioso non fosse più ritenuto dal popolo la guida suprema. Samuele ritiene con ragione, che la richiesta del popolo di eleggere un re che prendesse le redini, nascondesse di fatto, il desiderio di disfarsi del primato di Dio che sentivano incombere come giudizio sulla loro vita: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro». È parola forte questa, ma riconosciamo che è parola libera, luminosa che non sottintende altri intenti e invita a riconoscere il primato reale di Dio nella vita. Questa di Dio non è un'affermazione solo per quel popolo; se la caliamo dentro nei nostri concreti vissuti di singoli o di comunità, quell’affermazione diventa un criterio molto importante per le scelte che dovremo operare. È importante coltivare nel cuore il primato di Dio nella propria vita perché quando si sceglie di prendere una direzione questa deve essere vagliata per capire se essa è più vicina all'attesa di Dio, al Vangelo che Gesù ci ha portato. Non è un fatto solo teorico, ma è un modo estremamente reale che incide profondamente la propria vita. Il primato di Dio lo si onora così e non solo con le labbra (cfr Mc 7,1-13). Questa è davvero la forza delle parole che il Signore oggi ci regala; parole che possono apparire anche pungenti perché vere e per questo sono parole che interrogano i nostri passi, i nostri giorni. Quelle di Paolo anche se dette in un contesto molto diverso quale è quello delle prime comunità cristiane, vogliono essere una esortazione serena e pacata alla preghiera per coloro che governano le nazioni affinché la vita di tutti sia calma e serena. Paolo riflette su questo tema e consegna la sua elaborazione ai suoi fratelli. Nella preghiera si dispiega una garanzia di pace, di concordia, di stabilità che il nostro Dio, infinitamente misericordioso dona perché vuole la salvezza di tutti e vuole che tutti giungano alla conoscenza della verità.

Ecco la parola che la liturgia oggi consegna alla nostra comunità; una parola che chiede una vita, un cammino che sappia onorare il primato di Dio riconoscendolo come priorità assoluta della vita, il Valore che precede gli altri valori e che sta sullo sfondo di passi, di scelte, di orientamenti che si prendono. Il Vangelo pone questo aspetto come il vero e serio problema. La ragione per cui Gesù con sapienza si sottrae alla domanda insidiosa fatta dai discepoli dei farisei e degli erodiani, è proprio per rispettare questo primato. Per sé la domanda insinua una risposta che getti ombra sul Maestro di Galilea. Dare assenso al pagamento del tributo a Cesare, equivale a dire di essere dalla sua parte; i Giudei non vedevano di buon occhio questa imposizione, il loro tributo più caro era l’obolo del Tempio che doveva essere versato nella loro moneta e non con quelle dell’occupante. Gesù chiede la moneta e guarda caso la moneta salta fuori proprio nel luogo in cui quella moneta non doveva esserci; volendo affermare l’assoluta signoria di Dio, Gesù invita a distinguere, senza confondere, ciò che spetta a Dio da ciò che spetta a Cesare: se, infatti, l’immagine di Dio non può essere politicizzata (questo avveniva con gli zeloti), ancora più rischiosa è la divinizzazione del potere politico molto cara al mondo romano. Il rendere a Cesare quello che è di Cesare trova la sua limitazione nel rendere a Dio quello che è di Dio e questo dice che al potere costituito si deve l’obbedienza che non prevalga e non sostituisca l’obbedienza dovuta a Dio. Ecco perché Gesù chiede di vedere la moneta e nella sua risposta, non parla di pagare, ma di restituire: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Si restituisca la moneta a Cesare, lui l’ha coniata, a lui appartiene, ma il culto vero, quello che parte dal cuore, deve essere verso Dio. Chiedendo: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?», Gesù non scende nella diatriba cara ai farisei ed in modo del tutto strano agli erodiani che sono uniti in questo; no, Gesù vuole richiamare non solo coloro che in quel momento sono presenti, ma chiama tutti a rispondere alla domanda: "tu, di chi sei l'immagine?”. Sant’Agostino commentando questa pagina di Vangelo, dirà che “rendere a Cesare l'immagine di Cesare che è la moneta e a Dio l'immagine di Dio che è l'uomo” permetterà a Cesare di avere il ritorno del suo senza che Cesare abbia ciò che è di Dio vale a dire l’uomo creato ad immagine di Dio. Sappiamo per fede che l'uomo è stato creato a immagine del suo Dio e che Cristo è venuto a restaurare nell'uomo quell’immagine perduta col primo Adamo. San Paolo dice che dopo la venuta di Gesù Cristo, dobbiamo portare l'immagine del secondo Adamo, il Cristo risorto. Lui è l'immagine perfetta del Dio invisibile, lo splendore della sua gloria, l'effigie del suo essere intimo. Mistero dell'amore del Padre che, da tutta l'eternità, ci ha destinati a conformarci all'immagine del suo Figlio prediletto, immagine gloriosa. Questa è la radice della libertà e della dignità dell’uomo, di ogni uomo che si affaccia sulla terra; doni che vanno difesi, curati e restituiti a ciascuno affinché emerga sempre più chiara quell’impronta di Dio che è stata plasmata nel più profondo di ogni essere umano e che lo rende santo. Allora non si può giocare al compromesso; il Signore invita tutti ad essere coerenti fino in fondo. Dare a Dio quello che è di Dio vuol dire cercare il Signore con tutta la nostra persona coscienti che sicuramente attraverseremo gioie ma anche sofferenze e fragilità. Gesù chiede a ciascuno di noi di essere libero da ogni dominio e allo stesso tempo ribelle ad ogni tentazione di lasciarsi possedere dal potere umano che vuole violare, umiliare, manipolare l’uomo. L’uomo è l’unico che Dio ha voluto per sé (Gaudium et spes 12); è cosa di Dio e a Lui va reso. Il mistero e il prodigio nel quale il Creatore stesso si è rivestito per essere Corpo, Sangue e respiro dell’intera umanità, chiama tutti ad essere capaci di Eucaristia, cioè di fare di questo Sacramento, il Sacramento della propria vita. Nella Pasqua settimanale noi ci cibiamo del Corpo di Cristo affinché a nostra volta possiamo condividere il corpo dei nostri fratelli. Ha una Parola forte la liturgi odierna, ma dobbiamo riconoscere che è parola libera, luminosa, non sottintende altri intenti e invita a riconoscere il primato reale di Dio nella nostra vita.

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