IX Domenica dopo Pentecoste – Anno C
1 Sam 16, 1-13; Sal 88 (89); 2 Tm 2, 8-13; Mt 22, 41-46

MatGiovBatScrivendo al suo giovane collaboratore Timoteo, Paolo dice: «Carissimo, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore». Paolo è in carcere a causa della sua fede nella Parola di Gesù Cristo. Ma non c'è prigione per la Parola di Dio, né catene per essa. Paolo è tutto proteso verso la salvezza “In Cristo”, che è la formula a lui tanto cara; salvezza che dice liberazione della gloria eterna, il successo totale della propria vita. Ricordati che questo è l’orizzonte dice Paolo a Timoteo che vive momenti di fatica. Nel faticoso ministero contro il male, l’apostolo Paolo e poi il discepolo Timoteo, hanno come loro punto centrale nella propria vita, Gesù Cristo un ebreo discendente da Davide e morto in Croce quale suo estremo sacrifico di liberazione e per questo, ora risorto. Dunque, Gesù vero Dio è anche vero Uomo, ma è il Vittorioso sui limiti che contraddistinguono l'uomo. Questo è il cuore del Vangelo che Paolo augura al proprio lettore Timoteo di fare suo; ricorda che il Signore Gesù discendente di Davide, pur portando il sigillo della nostra carne e della nostra fatica, della nostra debolezza e della nostra attesa, ha rimodellato la prospettiva dell’uomo. E allora l’invito «ricordati di Gesù Cristo» che Paolo fa a Timoteo, diventa invito fatto a tutti di vivere bene il Vangelo come Parola che dà il coraggio della testimonianza vera fatta di una vita limpida, perché è il Vangelo, è Parola che non può essere incatenata mai. Concludendo il piccolo brano che la liturgia oggi ci pone davanti, Paolo aggiunge che: «Questa parola è degna di fede»; cioè è degna di essere vissuta pienamente nonostante i timori, le fragilità, le incoerenze che sempre ci prendono perché Lui, Gesù è sempre fedele: «perché non può rinnegare se stesso». Se l’uomo si allontana da Lui stando nel peccato, Gesù Cristo non può allontanarsi perché verrebbe meno al suo stesso nervo che lo irradia: l’Amore infinito per la vita dell’uomo. Prova ne è che i poveri, i semplici, coloro che erano in condizione precarie e difficili come il cieco Bartimeo, quando incontravano Gesù lo invocavano con l’appellativo di «Figlio di Davide» (cfr. Mc 10,46-52) chiedendo pietà e riscatto per le loro misere condizioni in cui si trovavano.

Gesù Figlio di Davide abbi pietà di me, da allora è diventata preghiera semplice e facile che non richiedeva l’uso di un libro per leggerla o un foglietto per recitarla; è diventata preghiera da dire ad ogni passaggio della vita perché in essa è contenuta la fede: per questo Gesù accoglie questa preghiera umile e accorata. Dunque, Gesù Figlio di Davide è il riconoscimento che Lui ha in Israele e il brano di Vangelo, che è un pezzetto di un dialogo polemico con i farisei, ne ricorda la provenienza nella linea temporale umana. Ma il Vangelo oggi si sviluppa attorno ad una domanda fondamentale: «Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?». Questa è la domanda che Gesù rivolge «ai farisei riuniti insieme» e penso che la risposta abbia in sé il senso e la densità dell’attesa di tutto Israele: «di Davide». Rispondono con sicurezza e non è un caso che Matteo apra il proprio Vangelo proprio con l’affermazione: «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide». Gesù è della stirpe di Davide e quindi Figlio dell’Uomo, ma Davide lo professa Signore e quindi Dio. Dio, in Gesù, si rende totalmente presente nell’umanità! Gesù è il Figlio che il Padre ha mandato nel mondo per la salvezza dell’umanità e dell’intera creazione e, Gesù crocifisso e risorto, siede alla destra di Dio Padre, come segno e fonte della salvezza del mondo fino a far dire da Gesù, richiamando le parole del Salmo 109: «Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici sotto i miei piedi», come dice ancora il Vangelo odierno.
È affermazione che dice che l’umanità non è più prigioniera e destinata solo alla morte, ma è chiamata a risorgere in Gesù, il Messia, il Cristo di Dio, proprio come asserito da Paolo. Dunque, la domanda di Gesù posta ai farisei, è domanda che rimane sempre aperta; è la domanda assoluta che raccoglie ogni altro interrogativo della vita umana e nel quale si gioca tutta la vita cristiana. È domanda che rimbalza e arriva fino a me, fino a ciascuno di noi e, in qualche modo, viene incontro alla nostra fatica sempre presente perché apre il cuore al senso stesso della vita che va oltre la possibilità umana. La Lettura proposta dalla liturgia ci mostra come Saul, il re, si sia dimostrato infedele e abbia aperto alla necessità di essere sostituito con un altro re che salvaguardasse il popolo dal pericolo della corruzione e dell’allontanamento da Dio stesso. È Dio ad intervenire ancora una volta; Dio ricomincia sempre e di nuovo con l’uomo e lo fa senza stancarsi ordinando al profeta Samuele di partire. Per fare la volontà di Dio occorre lasciare ciò che è ritenuto buono: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti». Partire invita ad una visione alternativa alla propria realtà che faccia intravvedere orizzonti diversi. È Lettura che mette tutti nelle condizioni di avvertirsi, nel disegno di Dio, come piccoli Davide, cioè un resto del resto che però diventa re. Lo insegna la storia di Davide; lui è proprio considerato il resto del resto; lui non era proprio considerato nella sua famiglia perché troppo piccolo e nella mentalità del tempo i piccoli non contavano proprio niente se non quello di eseguire lavori umili. Quando Samuele va con l’incarico di scegliere il nuovo re, Iesse gli presenta i sette figli grandi come a dire che la sua famiglia era tutta lì, e anche Samuele, che è uomo di Dio, si meraviglia del criterio di Dio che sceglie proprio l’ultimo, colui ritenuto non candidabile. Dio non guarda ciò che guarda l’uomo. Se riusciamo a pensarci nel nostro rapporto con Dio come tanti Davide, riusciamo a riconoscere che anche noi siamo entrati nella salvezza come persone ultime perché la nostra fede è dono gratuito datoci da Dio che ha voluto chiamarci nonostante la nostra nullità. La fede non poggia sui meriti umani, sulle qualità di cultura, di famiglia, di posizione sociale o economica e questo ci chiama a scoprirci come Davide scelti dal Signore. Tutta la Scrittura ci dice che il Signore ha un disegno incredibile su di ciascuno di noi; ci prende là dove siamo e ci fa diventare più che re: figli amati di Dio. Nei peccati noi ci allontaniamo da Dio come ha fatto Saul e rischiamo di rimanere soli e lontani da Lui, ma il Signore ponendo su di sé il sigillo della nostra carne, della nostra fatica, della nostra debolezza, della nostra attesa, risorgendo da morte chiama tutti alla Vita. È quindi molto bella l’immagine che oggi Gesù dà di sé: Signore e insieme pienamente Figlio. Questa è la signoria di Gesù, l’unico Signore della nostra vita che vince per noi la schiavitù del peccato per farci diventare figli. «La tua mano, Signore, sostiene il tuo eletto»; pregheremo così il ritornello del salmo, e penso che noi come Davide, potremmo improvvisare il canto, la danza, il suono della nostra gioia per raccontare davvero la sorpresa della bontà del Signore. Un Signore cui appartiene la pietà, la misericordia e la tenerezza, ma anche la luce mescolata al dolore; un Figlio che è disceso dal cielo sulla terra come un bacio, chiedendo a noi di vivere la nostra vita come ha fatto Lui che ha posto nelle mani del Padre tutto se stesso. Solo così il nostro cuore si potrà sentire veramente a casa.

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