X Domenica di Pentecoste – Anno C
1 Re 3, 5-15; Sal 71; 1 Cor 3, 18-23; Lc 18, 24b-30
«Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente»; questo è quanto scrive san Paolo invitando i Corinti a desiderare un cuore che ascolta. Avere un cuore che ascolta, o meglio ancora, avere un cuore che anela ad avere l’intelligenza della comprensione, è richiesta che sempre è possibile fare a Dio sicuri che a Dio questa richiesta piace. La Lettura che la liturgia della Parola ci presenta in questa domenica mostra la necessità di riconoscersi piccoli, inesperti; non è possibile, infatti, pregare come fatto da Salomone quando si è saggi solo ai propri occhi (cfr. Pr 3,7), perché non sarebbe preghiera ma il trionfo dell’orgoglio e della vanità. Salomone dice di sé: «Sono solo un ragazzo; non so come regolarmi […] Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male»; è il cuore che chiede la capacità di ascolto per discernere e capire. La sapienza vera determina le scelte, fa distinguere il bene dal male e fa percepire la distanza esistente fra la visione di Dio e la visione del mondo. La Scrittura ci dice che le due visioni, quella di Dio e quella del mondo, non sono conciliabili; i due orientamenti sono alternativi l’uno all’altro e rendono difficile il cambiamento. Salomone sa di voler scegliere la via che a tutti appare nascosta, non chiede per sé, non teme di passare per fragile e bisognoso di aiuto e si rivolge a Dio, Colui che tutto può. In filigrana è presente in questo atteggiamento un modo sottile di anticipare quanto detto da Gesù nel Vangelo: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». Salomone chiede "lo spirito del Signore" per governare il suo popolo; uno spirito che non è una filosofia frutto del pensiero e della sapienza umana, ma è la Sapienza di Dio che illumina coloro che a Lui si rivolgono. Dice ancora Paolo che: «La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio»; la Sapienza di Dio è l'opposto della sapienza del mondo; essa alimenta il modo in cui si vive il mondo con la follia della carità. Il ragionamento dei saggi agli occhi del mondo chiede adesione a questa o quella figura e spesso chiede di abbracciare la superiorità dell'apparenza a totale scapito dell'essere.
Allora è bello che il brano della preghiera di Salomone prepari la pagina evangelica che si concentra soprattutto sulla sapienza che è la sequela del Signore Gesù che libera il cuore. Il versetto che precede il testo di questa domenica ci dice che quel notabile che aveva interrogato Gesù, udite le sue parole che richiedevano di spossessarsi di tutto ciò che aveva, «divenne assai triste perché era molto ricco». Tuttavia, quel ricco, contrariamente a quanto riportato da Matteo e Marco, rimane; è triste, ma rimane, non se ne va e questo induce a pensare che lo sguardo di Gesù si potrà ancora posare su di lui. La vista di questo ricco nella sua tristezza suscitano le bellissime Parole di oggi. Alla costernazione che si registra alle parole di Gesù di coloro che ascoltavano: «E chi può essere salvato?», Gesù indica il rimedio che libera da ogni schiavitù: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». Il miracolo della grazia sconfigge tutti gli affetti e le passioni terrene e qui Pietro riconosce l’inizio di quel cammino di spogliazione che lui e i suoi compagni hanno intrapreso. Pietro riconosce che il grande interrogativo: «E chi può essere salvato?», si gioca nel quotidiano; si gioca nel lasciare veramente che tutto, gli affetti, i pensieri, i propri progetti siano rivolti alla Persona di Gesù. In Lui l’abisso fra terra e cielo, cioè l’impossibilità per l’uomo di salvarsi solo con le proprie forze, viene colmato dall’abbassarsi di Dio che in Gesù chiede di seguirlo quotidianamente. Seguire Lui abbandonandosi al suo Spirito permette a tutti di entrare nella logica dell’Incarnazione in cui non è tanto la ricchezza terrena ad essere importante, quanto la «vita eterna nel tempo che verrà». Solo così Dio si fa vicino alla vita dell’uomo rendendo possibile l’impossibile. Ed è bello che le parole di Gesù: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio» rimandino all’inizio del Vangelo di Luca quando l’Angelo dice a Maria: «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Ecco perché il lasciare che era stato richiesto da Gesù e che aveva riempito di tristezza il notabile ricco, se vissuto quotidianamente nella sequela di Gesù, si trasforma non in una mortificante miseria ma nella pienezza esaltante che conduce alla gioia. La povertà spirituale che è richiesta chiede a tutti un lasciare andare se stessi sicuri che il Signore risponde con la promessa che non è una promessa per il futuro, ma è vita eterna che ha le proprie radici qui e ora, in questa vita terrena. Siamo discepoli ed entriamo nel regno solo se accogliamo questo messaggio di salvezza che riceviamo da parte del Signore; simo invitati a guardare in alto e a non avvelenarci la vita per le cose di queto mondo e se impariamo a gestire bene quello che possediamo, la nostra vita risulterà più autentica, più vera, più piena qui in questa fase terrestre della nostra esistenza e poi nella vita per sempre. Se cerchiamo la conferma di quanto siamo e di quanto abbiamo, allora davvero la nostra intelligenza è «stoltezza agli occhi di Dio». La parola di Paolo è parola forte e tuttavia non ha il tono dell'accusa al mondo, alla storia; ha invece il tono dell'augurio per una ricerca vera e seria. Paolo sa in che direzione trovarla: è nel segno della croce che dice l'amore incredibile che Dio ha espresso per tutti noi nella Pasqua di suo Figlio Gesù. Questa è la sapienza nuova della vita, e tutte le volte che nella nostra vita in qualche modo riusciamo ad esprimere almeno qualcosa di questo amore gratuito e intenso, allora la nostra sarà vita piena, vita che guadagna il senso autentico.
